Articolo del: 06/01/2005

Sezione: Cultura, politica ed economia
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Umanità e moralità

“Predicare la morale è facile,difficile è fondarla”
A.Schopenhauer


Umanità e moralità


La versione del “Padre Nostro” di Steiner comincia con queste parole:

Padre che fosti, che sei e sarai
Nella nostra più intima essenza.
Il Tuo Nome venga da noi
Glorificato e santificato.
Il Tuo Regno si estenda
Attraverso le nostre azioni
E il nostro modo di vita.
La Tua Volontà venga da noi
Attuata quale Tu l’hai posta
Nella nostra intima essenza
(1).

Dunque il Padre, in quanto fu, è e sarà “nella nostra più intima essenza”, fu, è e sarà nel nostro spirito o nel nostro Io, mentre la Sua Volontà, in quanto posta “nella nostra intima essenza”, è posta, insieme al pensiero e al sentimento, nella nostra anima.
Perché “sia fatta” la volontà del Padre (dell’Io sono) occorre perciò che “sia fatta” la volontà del nostro vero Io (spirituale).
Ma come fare la volontà dell’Io senza conoscerla? E come evitare, pur conoscendola, di non riuscire poi ad attuarla?
Confessa ad esempio Paolo: “Non comprendo quel che faccio, perché non faccio quel che vorrei io, ma quello che non voglio (…) Poiché io non faccio quello che voglio; ma al contrario fo quel che non voglio: ecco ciò che faccio” (Rm 7,15 e 19).
Paolo confessa dunque di non fare quel che vorrebbe, avendolo riconosciuto giusto, ma di fare quel che non vorrebbe, avendolo riconosciuto ingiusto.
Il che sta a indicare che ai tempi di Paolo (5/15-67 d.C.) era subentrata una separazione tra la sfera noetica e quella etica che ai greci era ancora sconosciuta.
Per Socrate (469-399 a.C.), infatti, “la virtù (ciascuna e tutte le virtù, sapienza, giustizia, fortezza, temperanza) è scienza (conoscenza) e il vizio (ciascuno e tutti i vizi) ignoranza”; nessuno pecca perciò volontariamente, bensì fa il male solo “per ignoranza del bene” (2).
“Socrate – osservano però Reale e Antiseri – ha perfettamente ragione quando dice che la conoscenza è condizione necessaria per fare il bene (perché, se non conosco il bene, non lo posso fare); ma ha torto quando ritiene che sia, oltre che condizione necessaria, anche condizione sufficiente. Socrate cade, insomma, in un eccesso di razionalismo. Per fare il bene, infatti, occorre altresì il concorso della “volontà”. Ma sulla “volontà” i filosofi greci non hanno soffermato la loro attenzione, mentre essa diventerà centrale ed essenziale nell’etica dei cristiani” (3).
Come si vede, si preferisce pensare che Socrate avesse torto piuttosto che valutare la possibilità che la sua esperienza del pensiero fosse essenzialmente diversa da quella che ne ebbero i primi cristiani e, a maggior ragione, da quella che ne abbiamo oggi noi.
Fatto si è, tuttavia, che i filosofi greci in tanto non hanno “soffermato la loro attenzione” sulla “volontà” in quanto la loro conoscenza, scaturendo da un’esperienza del pensare (noetica) non ancora del tutto separata, nell’anima, da quella del volere (etica), era appunto condizione necessaria e sufficiente per fare il bene.
Quasi cinquecento anni dopo, ci è dato invece osservare (grazie a Paolo) che il pensare, scissosi ormai dal volere, è divenuto condizione necessaria, ma non più sufficiente per fare il bene.
Tale scissione (ignota all’anima senziente) si realizza dunque nel corso della fase di sviluppo dell’anima razionale o affettiva (747 a.C.- 1413 d.C.) e si radicalizza poi durante la prima fase di sviluppo (scientifico-naturale) della moderna anima cosciente; nel corso della seconda fase di sviluppo (scientifico-spirituale) di quest’ultima si dovrebbe però cominciare a sanarla, riportando attivamente e gradualmente nell’alveo (nella forma) del pensare la forza del volere.
Ma l’attuale cultura, imbevuta com’è di materialismo, si guarda bene dall’intraprendere questa via e cerca di rimediare a tale frattura lasciando che il pensare si renda passivamente e gradualmente schiavo o zimbello (“razionalizzandolo”) del volere naturale o istintivo (del cosiddetto “Es”).
Se Paolo lamentava – come abbiamo visto – di non riuscire a fare quanto giudicava universalmente giusto (ma di fare, anzi, quel che giudicava universalmente ingiusto), gli odierni intellettuali sembrano infatti compiacersi (in nome del “relativismo etico”) di giudicare giusto quello che personalmente vogliono o fanno e di giudicare ingiusto quello che personalmente non vogliono o non fanno.
Anziché, dunque, spiritualizzare il volere, riversando il suo calore all’interno della luce universale del pensare (moralizzando così il primo e vivificando il secondo), si cerca oggi di naturalizzare il pensare, lasciandolo in balìa dei desideri, delle velleità e dei capricci del volere naturale o delle brame dei singoli (così che il primo non possa, in veste d’opinione, che rendersi egoistico come il secondo).
Più d’uno si sta comunque rendendo conto che vi è, nelle anime contemporanee, una sempre più “diffusa domanda di etica” (4). Come però soddisfarla se l’odierna noetica non è in grado di darle un fondamento? (5)
“Fondare una morale – osserva Steiner – significa condurre l’uomo a quelle sorgenti dalle quali egli può attingere gli impulsi atti a renderlo partecipe delle forze che conducono all’azione morale” (6).
Fernando Savater (7) osserva invece che “la capacità di persuadere e di essere persuasi da argomenti morali svincolati dalla stretta ubbidienza a una chiesa o un partito (anche quando occasionalmente si possono tenere in considerazione le loro linee guida) costituisce un elemento essenziale di quella che una volta veniva chiamata “educazione liberale”, ovvero, liberata dalla superstizione, dal dogma, dall’appartenenza acritica, dall’incapacità di orientare in maniera autonoma la propria vita” (8).
D’accordo, ma come liberarsi “dell’incapacità di orientare in maniera autonoma la propria vita” senza affrancarsi, in primo luogo, da quelle “superstizioni”, da quei “dogmi” e da quelle “appartenenze acritiche” di stampo materialistico che, ultimamente, hanno provato perfino a convincerci che la fedeltà e l’infedeltà, nonché l’altruismo e l’egoismo sono geneticamente determinati? (9)
Sostiene sempre Savater che la politica deve creare istituzioni migliori, mentre l’etica deve creare individui migliori. Ma per creare “individui migliori”, non serve forse un’”etica migliore”? E come arrivarci, se non partendo da una “noetica migliore”? Migliore, ad esempio, di quella che, considerando gli esseri umani dei meri “animali intelligenti”, non solo gli impedisce di prendere coscienza della loro umanità (e di glorificare e santificare quindi l’Io, ovvero il Suo “Nome”), ma per di più li induce, di fatto, a vivere in modo sempre più “intelligente” la loro animalità o in modo sempre più “animalesco” la loro intelligenza (e a non estendere quindi il Suo “Regno”).
“Ciò che si chiama il bene – osserva a questo proposito Steiner – non è quello che l’uomo deve, ma quello che egli vuole allorché esplica la vera e piena natura umana (…) La natura fisica provvede a farlo aspirare alla soddisfazione dei suoi desideri inferiori. Ma all’esplicazione dell’intero uomo sono pertinenti anche i desideri derivanti dallo spirito (…) Ogni etica che esiga dall’uomo di reprimere la propria volontà per adempiere compiti che egli non voglia non considera l’uomo completo, ma un uomo cui manca la capacità di desideri spirituali (…) Non nell’estirpazione di una unilaterale volontà propria sta l’attività morale, ma nello sviluppo pieno della natura umana” (10).
La presente e “diffusa domanda di etica” non è dunque che una diffusa domanda di umanità. Ovunque non vi sia moralità, non vi è infatti umanità, poiché la moralità può esistere unicamente grazie all’uomo.
E’ vano pertanto sperare che possa darsi una “realtà” della moralità che non discenda da una “scienza” della moralità: che non discenda cioè da una scienza che sia al tempo stesso una scienza dell’umanità, e per ciò stesso un’antropo-sofia.
“L’esatta interpretazione della parola antroposofia – spiega appunto Steiner – non è “saggezza dell’uomo”, bensì “coscienza della sua umanità”” (11).
Solo questa coscienza può riconoscere il Cristianesimo quale religione dell’uomo in quanto uomo (Ecce homo) e sentire nel Cristo il “grande ideale umano terrestre”. “In questo sentire, – aggiunge infatti Steiner – l’uomo sperimenterà e si congiungerà, con intimo calore d’anima, in Cristo e col Cristo, e insieme sperimenterà la vera e reale umanità. “Cristo mi dà la mia essenza umana”, questo sarà il sentimento fondamentale che compenetrerà l’anima” (12).

Note:

01) cfr. Pater Noster, 25 dicembre 2003;
02) G.Reale-D.Antiseri: Il pensiero occidentale dalle origini a oggi – La Scuola, Brescia 1983, vol.I, p.63;
03) ibid., p.64;
04) cfr. Il nichilismo, 22settembre 2004;
05) dice appunto Paolo Flores d’Arcais: “L’etica è necessaria, l’etica è infondabile” - cfr. L’individuo libertario, 2 febbraio 2002;
06) R.Steiner: Le sorgenti della moralità – Antroposofica, Milano 1960, p.11;
07) Fernando Savater è docente di etica all’Università di San Sebastian e autore, tra l’altro, di Invito all’etica (1984), Etica per un figlio (1991) e L’etica come amor proprio (1998);
08) La Stampa, 29 dicembre 2004;
09) cfr. Noterelle 22 luglio e 4 novembre 2004;
10) R.Steiner: La filosofia della libertà – Antroposofica, Milano 1966, pp.196 e 197;
11) cit. in S.Prokofieff: L’essere Antroposofia – Arcobaleno, Oriago di Mira (Venezia) 1996, p.33;
12) ibid., p.32.

 

Francesco Giorgi
 
Rudolf Steiner