Articolo del: 01/06/2004

Sezione: Cultura, politica ed economia
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Liberisti o libertari

Secondo Croce, altro è riconoscere “l’operare di un medesimo principio (quello della libertà – nda) nelle varie sfere della vita” (ad esempio, nella sfera culturale, nella sfera politica e in quella economica), altro è assegnare alla libertà economica “il valore di regola o legge suprema della vita sociale”. Ma “per l’appunto questo è accaduto – osserva - quando al liberismo economico è stato conferito il valore di legge sociale, perché allora esso, da legittimo principio economico, si è convertito in illegittima teoria etica, in una morale edonistica e utilitaria, la quale assume a criterio di bene la massima soddisfazione dei desideri in quanto tali, che è poi di necessità, sotto questa espressione di apparenza quantitativa, la soddisfazione del libito individuale o di quello della società intesa in quanto accolta e media d’individui”. Il liberalismo etico non può però “accettare che beni siano soltanto quelli che soddisfano il libito individuale, e ricchezza solo l’accumulamento dei mezzi a tal fine; e, più esattamente, non può accettare addirittura, dal suo punto di vista, che questi sieno beni e ricchezza, se tutti non si pieghino a strumenti di elevazione umana. La “libertà”, di cui esso intende parlare, è indirizzata a promuovere la vita spirituale nella sua interezza, e perciò in quanto vita morale. Ciò posto, il problema si configura, per il liberalismo, nel determinare, secondo luoghi e tempi e nel caso dato, non già se un certo provvedimento sia “liberistico” (meramente o astrattamente economico), ma se sia “liberale”; non se sia quantitativamente produttivo, ma se sia qualitativamente pregevole; non se la sua qualità sia gradevole a uno o più, ma se sia salutare all’uno, ai più e a tutti, all’uomo nella sua forza e dignità di uomo” (1).
Chiaro, no?
Eppure, Marco Faraci, considerando che il termine “liberale” ha “subito un po’ ovunque contaminazioni” e che è ormai “molto inflazionato”, scrive: “Nel caso italiano la maggiore confusione sul termine è stata opera di Benedetto Croce che divise tra libertà di ordine superiore (quelle civili) la cui difesa competeva ai liberali e libertà di ordine inferiore (quelle economiche) la cui difesa poteva essere lasciata ai liberisti. La maggior parte dei liberali, in senso autentico, rifiuta la distinzione di Croce in quanto ritiene senza senso pensare di scindere libertà civili e libertà economiche e non ama pertanto il termine liberismo a causa dell’iniziale connotazione spregiativa”.
Stando a Faraci, i liberali “autentici” amerebbero invece il termine “libertarismo” che connota “una variante più radicale del liberalismo classico, tipicamente americana, che porta con sé una critica allo Stato ben più marcata. All’interno del libertarismo possiamo identificare un’ala miniarchica che accetta la presenza di uno Stato minimo e che fondamentalmente è ancora liberale classica ed un’ala anarcocapitalista che ritiene che la presenza dello Stato violi in ogni caso i diritti naturali e che pertanto disegna una società di mercato integrale in cui anche i servizi giudiziari, di polizia e di difesa sono svolti da società private in concorrenza tra loro. I maggiori esponenti del libertarismo sono Ayn Rand e Robert Nozick (tra i miniarchici) e Murray Rothbard e David Friedman (tra gli anarcocapitalisti)”.
Fondatori del liberalismo classico sono invece “Locke ed Adam Smith”, mentre “i suoi maggiori interpreti in questo secolo sono Carl Menger, Ludwig von Mises, F.A.Van Hayek e Milton Friedman” (2).
Croce avrebbe dunque fatto la “maggior confusione” dividendo e scindendo, “senza senso”, le “libertà di ordine superiore (quelle civili) la cui difesa competeva ai liberali” dalle “libertà di ordine inferiore (quelle economiche) la cui difesa poteva essere lasciata ai liberisti”.
Ove si consideri, tuttavia, che Croce, vale a dire il filosofo che ha introdotto nella logica hegeliana i concetti di “distinto” e di “distinzione”, non già “divide” e “scinde”, bensì appunto “distingue”, e sensatamente, la libertà quale pricipio etico (superiore) dalle sue manifestazioni (inferiori) sia di carattere civile, politico o giuridico sia di carattere economico, viene piuttosto da chiedersi se non siano proprio i libertari a non disporre di un “senso” che consenta loro di distinguere l’ordine “superiore” o spirituale da quello “inferiore” o materiale.
A Croce, in realtà, si potrebbe semmai rimproverare l’opposto di quanto gli rimproverano i libertari: ossia, di non avere sufficientemente distinto, sul piano sociale, il momento culturale o spirituale della vita morale da quello politico o giuridico. Ma di questo abbiamo detto nella nota Pensatori e retori (3), e non torneremo perciò sull’argomento.
Di quale “senso” atto a distinguere l’essenza della libertà dalle sue manifestazioni si potrebbe d’altro canto disporre rifacendosi a Locke? Ovvero a un filosofo che, nel giusto intento di confutare le idee “innate” dei razionalisti, non ha saputo far di meglio che concepire l’anima come una tabula rasa e far nascere le idee dalla “esperienza”, senza però approfondire la natura dell’esperienza stessa e senza perciò rendersi conto che la realtà delle idee (indipendente dall’esperienza) è cosa ben diversa dalla realtà della coscienza delle idee (dipendente dall’esperienza)?
Osserva appunto Hegel: “Quel che si deve dire anzitutto a questo proposito, si è che è esatto che l’uomo muove dall’esperienza, quando vuole pervenire a pensieri. Tutto è esperienza, non solo il sensibile, ma anche ciò che determina e muove il mio spirito. Quindi la coscienza ha certamente tutte le rappresentazioni e tutti i concetti dall’esperienza e nell’esperienza: quel che importa è sapere che cosa s’intenda per esperienza” (4).
Ha un bel dire, quindi, Marilee Haylock (portavoce del Partito Libertario dell’Ontario dal 1976 al 1979) che “la filosofia libertaria è idealista nella sua visione e nei suoi fondamenti”, ma “non è utopista” (5).
Tale filosofia non solo è infatti – come rileva Croce – “utilitarista” e non “idealista”, ma è pure frutto – come osserva Hegel – di un “pensiero infelicissimo” (6) che “non si solleva affatto sullo stadio della coscienza volgare” (7) poiché “si attiene unicamente a ciò che appare, a ciò che è, e non a ciò che è vero” (8), non avendo “neppure il presentimento di quel che sia la speculazione” (9).
La filosofia libertaria non è insomma che realismo primitivo, ingenuo o acritico, e quindi, essenzialmente, materialismo: espressione cioè di uno spirito che ha occhi – come afferma Croce – per ciò che è “quantitativamente produttivo”, ma non per ciò che è “qualitativamente pregevole”.
Ne dà conferma Ayn Rand, che si dà a riassumere alcuni principi di tale realismo, chiamandolo però “oggettivismo” (10).
Dice, ad esempio: “La Realtà esiste come un assoluto oggettivo – i fatti sono fatti indipendentemente dai sentimenti, i desideri, le speranze e le paure dell’uomo”.
Non solo dunque non considera che anche i sentimenti, i desideri, le speranze o le paure sono “fatti”, ma non precisa neppure se i fatti siano anche “indipendenti” dai pensieri dell’uomo. Sarebbe importante farlo, però, poiché un fatto che fosse indipendente dal pensiero non sarebbe un “fatto”, bensì solo un immediato e indeterminato contenuto di percezione (un percetto).
Dice poi: “La Ragione (la facoltà che identifica e mette insieme i materiali provvisti dai sensi dell’uomo) è l’unico modo che l’uomo ha per percepire la realtà, la sua unica fonte di conoscenza, l’unica guida per la sua azione ed il fondamento della sua sopravvivenza”.
Orbene, siamo certi che chiunque abbia prestato attenzione a quanto veniamo pubblicando in questo sito (in specie nella sezione “studi gnoseologici” e nel commento a La filosofia della libertà) non avrà alcuna difficoltà a realizzare – per dirla con Hegel – “che nulla è più superficiale” (11) di un’affermazione del genere.
Per prima cosa, vi si confonde l’intelletto analitico con la ragione sintetica. L’intelletto – spiega infatti Steiner – crea “dei concetti dai contorni nettamente delineati”, mentre la ragione riunisce “in un insieme unitario i singoli concetti in tal modo creati” (12).
Vi si dice, poi, che “la ragione è l’unico modo che l’uomo ha per percepire la realtà”, nonostante si sappia che sono i sensi, e non la ragione, a permettergli di “percepire la realtà”. Certo, perché un immediato e indeterminato percetto si risolva in una determinata immagine percettiva (come pure in una determinata rappresentazione) serve la ragione; ma si dovrebbe allora precisare che, col termine “percepire”, si allude appunto all’immagine percettiva, e non al percetto o all’atto percettivo (del soggetto).
Vi si afferma, infine, che la ragione “mette insieme i materiali provvisti dai sensi dell’uomo”. Anche un muratore, tuttavia, non fa che “mettere insieme” i mattoni, i tavelloni e le tegole “provvisti” dall’industria laterizia; ma li mette insieme a caso, così come viene, o non piuttosto secondo un certo progetto, un certo ordine o una certa idea? E la ragione, secondo quale progetto, ordine o idea, mette allora “insieme i materiali provvisti dai sensi”?
Ma andiamo avanti. Da un pensiero che, sul piano noetico (e per usare sempre le parole di Hegel) “non si solleva affatto sullo stadio della coscienza volgare”, ci si può forse aspettare, sul piano etico, qualcosa di più nobile o di meno “volgare”? No, di certo. La Rand, cui va riconosciuto almeno il dono della sincerità, si fa infatti promotrice di un’etica “egoistica”, dichiarando: “L’uomo – ogni uomo – è fine a se stesso, non un mezzo per i fini altrui. Egli deve esistere solo per amore di se stesso e mai sacrificarsi per gli altri, né sacrificare gli altri per se stesso. Il perseguimento del proprio interesse personale e della propria felicità è il più alto scopo morale della vita di un uomo”.
Come si vede, siamo all’apoteosi del narcisismo e dell’egoismo e alla disfatta dell’amore. Aveva ben visto dunque Croce (altro che “confusione”!) ravvisando e denunciando il carattere “edonistico” e “utilitario” di quel liberismo che, “a causa – come dice Faraci - dell’iniziale connotazione spregiativa”, ci si sta oggi sforzando di sottoporre, negli Stati Uniti, a un astuto restyling (il Partito Libertario, fondato nel 1971, è attualmente il terzo partito americano, dopo quello repubblicano e quello democratico) (13).
Ma veniamo all’aspetto sociale. Dice la Rand: “Il sistema politico ideologico ideale è il Capitalismo Laissez-Faire. E’ un sistema in cui gli uomini si rapportano gli uni con gli altri non come vittime e carnefici, non come padroni e schiavi, ma come mercanti, attraverso lo scambio volontario per il mutuo beneficio (…) Lo Stato agisce solo come poliziotto per proteggere i diritti dell’uomo; usa la forza fisica come rappresaglia e solamente contro coloro che hanno dato inizio a tale violenza, come i criminali o gli invasori stranieri. In un sistema di pieno capitalismo, ci sarebbe (ma storicamente non c’è mai stata) una completa separazione tra Stato ed economia, nello stesso modo e per le stesse ragioni per cui sussiste la separazione tra Stato e Chiesa”.
Quello del capitalismo laissez-faire (che discende – come si è visto - da un pensiero laissez-faire) è dunque un sistema “in cui gli uomini si rapportano gli uni con gli altri” come “mercanti”, e non quindi come puri e semplici esseri umani: non, cioè, come degli individui (degli Io) da cui si dipartono, e in cui convergono, l’attività culturale o spirituale (legata al pensare), l’attività politica o giuridica (legata al sentire) e l’attività economica (legata al volere).
Un conto, infatti, è un “organismo sociale triarticolato” (Steiner) dove in ciascun individuo liberamente si ritrovino, riuniscano e raccordino le autonome attività dei tre suddetti apparati, un conto, invece, è un “mercato integrale” in cui viga una “completa separazione” tra la Chiesa (deputata a surrogare, confessionalmente, la funzione spirituale dell’apparato culturale), lo Stato (deputato a surrogare, laicamente, la funzione culturale dell’apparato spirituale) e l’economia, e in cui si dia un inevitabile sbilanciamento a favore della vita economica, poiché ognuno, sentendosi anzitutto un “mercante” o un homo oeconomicus, non potrebbe che dirsi: “Scambio o commercio, dunque sono”.
Si può già ora notare, del resto, come la vita spirituale, ipotecata dalle confessioni religiose, sia d’ostacolo a una libera ricerca della verità e come la vita culturale, ipotecata dal laicismo materialistico, sia viceversa d’ostacolo a una vera ricerca della libertà.
Tutto ciò può spiegare molte cose. Non ultimo il fatto – come abbiamo di recente osservato (14) - che se una “religione della libertà”, fondata (come quella di Croce) su una teoria filosofica della libertà è cosa già diversa da una “filosofia della libertà”, fondata (come quella di Steiner) su una scienza della libertà, tutt’altra e peggior cosa è allora una “filosofia libertaria” o una “ideologia della libertà” che in tanto si appaga di una copertura ideale “nuova e antica” (che mescola disinvoltamente Locke all’”ordine spontaneo di Lao Tze”) (15), in quanto ha in cuore ben più corposi e terreni interessi di natura economica e politica.

Note:

01) B.Croce: Liberismo e liberalismo in Etica e politica – Laterza, Bari 1967, pp.263, 264, 265;
02) M.Faraci: Liberali, liberisti o libertari? - vedi http://media.supereva.it/capitalismo.freeweb/;
03) Pensatori e retori, 20 maggio 2004;
04) G.W.F.Hegel: Lezioni sulla storia della filosofia – La Nuova Italia, Firenze 1981, vol.3,II, pp. 158-159;
05) M. Haylock: La filosofia libertaria - vedi http://media.supereva.it/capitalismo.freeweb/;
06) G.W.F.Hegel: op.cit., p.151;
07) ibid., 152;
08) ibid., p.168;
09) ibid., p.166;
10) A.Rand: Che cos’è l’oggettivismo - vedi http://media.supereva.it/capitalismo.freeweb/;
11) G.W.F.Hegel: op.cit., p.163;
12) R.Steiner: Linee fondamentali di una gnoseologia della concezione goethiana del mondo in Saggi filosofici – Antroposofica, Milano 1974, p. 61;
13) L’ideologia della libertà – vedi http://media.supereva.it/capitalismo.freeweb/;
14) Pensatori e retori, 20 maggio 2004;
15) Egualitarismo? No, libertarismo - L’Indipendente, 31 maggio 2004.

 

Francesco Giorgi
 
Rudolf Steiner