Articolo del: 01/12/2002

Sezione: Cultura, politica ed economia
Scarica il file in formato DOC
Scarica il file in formato PDF
 

Antropocrazia

Su La 7, nel corso della trasmissione L’infedele (30 novembre 2002), Emma Bonino ha affermato, rispondendo a una domanda di Gad Lerner, che non ci può essere democrazia laddove non c’è separazione tra la Chiesa e lo Stato (e quindi tra il “peccato” e il “reato”).
E’ vero: ovunque ci sia commistione tra lo Stato e una religione o una Chiesa, o tra lo Stato e un’ideologia o un partito, lo Stato è “teocratico” o “ideocratico”, e non “nomocratico” (democratico).
E’ anche vero, comunque, che ovunque ci sia commistione tra lo Stato e il potere economico, lo Stato è in parte “nomocratico” e in parte “plutocratico”(capitalistico).
Ciò vuol dire dunque che uno Stato che non sia integralmente “nomocratico”, non è, e non può essere, realmente democratico.
Ma qual è lo Stato “nomocratico”? Lo Stato di diritto. E qual è invece lo Stato non “nomocratico”? Lo Stato etico.
Anche lo Stato “plutocratico” (capitalistico) è infatti uno Stato etico, almeno nella misura in cui il potere economico lo utilizza per fare, non solo i propri interessi, ma anche “cultura” (come denunciato, ad esempio, da Naomi Klein nel suo famoso No logo). Non è un caso, del resto, che Max Weber abbia appunto scritto: L’etica protestante e lo spirito del capitalismo.
Per avere un reale Stato di diritto, sarebbe quindi necessario restituire all’economia quanto è dell’economia e alla cultura quanto è della cultura. La qualcosa significa che sarebbe necessaria – per usare un termine oggi di moda – una risoluta devolution. Se è chiaro, tuttavia, che quanto va restituito all’economia può e deve essere restituito a un’autonoma organizzazione costituita e gestita da libere associazioni di produttori, commercianti e consumatori, non è chiaro, invece, a chi possa e debba essere restituito quanto è della cultura (o dello spirito): non è chiaro, ossia, a chi possa e debba essere restituita quella funzione “etica” che lo Stato di diritto (democratico) non può svolgere se non alterando e corrompendo la propria natura politica o giuridica. Come si usa infatti parlare, riferendosi all’organizzazione umana, di corpo e anima, ma non di spirito, così si usa parlare, riferendosi all’organizzazione sociale, di economia e politica, ma non di cultura; o, per meglio dire, si usa parlare di un’anima che assolve anche funzioni spirituali e di una politica che assolve anche funzioni culturali. Come non si concepisce dunque, abitualmente, uno spirito (un Io) indipendente dall’anima e dal corpo, così non si concepisce una vita spirituale o culturale indipendente da quella politica e da quella economica. E’ proprio questo “vuoto”, tuttavia, che le religioni, le Chiese, le ideologie o i partiti, in modo violento e palese o in modo blando e nascosto, tentano di colmare. Basti pensare, per fare solo due esempi, al ruolo “pedagogico” ancor oggi svolto in Cina dal partito comunista, o al fatto che, durante il trascorso regime dei Talebani, era addirittura attivo, in Afghanistan, un “Ministero del vizio e della virtù”. Non solo, ma non è stato forse questo stesso “vuoto” a venire tragicamente riempito, nel corso del Novecento, dal comunismo, dal fascismo e dal nazismo? Abbiamo appena ricordato il regime dei Talebani. Ebbene, si ascolti quanto scrive Gino Cerbella (in un libro del 1938, intitolato: Fascismo e Islamismo): “Maometto gettò le basi dello Stato teocratico; Mussolini quelle della teocrazia dello Stato; il primo creò, cioè, lo Stato religioso; il secondo, la religione dello Stato (...) la Marcia su la Mecca fu come la Marcia su Roma: la marcia della liberazione” (Maggi, stampatore editore in Tripoli, pp.14 e 17).
Ci auguriamo che queste brevi considerazioni e questi pochi esempi siano sufficienti a spiegare il perché Steiner abbia immaginato e proposto un’antropocrazia: ovvero, una “triarticolazione dell’organismo sociale”, la cui vita culturale o spirituale s’ispiri alla “Liberté" (al liberalismo), quella giuridica o politica alla "Egalité" (alla democrazia), e quella economica alla "Fraternité" (al socialismo). Ma quali materie competerebbero, in un organismo del genere, all'apparato culturale o spirituale? Non solo ovviamente l'educazione, la scienza, l'arte e la religione, ma anche il diritto: non però - precisa Steiner - "la giustizia amministrativa, ma quella civile e quella penale"; e aggiunge: "Tutte le questioni giuridiche, pedagogiche e spirituali vengono affidate alla libertà della persona. In questo campo lo Stato ha solo giurisdizione di polizia, non di iniziativa. Quello che qui s'intende è solo apparentemente radicale; e in realtà vi si può scontrare solo chi non vuol guardare senza pregiudizi in faccia ai fatti. Lo Stato lascia che le corporazioni settoriali, professionali e popolari, istituiscano i loro tribunali, le loro scuole, le loro chiese e così via. E lascia che il singolo si scelga la sua scuola, la sua chiesa, il suo giudice. Naturalmente, non di volta in volta, ma per un certo tempo" (Esigenze sociali dei tempi nuovi - Antroposofica, Milano 1971, pp.134 e 233).
Non sarà male sottolineare, a quest’ultimo proposito, quanto potrebbe risultare salutare un rimedio del genere per una giustizia che è oggi quanto mai disturbata, e non solo in Italia, da interferenze politiche ed economiche. Un risanamento dell’organismo sociale – sottolinea d’altronde Steiner – sarà possibile solo se gli uomini creeranno una nuova vita spirituale nella libertà (cfr. P.Tradowsky: Kaspar Hauser - L'Opera, Roma 1997, p.120).

-

 

Francesco Giorgi
 
Rudolf Steiner