Articolo del: 20/09/2005

Sezione: Scienza e coscienza
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"Omo, mittite a ppensare" (1)

“Le verità sono tante, la realtà è una”, usava ricordare Massimo Scaligero.
La realtà, infatti, è l’insieme di tutte le verità e il fondamento unitario delle loro reciproche e molteplici relazioni.
Come tale, è l’oggettività assoluta: ovvero, un’oggettività che supera, trascende e risolve l’ordinaria contrapposizione di soggetto (ego) e oggetto (non-ego) derivante, essenzialmente, da quella di pensare e volere (percepire).
Ad essa si riferisce Novalis, quando scrive: “Quanto più oggetto, tanto maggiore l’amore per esso. – All’oggetto assoluto va incontro l’amore assoluto” (2).
La realtà, in quanto oggetto assoluto (e non quindi relativo a un soggetto parimenti relativo) è dunque, insieme, soggetto assoluto.
La realtà insomma è Dio e Dio è la realtà (3).
“Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8): beati pertanto i “puri di cuore”, perché, vedendo Dio, vedranno la realtà.
Quella realtà che rimane celata al solo volere (percepire) o al solo pensare, e quindi al solo empirismo, al solo razionalismo o al solo idealismo.
Il senso della realtà assoluta o spirituale (dell’anima cosciente) è dunque diverso dal senso della realtà relativa o sensibile (fondata sulla percezione dei sensi fisici), come dal senso della verità (dell’anima razionale o affettiva).
Il senso della realtà assoluta o spirituale (del noumeno) è infatti quello dell’Io sono, il senso della verità è quello del concetto (astratto) e della logica (analitica), mentre il senso della realtà relativa o sensibile (del fenomeno) è quello dell’ego.
“La verità – afferma appunto Steiner – educa l’anima razionale o affettiva” (4): educa, ossia, il sentire nel pensare, e, per ciò stesso, quel soggetto psico-fisico cui non è dato trascendere la sfera soggettiva o personale.
E cosa educa invece l’anima cosciente? Sempre Steiner così risponde: “ Se l’uomo si trova di fronte a qualcosa che, pur avendo realtà esteriore, gli è ancora ignoto, a qualcosa che egli non può ancora afferrare, raggiungere col pensiero, si può dire che egli vi si accosta con amore e dedizione. L’anima cosciente non arriverà mai alla conoscenza, neppure delle cose esteriori, se non si accosta ad esse con amore e dedizione (…) La devozione diviene in tal modo l’educatrice dell’anima cosciente” (5).
Sono dunque l’amore per la realtà, la devozione e la dedizione all’oggetto (quali frutti del volere nel pensare e dell’oblìo del soggetto psico-fisico) a guidare l’anima cosciente, consentendole così di osservare spassionatamente il mondo e di scoprire le leggi che ne governano il corpo fisico (la sfera inorganica): consentendole, ossia, di fare scienza (in senso galileiano).
La scienza, tuttavia, non è riuscita ancora a estendere tale amore, tale devozione e tale dedizione all’anima e allo spirito del mondo: cioè a dire, a quanto, nel mondo, è qualitativo ed essenziale.
Osserva appunto Steiner: “La forza dell’anima cosciente domina nel corpo, ma essa non può ancora penetrare nell’anima” e gli uomini riescono “a tenere l’intellettualità soltanto nell’ambito del corpo, e in esso soltanto nei sensi” (6).
Nei confronti del mondo, la scienza si viene in tal modo a trovare nella medesima condizione di un amante che, dell’amata, fosse in grado di conoscere e apprezzare la sola corporeità.
Fatto si è che il pensiero, per farsi “servo di Dio” o della realtà, dovrebbe sposare, come Francesco d’Assisi, Madonna Povertà.
Per essere, dovrebbe rinunciare infatti ad avere: rinunciare, cioè, a quanto è suo (alle proprie opinioni, ai propri punti di vista, alla vanità o all’orgoglio intellettuale), per ricevere “in elemosina” i contenuti dalla realtà.
“Si lasci che le cose e i fatti parlino a noi, – raccomanda appunto Steiner – anziché parlar noi di essi (…) Si reprima in noi stessi ciò che forma questo o quel pensiero e si lasci che solo quanto sta fuori produca i pensieri in noi” (7).
“Lo Spirito Santo non dice nulla, – ribadisce dal canto suo la moderna mistica Paule de Mulatier – perché nessuna Persona procede da lui. Tuttavia, ciò che dice il Padre o il Figlio non è percepito dall’anima che grazie al suo Abbraccio, attraverso il quale si trova unita a chi le sta parlando. E’ per questo che si dice dello Spirito Santo che dispensa i doni: perché fa sì che l’anima possa riceverli” (8).
Condizionati come siamo dal materialismo (o dal suo pendant: lo spiritualismo), riusciamo però a riconoscere e apprezzare la “santità” del comportamento esteriore (del volere, collegato al Padre), un po’ meno la “santità” della vita dell’anima (del sentire, collegato al Figlio) e quasi per nulla la “santità” della vita dello spirito (del pensare, collegato allo Spirito Santo) (9).
Nell’epoca dell’anima razionale o affettiva (prettamente “filosofica”) è stata concepita – è vero – una intelligentia spiritualis guidata dallo Spirito Santo, ma tale intelligentia, in quanto sorretta dalla fede e subordinata alla rivelazione, non era ancora libera.
Lo Spirito Santo cattolico (dal momento che lo si raffigura, per lo più, in forma di colomba) assomiglia - arriva a dire Adolf Holl - “a un uccello in gabbia”; e aggiunge: “Che lo spirito si muova dove vuole, sta scritto nel Vangelo di Giovanni, ma i custodi del credo non lo accettarono per valido. Ciò che odorava di gnosi veniva per loro non dallo Spirito Santo, ma dal diavolo”; molti furono però coloro che “non potevano proprio accontentarsi di credere che lo Spirito Santo avesse terminato la sua attività attorno all’anno 100, in accordo con quanto stabilito autorevolmente dalla rivelazione divina” (10).
Chiudere la colomba dello Spirito Santo “in gabbia” altro non significa, tuttavia, che tarpare le “ali dorate” del libero e vivo pensare con il morto pensato: cioè con i sistemi, le dottrine, le formule o i dogmi.
Redimere il pensato, liberando il pensare, non vuol dire infatti pensare al solito modo cose nuove, bensì pensare in modo nuovo le solite cose (ossia, il reale).
Afferma giusto Steiner: “Chi considera la scienza dello spirito come una somma di nozioni, potrà naturalmente conoscere moltissime cose, ma se penserà allo stesso modo di prima non avrà accolto la scienza dello spirito. Avrà accolto la scienza dello spirito soltanto se in certo senso avrà modificato il modo, la formazione, la struttura del pensiero; se, rispetto a prima, sarà diventato per così dire un altro” (11).
Com’è possibile, dunque, imprigionare o seppellire il pensare nel pensato, così è possibile liberare o far risorgere il pensare dal pensato (lo Spirito Santo dall’intelletto, dalla mente o dallo “spirito profano”).
Tutto dipende, in realtà, dall’intenzione che nel profondo ci anima, e quindi dall’uso che facciamo di quel pensato dal quale l’uomo moderno (l’uomo dell’anima cosciente) deve necessariamente prendere le mosse. Una cosa, infatti, è mirare a restituirlo a vita (in grazia del Logos che “si è fatto carne”), altra è mirare, più o meno inconsciamente, a imbalsamarlo o mummificarlo (arimanicamente), nell’illusione di poterne così evitare la corruzione e il disfacimento.
Dice appunto il Cristo: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci” (Mt 23,13).
Ma chi comincia a studiare la scienza dello spirito – si potrebbe obiettare – non pensa forse “al solito modo cose nuove”?
E’ così. Le “cose nuove” che “pensa” rappresentano però, non un fine, ma un mezzo; non servono solo a sapere, bensì anche, se non soprattutto, a esercitare il pensiero, al fine di rafforzarlo, svilupparlo e condurlo così a esperire delle “insolite” e superiori modalità conoscitive del suo stesso essere (12). Chi comincia a studiare la scienza dello spirito usa dunque la forza del pensiero, non per informarsi, bensì per formarsi o, più propriamente ancora, per trasformarsi.
Non a caso, lo “studio”, per Steiner, è il primo dei sette passi del cammino che conduce alla moderna iniziazione; e “lo studio quale primo gradino dell’iniziazione – osserva giustamente Prokofieff – è qualcosa di completamente nuovo nello sviluppo dell’occultismo” (13).
Se all’intelletto dell’uomo – spiega infatti Steiner – “viene offerta un’immagine dei mondi superiori, questa non rimane infeconda per lui, anche se a tutta prima gli appare solo come un’esposizione di fatti superiori di cui egli non può ancora accertarsi per visione propria. I pensieri che gli vengono comunicati rappresentano infatti di per sé una forza, la quale continua ad agire nel mondo dei suoi propri pensieri. Questa forza sarà attiva in lui, desterà attitudini sopite” (14).
E perché le “desterà”? Perché “ogni sapere intorno al mondo animico e a quello spirituale giace nelle profondità dell’anima umana. Mediante il “sentiero della conoscenza” si può farlo affiorare. Ma “comprendere” noi possiamo anche quello che altri ha attinto dalle profondità dell’anima e non solo quel che ne abbiamo attinto noi stessi. Anche prima di esserci avviati sul “sentiero della conoscenza”, un’esatta cognizione spirituale risveglia nell’anima non oscurata da pregiudizi le forze della comprensione. Il sapere inconscio muove incontro al fatto spirituale scoperto da altri. E questo suo “muovere incontro” non è fede cieca, bensì giusta attività del sano intelletto” (15). Fatto sta che “ci si immagina l’ingresso nel mondo spirituale troppo simile a un’esperienza sensibile, e perciò si trova che l’esperienza di quel mondo fatta nel leggere è troppo simile al pensiero. Ma quando lo si accoglie veramente nel pensiero, ci si muove già nel mondo spirituale e occorre soltanto ancora rendersi conto che si ha già sperimentato, senza accorgersene, ciò che si riteneva di avere ricevuto come comunicazione intellettuale” (16).
Inutile aggiungere, per concludere, che chi comunica quanto ha “attinto dalle profondità dell’anima” vuole essere pensato, e non creduto.
Le “bestie” del fideismo e della credulità non sono infatti più brutte e temibili di quelle dello scetticismo e dell’incredulità.

Note:

01) Jacopone da Todi: Laude n°76;
02) Novalis: Frammenti – Rizzoli, Milano 1976, p.428;
03) per questo, nella versione del Pater noster data da Steiner, è detto: “Non lasciare che il Tentatore agisca su di noi oltre la misura delle nostre forze, poiché in Te, o Padre santo, non esiste tentazione alcuna: essendo, il Tentatore, solo illusione e inganno, dai quali Tu ci liberi, grazie alla luce della conoscenza di Te nel cuore”. Dove non ci sono “illusione e inganno” altro non può esserci, infatti, che la realtà;
04) R.Steiner: Metamorfosi della vita dell’anima – Tilopa, Roma 1984, p.28;
05) ibid., p. 58;
06) R.Steiner: Massime antroposofiche – Antroposofica, Milano 1969, pp.134 e 135;
07) R.Steiner: Teosofia – Antroposofica, Milano 1957, pp.134-135;
08) C.Sanson: Maria della Trinità – Paoline, Milano 2005, p.111;
09) la “santificazione” del pensare nulla toglie, naturalmente, a quelle più tradizionali e riconosciute del sentire e del volere. Scrive al riguardo Steiner: gli “”aiutatori del mondo e dell’umanità” attraversano la vita benedicendo e beneficando. A loro, per ragioni che qui non è il caso di spiegare, sono state concesse doti che sembrano soprannaturali. Ciò che li distingue dal discepolo dell’occultismo è il solo fatto che quest’ultimo agisce coscientemente, con piena visione dell’insieme. Egli consegue, per mezzo appunto della disciplina, ciò che ai primi è stato donato dalle potenze superiori per il bene del mondo. Questi uomini benedetti da Dio meritano sincera venerazione, ma non per questo il lavoro della disciplina occulta dovrà essere considerato superfluo” (R.Steiner: L’Iniziazione – Antroposofica, Milano 1971, p.66);
10) A.Holl: Lo Spirito Santo – Rizzoli, Milano 1998, pp.116, 86 e 29;
11) R.Steiner: Esigenze sociali dei tempi nuovi – Antroposofica, Milano 1971, pp.203-204;
12) scrive Steiner: “A chi sostiene che la conoscenza dell’uomo abbia dei limiti che non possono essere superati e che lo arrestano davanti a un mondo invisibile, si può rispondere: “Non v’è dubbio alcuno che per mezzo del genere di conoscenza di cui si tratta, non si può penetrare in un mondo invisibile. Chi ritiene possibile solo quel genere di conoscenza non può giungere a conclusione diversa da questa: che all’uomo è impedito di penetrare in un eventuale mondo superiore”. Ma possiamo anche soggiungere: “Se è possibile sviluppare un altro genere di conoscenza, questo può condurci nel mondo soprasensibile”” (R.Steiner: La scienza occulta nelle sue linee generali – Antroposofica, Milano 1969, p.37);
13) S.Prokofieff: L’Essere Antroposofia – Arcobaleno, Oriago di Mira (Venezia) 1996, p.9. Precisa per di più Steiner: “Per chi, senza rivolgere lo sguardo dell’anima a determinati fatti del mondo soprasensibile, si mette solamente a fare “esercizi” per penetrarvi, quel mondo rimane un caos indeterminato e confuso” (R.Steiner: La scienza occulta…, p.42);
14) R.Steiner: Teosofia – Antroposofica, Milano 1957, p.130;
15) ibid., p.131;
16) R.Steiner: La scienza occulta…, p.42.

 

Francesco Giorgi
 
Rudolf Steiner