Articolo del: 22/06/2005

Sezione: Studi gnoseologici
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Scienza dello spirito e filosofia dello spirito (4)

Nella nota L’invenzione dell’anima (sic), in merito alla seguente asserzione di Emanuele Severino: “Affermare che la filosofia moderna è “comprensione dello spirito” vuol dire che nella filosofia moderna il pensiero, che prima era dimentico di sé, si mette ora dinanzi a se stesso e si conosce come l’elemento in cui la realtà si costituisce”, avevamo osservato: “Una cosa, tuttavia, è il pensiero che “si mette dinanzi a se stesso” per pensarsi con animus filosofico, altra è il pensiero che “si mette dinanzi a se stesso” per sperimentarsi con animus scientifico (…) Un pensiero che volesse davvero conoscere se stesso e lo spirito dovrebbe infatti non solo pensarsi, ma anche osservarsi e percepirsi e, a tal fine, dovrebbe ricorrere necessariamente alla pratica o all’esercizio interiore” (1).
Ebbene, tenteremo qui di mettere in luce, prendendo spunto dalla “riforma della dialettica hegeliana” di Giovanni Gentile (2), in quale preciso momento della ricerca spirituale s’imponga la necessità di passare dalla speculazione alla “pratica o all’esercizio interiore”, e per ciò stesso dalla filosofia alla scienza dello spirito.
In che cosa consiste, essenzialmente, la “riforma” di Gentile? Nel mutare la “dialettica del pensato” o della “morte”, in una “dialettica del pensare” o della “vita”.
Nella prima, – osserva infatti Ferruccio Pardo – “non c’è più il pensiero che opera, non c’è più il soggetto pensante; c’è solo il pensato, su di cui, non si sa da chi, viene eseguita l’operazione mentale. Ciò che Hegel indaga, è solo “il pensato”: qualcosa di statico che non può divenire; ciò che egli vorrebbe indagare – il vero divenire – è invece “il pensiero in atto” (…) Il pensiero dialettico non deve essere inteso come processo di categorie “pensate”, ma come processo del “pensiero in atto”, come processo, adunque, del soggetto trascendentale realizzantesi quale attività di pensiero (…) Il Divenire, al cui concreto concetto Hegel non può giungere attraverso la faticosa riflessione, è al di qua di tutti i prodotti ottenuti dalla riflessione: il Divenire non è un prodotto, ma è anzi il perenne produrre; è il perenne pensare: è lo stesso atto pensante” (3).
Chi conosce La filosofia della libertà di Rudolf Steiner coglierà senz’altro l’analogia tra la posizione di Gentile e quella del fondatore dell’antroposofia. Quest’ultimo, infatti, non solo sostiene ch’è “attraverso il pensare” che “sorgono concetti e idee” (cioè i “pensati”), ma esplicitamente dichiara: “Io ho preso come punto di partenza il pensare, e non i concetti e le idee, che soltanto mediante il pensare possono essere conquistati, e quindi presuppongono già il pensare. Perciò non si può applicare senz’altro ai concetti quello che ho detto riguardo alla natura del pensare, il quale non poggia che su se stesso, non è determinato da nulla. (Faccio espressamente questa osservazione perché in ciò consiste la mia differenza da Hegel: egli pone infatti il concetto come elemento primo e originario)” (4).
Come si vede, sostenere che i concetti e le idee presuppongono già il pensare (Steiner) equivale appunto ad affermare che il pensare è al di qua di tutti i prodotti ottenuti dalla riflessione (Gentile).
Chiunque intenda portare a coscienza la realtà di tale vis cogitans, dovrà pertanto risalire dai pensati al pensare.
Ma è possibile – ecco il punto - risalire dai pensati al pensare senza fare un salto di qualità: senza cioè mutare ed elevare il proprio grado di coscienza? No, non è possibile.
Osserva appunto Catalisano: l’attualista “si imbatte suo malgrado in un concetto, che, anche se puro, è sempre un concetto: il “conceptum” del “concipere” (…) Orbene, si decida l’attualista: “conceptum” o “concipere”? (…) se ci empieva di gaudio speculativo l’idea del conceptum del concipere, siamo invece decisamente incapaci al concetto del concipere il concipere. Senza far appello ad un organo ultraspeculativo, difficilmente l’attualismo potrà convincere lo spirito del mondo della possibilità di concipere il concipere: ché se poi riuscisse in questo convincimento, alla filosofia non rimarrebbe che l’ufficio propedeutico al nobile esercizio di un pensiero che volesse pensare il nulla” (5).
Catalisano non considera, però, che in quello che chiama (come Mefistofele) “il nulla” potrebbe trovarsi (come spera Faust) “il Tutto”: ovvero non considera – secondo quanto afferma Lao Tse - che “quella che per il bruco è la fine del mondo, per il maestro è la nascita della farfalla”.
Che dire, ad esempio, se alla filosofia (quale somma espressione dell’anima razionale o affettiva) spettasse proprio “l’ufficio propedeutico al nobile esercizio di un pensiero che volesse” (quale espressione dell’anima cosciente), non “pensare il nulla”, bensì esperire il proprio essere, mediante il proprio divenire? Che dire, cioè, se l’appello ad un “organo ultraspeculativo” (ossia, “ultrafilosofico”) non fosse che un inconscio appello a quel vivo e pulsante ”organo spirituale” che, avendo il suo momento “inalatorio” nel percepire e il suo momento “esalatorio” nel pensare (6), sarebbe deputato a percipere il concipere, prima di concipere il concipere?
Scrive al riguardo Steiner: “Chiunque abbia la capacità di osservare il pensare – e con un po’ di buona volontà questa capacità può averla ogni uomo normalmente organizzato – tale osservazione è la più straordinariamente importante di quante egli ne possa fare. Poiché qui l’uomo osserva qualcosa che egli stesso produce: non si trova di fronte a un oggetto a lui estraneo, ma alla sua stessa attività” (7).
Osservando il movimento del pensare, l’Io pensante (non l’ego pensato) si trova infatti di fronte a se stesso o, per meglio dire, “alla sua stessa attività”. “L’atto dell’Io – afferma appunto Gentile – è coscienza in quanto autocoscienza: l’oggetto dell’Io è l’Io stesso. Ogni processo conoscitivo è atto di autocoscienza” (8); e, ribadendo Hegel che “l’io è il pensiero come soggetto” (9), potremmo anche aggiungere: l’Io è il pensare come essere, il pensare è l’Io come divenire.
Dal punto di vista scientifico-spirituale, la cosa si rivela comunque più complessa (proprio perché “l’antroposofia – puntualizza Steiner – non è una speculazione filosofica”) (10). Come la coscienza (intellettuale) del pensato si palesa infatti propedeutica a quella (immaginativa) del pensare, così questa si rivela a sua volta propedeutica a quella (ispirativa) della coscienza pensante, che si mostra infine propedeutica a quella (intuitiva) del Soggetto pensante.
Tra la realtà (morta) dei pensati e quella (spirituale) del Soggetto pensante (dell’Io) non c’è dunque la sola realtà (vivente) del pensare, ma c’è anche quella (animica) della coscienza pensante (11).
“Il vero problema della metafisica – ha per l’appunto osservato Bertrando Spaventa – è intendere, non l’ente per sé senza gli stati suoi, né gli stati suoi senza l’ente, ma come l’ente, mediante gli stati suoi, si fa quello che è” (12).
Anche per la scienza dello spirito, il “vero problema” sta in effetti nell’intendere come il Soggetto pensante, in qualità di Essere, sia gradualmente divenuto, mediante gli “stati suoi” e in virtù dell’inconscia evoluzione naturale, un ego (cioè a dire, un soggetto pensato in modo intellettuale o rappresentativo), e nello sperimentare come, mediante sempre “gli stati suoi” e in virtù di una libera e cosciente evoluzione spirituale, possa ripercorrere all’inverso tale cammino per tornare infine a se stesso, in qualità di Spirito.
Per quale ragione, dunque, l’attualismo, quale “punto estremo della filosofia che si muova nel vecchio ambito concettuale” (13) non ha permesso a Gentile d’intraprendere e additare un cammino del genere, giungendo anzi a suscitare in Catalisano, come in molti altri (14), lo spettro di un antintellettualismo di stampo volontaristico, irrazionalistico, se non addirittura nichilistico?
La risposta a questo interrogativo la troviamo nelle seguenti parole di Steiner: “L’uomo ha veramente, come uomo terrestre, alcunché di ciò che vi ha di più basso, e d’altra parte ha un’immagine riflessa di quanto v’ha di più alto, che è soltanto raggiungibile nell’intuizione. Gli mancano completamente, come uomo terrestre, appunto i campi intermedii. Egli si deve conquistare immaginazione e ispirazione” (15).
Non essendosi Gentile conquistato (da filosofo) tali “campi intermedii”, ossia la coscienza immaginativa e la coscienza ispirativa, che cosa è dunque accaduto? Che la sua “immagine riflessa” dell’intuizione del pensare, “coagulando” il pensare nel pensato, non è riuscita a produrre che un nuovo sistema filosofico (vale a dire, una Teoria generale dello spirito come atto puro) (16).
Tutt’altra cosa, dunque, dall’immaginazione di Steiner che, “solvendo” il pensato nel pensare, ha prodotto un metodo o una via della conoscenza in grado di gettare un ponte tra l’intelligenza della testa e quella del cuore, promuovendo e realizzando in tal modo una nuova esperienza umana (17). Si tenga conto, infatti, che l’esperienza immaginativa di un nuovo e vivo pensare prepara tanto quella ispirativa di un nuovo e vivo sentire quanto quella intuitiva di un nuovo e vivo volere o di una nuova e viva moralità (18).
Lo stesso Chesi riconosce, d’altronde, che l’attualismo di Gentile (al pari del problematicismo di Ugo Spirito), rappresenta “l’ultimo inutile sforzo dell’atto del pensare, dopo il quale, mi sembra, la riflessione concepita secondo le categorie tradizionali è da ritenersi completamente esaurita. La ricchezza della tesi gentiliana consente però un’apertura verso un orizzonte che finora ci è sconosciuto. Siamo dunque pronti per compiere l’ultimo passo. Esso sarà senz’altro il più importante e difficile” (19).
Ove si consideri, tuttavia, che la stragrande maggioranza degli uomini di cultura (ivi compreso Gentile) (20) ha finora ignorato, disconosciuto o misconosciuto La filosofia della libertà di Steiner, è più che legittimo dubitare che sia davvero pronta ad aprirsi verso orizzonti sconosciuti o a “compiere l’ultimo passo”.
“L’atto – afferma ancora Chesi - non è definibile, perché l’atto stesso definisce” (21): ma perché “definirlo” (se ci si riconosce oltretutto “incapaci al concetto del concipere il concipere”), e non “sperimentarlo”, o - per dirla tutta – perché averlo, e non esserlo? Ma dal momento che “un conto è parlar di morte, – come sentenzia la saggezza popolare – altro è morire”, per sperimentarlo o esserlo, quale verbo, movimento o vita è necessario riunire la teoria (il pensare) alla pratica (al volere): è necessario, cioè, l’esercizio della “concentrazione”.
Massimo Scaligero lo descrive così: “Il discepolo si concentra su un oggetto, del quale considera la forma, la sostanza, il colore, l’uso, ecc., la serie delle rappresentazioni che ne esauriscono la struttura fisica, sino a che al suo luogo rimanga il contenuto di pensiero. Questa operazione non deve impegnare l’attenzione cosciente del discepolo meno di cinque minuti: al termine di essa, l’oggetto deve essere dinanzi alla coscienza di lui come un simbolo, o un segno, o una sintesi, avente in sé indialetticamente tutto il contenuto di pensiero elaborato” (22).
In virtù della concentrazione, sulla rappresentazione di un semplice oggetto “costruito dall’uomo” (e non sulla sua immagine percettiva), si possono conseguire, schematizzando, almeno tre diversi e successivi risultati:
1) si può imparare a rafforzare e padroneggiare il proprio pensare, arrestando così l’ordinario e confuso vagare dei pensieri. Non se ne è infatti “padroni se le condizioni esterne, lavoro, tradizione, relazioni sociali, persino l’appartenenza a un certo popolo, l’ora del giorno, o i doveri da compiere, determinano un nostro pensiero e il modo in cui si sviluppa. Occorre dunque, nel tempo accennato, poter svuotare completamente l’anima, per libera volontà, dal corso diuturno e consueto dei pensieri, e di propria iniziativa porre un pensiero al centro dell’anima” (23), mantenendosi desti e non lasciandosi distrarre da nessun altro pensiero;
2) si può prendere coscienza, passando in rassegna la visibile e discontinua “serie delle rappresentazioni” relative all’oggetto, dell’invisibile e continua forza (il concipere o il cosiddetto “filo” del ragionamento o del discorso) che le inanella o collega fra loro. Il soggetto – scrive appunto Scaligero – può “giungere alla propria attività di pensiero indipendente dall’oggetto e tale attività liberata gli si dà come prima esperienza cosciente dello spirituale” (24). In questa fase o a questo livello si può dunque fare diretta e lucida esperienza della realtà (eterica) del pensare;
3) si può realizzare che “tutto il contenuto di pensiero elaborato” è virtualmente nel concetto dell’oggetto, così come l’intera pianta è virtualmente nel suo seme. “Questa operazione sostanziale, – osserva ancora Scaligero – condotta con il minimo indispensabile di rappresentazioni, dà luogo infine a un’immagine sintesi, o concetto, che giova trattenere dinanzi alla coscienza, obiettivamente, come l’immagine iniziale dell’oggetto” (25). Chi abbia scelto come oggetto la matita, potrà ad esempio cominciare col rappresentarsela ridotta a un mozzicone, magari spuntato; poi, procedendo a ritroso, nuova e appena temperata; nuova e ancora intatta; nella scatola in cui si trovava dal cartolaio; nell’imballaggio in cui è uscita dalla fabbrica; e poi ancora, in fabbrica, nel corso della sua lavorazione e in quella separata delle sue parti, così da ricondurre, alla fine, la parte in legno al regno vegetale e quella in grafite al regno minerale. E’ a questo punto, infatti, che l’assenza della matita “oggetto” può evocare la presenza della matita “concetto”: ovvero, di quella idea della matita che ha in realtà messo in moto (quale causa “finale”) l’intero processo della sua realizzazione. In questa fase o a questo livello, è possibile dunque varcare la “soglia” (che divide la sfera fisica ed eterica da quella dell’astrale e dell’Io) e fare diretta e lucida esperienza della realtà (animico-spirituale) del concetto. “Logicamente - ricorda infatti Scaligero - l’uomo sa che cosa è un concetto, ma ignora che cosa esso sia come forza e come nasca e quale sia il suo potere di compimento nel reale” (26).
Si faccia comunque attenzione a non confondere questa superiore esperienza con quella ordinaria del conceptum del concipere di cui parla Catalisano (o, se si vuole, il pensiero del “sangue” con quello dei “nervi”). La precisa, immediata e puntuale esperienza di un’essenza o di un’entità (il concetto) è cosa infatti ben diversa dall’approssimata, mediata e bidimensionale esperienza (rappresentativa) di un movimento o di una forza (unidimensionale o lineare) (27).
Fatto si è che tentare di rappresentare il concipere è come tentare di quadrare il cerchio, oppure sforzarsi di dipingere o fotografare il piovere anziché la pioggia.
Potrà forse aiutare, al riguardo, quanto detto da Steiner nel corso di una conferenza tenuta a Dornach il 24 giugno del 1922: l’Io è “adimensionale” o “puntuale”, mentre “il pensare è assolutamente unidimensionale, e nell’uomo procede nella linea. Si dovrebbe anche dire: la volontà si configura in modo tridimensionale, il sentimento in modo bidimensionale ed il pensiero in modo unidimensionale” (28).
L’esercizio dato da Steiner e descritto da Scaligero permette, nel tempo, di conseguire tutti e tre i risultati. Tuttavia, il raggiungimento dei primi due (ma non del terzo) può essere in qualche modo agevolato ove si adotti quale tema dell’esercizio, non un “oggetto costruito dall’uomo”, ma un semplice “contenuto matematico” o aritmetico (29).
Mantenersi desti, non distrarsi o non perdere la padronanza del proprio pensiero può meglio riuscire, ad esempio, facendo mentalmente somme, sottrazioni, divisioni o moltiplicazioni (di due o più cifre), così come può risultare meno arduo sperimentare il movimento del pensiero (che è – non lo si dimentichi – il nostro stesso movimento), contando più volte: prima – poniamo - da uno a venti e poi, all’inverso, da venti a uno. In questo modo, non si tarderà infatti a realizzare che il nostro pensiero si muove o scorre in un senso e nell’altro allo stesso modo in cui le dita di un pianista si muovono o scorrono lungo la tastiera. Si ha qui – sottolinea appunto Steiner – tanto “una percezione nella quale è attivo lo stesso percipiente” quanto “un’autoattività che viene percepita” (30).
Ben si comprenderà, allora, perché Scaligero affermi che il pensiero è un “arto” dell’Io, e perché scriva: “L’uomo conosce e in qualche modo domina il mondo, mediante il pensiero. La contraddizione è che egli non conosce né domina il pensiero. Il pensiero permane un mistero a se stesso” (31).

Note:

01) L’invenzione dell’anima (sic!) , 8 aprile 2005;
02) cfr. G.Gentile: La riforma della dialettica hegeliana – Principato, Messina 1913;
03) F.Pardo: La filosofia di Giovanni Gentile – Sansoni, Firenze 1982, pp.150-151;
04) R.Steiner: La filosofia della libertà – Antroposofica, Milano 1966, pp.48-49;
05) cit. in F.S.Chesi: Gentile e Heidegger – EGEA, Milano 1992, p.96;
06) cfr. Scienza dello spirito e filosofia dello spirito (3), 8 maggio 2005;
07) R.Steiner: La filosofia della libertà, p.38;
08) G.Gentile: L’atto del pensare come atto puro in La riforma della dialettica hegeliana, p.256;
09) G.W.F.Hegel: Enciclopedia delle scienze filosofiche – Laterza, Roma-Bari 1989, p.36. Di questi quattro livelli, il primo (fisico) viene detto, da Steiner, dell’”opera compiuta”, il secondo (eterico) dell’”effetto operante”, il terzo (astrale) della “manifestazione”, il quarto (dell’Io) dell’”Entità divino-spirituale” (R.Steiner: L’avvenire dell’umanità e l’attività di Michele in Massime antroposofiche – Antroposofica, Milano 1969, p.85);
10) R.Steiner: Cultura e antroposofia – Antroposofica, Milano 1996, p.91;
11) si tenga presente che il processo creativo (cosmico) parte dal Soggetto pensante per arrivare al pensato, mentre il processo conoscitivo (umano) parte dalla coscienza del pensato per arrivare a quella del Soggetto pensante (all’autocoscienza spirituale). Si consulti, in proposito, La filosofia della libertà, pp.42/44;
12) B.Spaventa: Frammento inedito in G.Gentile: La riforma della dialettica hegeliana, p.59;
13) F.S.Chesi: op.cit., p.106;
14) “Io – scrisse ad esempio Croce a Gentile – desidererei soltanto che tu acquistassi la consapevolezza, che ho purtroppo acquistato io, della morbosissima condizione d’animo della più parte dei giovani, diversi assai da quel che noi eravamo al tempo della nostra giovinezza. Vedi: anche del tuo idealismo attuale si valgono ora per fare il comodaccio loro (…) Sapevo che della tua formula si sarebbero subito serviti per non pensare più” (J.Jacobelli: Croce-Gentile: dal sodalizio al dramma – Rizzoli, Milano 1989, p.111);
15) R.Steiner: Conoscenza iniziatica – I.T.E., Milano 1938, vol.I, p.67;
16) cfr. G.Gentile: Teoria generale dello spirito come atto puro – Sansoni, Firenze 1938; può essere interessante notare che quanto accaduto a Gentile era già capitato a Hegel. Si domanda infatti Scaligero: “Perché Hegel, percependo etericamente, in puri concetti e archetipi, il mondo, non aveva ritenuto più importante descrivere una simile esperienza e lavorare alla formulazione di un metodo per realizzarla, piuttosto che servirsi di essa per costruire una interpretazione filosofica del mondo?” (M.Scaligero: Dallo Yoga alla Rosacroce – Perseo, Roma 1972, p.114). In effetti, come Hegel ha razionalizzato o sistematizzato la sua (occulta) esperienza della realtà del concetto, così Gentile ha razionalizzato o sistematizzato la sua (occulta) esperienza della realtà del pensare;
17) chi elabora un “puro pensare, – dice a questo proposito Steiner – come quello che ho indicato nella mia Filosofia della libertà, troverà che ciò non porta affatto al possesso di singoli concetti che compongono un sistema filosofico, ma che si tratta di un afferrare l’individualità umana stessa e la sua esistenza preterrena (…) Ci si appropria un particolare stato di vita animica, se, in modo giusto, si compenetra quello che ho inteso nella mia Filosofia della libertà” (R.Steiner: Forze spirituali attive fra vecchia e nuova generazione – Antroposofica, Milano 1964, p.162);
18) scrive appunto Scaligero: “”Vero uomo” è colui che riesce a trasformare in amore e compassione la malvagità umana” (M.Scaligero: Iside-Sophia: la dea ignota – Mediterranee, Roma 1980, p.23);
19) F.S.Chesi: op.cit., pp.75-76;
20) cfr. Giovanni Gentile e La filosofia della libertà, 14 febbraio 2002;
21) F.S.Chesi: op.cit., p.16;
22) M.Scaligero: Tecniche della concentrazione interiore – Mediterranee, Roma 1985, p.14;
23) R.Steiner: Indicazioni per una scuola esoterica – Antroposofica, Milano 1999, p.15;
24) M.Scaligero: Manuale pratico della meditazione – Tilopa, Roma 1984, p.30;
25) ibid., p.31;
26) M.Scaligero: Tecniche della concentrazione interiore, pp.9-10;
27) a chi è addentro nella scienza dello spirito, ricordiamo che la rappresentazione, il pensare e il concetto, in virtù della mediazione della terza gerarchia (cfr. La logica hegeliana e le gerarchie spirituali, 7 dicembre 2003), si trovano rispettivamente in rapporto con gli Spiriti della forma, con gli Spiriti del movimento e con gli Spiriti della saggezza (cfr. conferenza del 20 gennaio 1914 in R.Steiner: Il pensiero cosmico – Basaia, Roma 1985); altresì suggeriamo, in merito ai diversi gradi di coscienza, di collegare quello del “pensato” (o dell’ego) alla figura di Giovanni Battista, quello del “pensare” all’entità dell’Arcangelo Michele, quello della “coscienza pensante” all’entità della Vergine-Sophia (“Michele – afferma giustappunto Scaligero – apre nella testa la via al cuore e perciò prepara l’incontro con la Vergine Sophia” - M.Scaligero: Iside-Sophia: la dea ignota, p. 36) e quello dell’Io all’entità del Cristo;
28) R.Steiner: Domande umane e risposte cosmiche in Antroposofia – Rivista di scienza dello spirito, anno LX, n°2, marzo-aprile 2005, pp.11-12. Ferma restando la natura unidimensionale o lineare del pensare, si tratta di osservare dal medesimo punto di vista il concetto, la percezione e la rappresentazione. Il concetto, quale essenza, ha la stessa natura dell’Io, ed è perciò adimensionale o puntuale; la percezione (l’immagine percettiva), nella quale è soprattutto attiva la volontà, è invece tridimensionale (o solida), mentre la rappresentazione, – come spiega La filosofia della libertà (pp.89-90) – stando “in mezzo”, fra la percezione e il concetto, è bidimensionale (o piana);
29) M.Scaligero: Tecniche della concentrazione interiore, p.14;
30) R.Steiner: La filosofia della libertà, p.217;
31) M.Scaligero: ibid., p.9.

 

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