Articolo del: 14/11/2005

Sezione: Studi gnoseologici
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Le opere scientifiche di Goethe (3)

A Weimar, mi è finalmente concesso – confessa Goethe – “di cambiar l’aria di rinchiuso e di città con un’atmosfera di campagna, di bosco e di giardino”.
E Steiner osserva: “Dobbiamo considerare, quale incentivo immediato allo studio delle piante, il lavoro che il poeta intraprende allora nel giardino donatogli dal Duca Carlo Augusto. Goethe ne prende possesso il 21 aprile 1776, e il Diario pubblicato da Keil fa d’ora innanzi frequente menzione dei lavori di Goethe in quel giardino, che divengono una delle sue occupazioni più care” (p. 11).

Quest’attitudine “pratica” di Goethe è la stessa che informa la scienza dello spirito (Educazione pratica del pensiero, così è intitolata, ad esempio, una conferenza di Steiner del gennaio del 1909). Passare dall’esperienza dell’ordinario pensiero rappresentativo a quella del pensiero immaginativo, equivale infatti a passare dall’esercizio di un pensare pratico (esperto) di ciò ch’è morto (ad esempio, di ciò ch’è tecnico) a un pensare pratico di ciò ch’è vivo. E non si dimentichi che è proprio l’esperienza (la percezione) del pensiero quale realtà vivente o dinamica a preparare, a due diversi e successivi livelli, tanto quella del concetto o dell’idea quanto quella dell’Io, quali realtà essenziali o spirituali.
Nostro compito (compito dell’anima cosciente) non è dunque quello di pensare astrattamente lo spirito (come fa la filosofia), bensì di percepirlo.
Come sapete, non potremmo esperire la “singolarità” se non percepissimo le cose mediante i sensi (fisici). A questa singolarità concretamente percepita, siamo però soliti opporre un’universalità astrattamente pensata, mentre saremmo chiamati a sviluppare i sensi animico-spirituali al fine d’integrare la percezione (fisica) della prima con la percezione (spirituale) della seconda.
Ma torniamo a noi.
Goethe ha cominciato a lavorare nel suo giardino tra i ventisei e i ventisette anni e, nell’intento di approfondire le sue esperienze, ha preso, non molto tempo dopo, a studiare Linneo.

Scrive al riguardo Steiner: “Nel sistema di Linneo non si cercava mai l’essenza della pianta. Goethe invece non poteva fare a meno di chiedersi: in che cosa consiste il quid che fa di un dato essere naturale una pianta? Egli doveva riconoscere che quel quid si ritrova egualmente in tutte le piante, e, nondimeno, v’era pure tutta l’infinita varietà degli esseri singoli, che esigeva una spiegazione. Come avviene che quell’uno si manifesti in forme tanto svariate? Tali potevano essere i problemi che Goethe si poneva, leggendo gli scritti di Linneo, poiché egli stesso diceva di sé: “Ciò ch’egli, Linneo, cercava ad ogni costo di tener separato, doveva, secondo l’intima necessità del mio essere, tendere all’unificazione”” (p. 12).

“Tendere all’unificazione”: ovvero, alla sintesi. Ma una sintesi è sana solo se segue all’analisi; altrimenti si tratta di una sintesi “mistica”, e non scientifica. Il mistico si àncora infatti col sentimento all’uno e rifugge dal passare al molteplice, poiché teme di perdervisi. Come ormai sappiamo, ci si può però perdere tanto nel molteplice quanto nell’uno. Certo, non è facile realizzare l’uno al di là del molteplice, poiché, per poterlo fare, occorre non solo rinunciare a privilegiare l’uno a danno dell’altro, ma anche sciogliere il nodo del loro rapporto.
E’ facile piuttosto prevedere che molti nostri contemporanei sorrideranno o si scandalizzeranno dell’interrogativo che Goethe “non poteva fare a meno” di porsi. Chi mai oggi si domanda, infatti, in che cosa consista l’essenza di una cosa? Non a caso, molti odierni scienziati amano rifarsi (a modo loro) a Kant: proprio a colui, cioè, che ha ritenuto inafferrabile e inconoscibile il “noumeno” o l’essenza.
Ciò fa sì, tuttavia, che si disponga oggi di una mineralogia che ignora che cosa sia il minerale, di una botanica che ignora che cosa sia la pianta, di una zoologia che ignora che cosa sia l’animale e, neanche a dirlo, di un’antropologia che ignora che cosa sia l’essere umano.
Tutto questo lo si ignora, ma si finisce poi col comportarsi come se lo si sapesse. Edoardo Boncinelli, ad esempio, prima asserisce: “Che cosa significhi mantenersi vivi non è ancora del tutto chiaro. Manca a tutt’oggi una definizione rigorosa di vita e di vivente”, ma non si fa poi scrupolo di dichiarare – come avete sentito la volta scorsa – che “gli esseri viventi sono essenzialmente dei motori”.
Ma torniamo a Goethe. Egli dunque si domanda: “In che cosa consiste il quid che fa di un dato essere naturale una pianta?”.

Scrive Steiner: durante i suoi studi, “egli si rese conto sempre meglio che è proprio un’unica forma fondamentale quella che appare nell’infinita molteplicità dei singoli individui vegetali, e tale forma fondamentale stessa gli divenne sempre più perspicua; egli riconobbe inoltre che in tale forma fondamentale risiede la possibilità di infinite variazioni, per cui dall’unità deriva la molteplicità. Il 9 luglio 1786 scrive alla signora von Stein: “Si giunge a percepire la forma con la quale la natura gioca, per così dire, di continuo, e giocando produce la molteplice vita”” (p. 15).

Notate che Goethe dice qui “percepire”, e non, poniamo, “ipotizzare”, “presumere” o “congetturare”. E’ dunque sul punto di fare esperienza (extrasensibile) del “tipo” e del rapporto che vige tra tale entità e l’ambiente esterno.

Per scoprire questo rapporto – nota però Steiner – “Goethe aveva finora indagato un campo troppo ristretto. Bisognava ch’egli potesse studiare una medesima pianta in condizioni e sotto influssi diversi” (p. 15).

Ed ecco che il viaggio in Italia gli offre numerose occasioni per compiere le osservazioni di cui aveva bisogno.

A Venezia, ad esempio, “egli scopre diverse piante che gli mostrano proprietà che poteva aver loro conferito solo l’antico sale del terreno sabbioso, e ancor più l’aria salsa. Ivi trova una pianta che gli sembra simile all’”innocente tossilaggine”, ma che là si trova armata di difese aguzze, con foglia coriacea, e così pure i follicoli e i gambi; tutto massiccio e grasso. Goethe poté così constatare che tutti i caratteri esteriori della pianta, tutto ciò che di essa appare all’occhio, è incostante, variabile e ne trae la conseguenza che l’essenza della pianta non consista in tali proprietà, ma debba ricercarsi più in profondità” (pp. 15-16).

Tale essenza può dunque svilupparsi, in un certo ambiente nella forma A, in un altro nella forma B, in un altro ancora nella forma C, e così via. Il che vuol dire – come ormai tutti sanno - che l’ambiente condiziona il suo sviluppo.
Ma in qual modo lo condiziona? Questo è il punto!
Per lo più infatti si pensa (in modo meccanico) che i caratteri esteriori della pianta siano determinati direttamente dall’ambiente; ciò però non è vero, poiché quest’ultimo agisce sull’essenza interiore della pianta, che reagisce, adattando o conformando a esso i suoi caratteri esteriori.
Tutto quello che della pianta “appare all’occhio”, ed è “incostante” o “variabile”, è dunque determinato dalla pianta stessa in risposta agli stimoli esercitati su di essa dall’ambiente.

“La concezione darwiniana – osserva appunto Steiner - suppone che gli influssi esterni agiscano sulla natura di un organismo come cause meccaniche, e come tali lo modifichino. Per Goethe, invece, le singole modificazioni sono estrinsecazioni diverse dell’organismo primordiale, il quale ha in sé la facoltà di assumere molteplici aspetti, e in un caso determinato assume quello che risulta più appropriato alle condizioni ambientali” (p. 19).

Per “organismo primordiale”, dobbiamo naturalmente intendere la Urpflanze: vale a dire, la pianta-tipo, la pianta archetipica o l’archetipo della pianta.
Non si creda, tuttavia, che l’indagine di Goethe e quella di Darwin siano tra loro in contrasto; a ben vedere, risultano anzi complementari. Darwin, infatti, è stato soprattutto attento a quanto agisce dall’ambiente esterno, mentre Goethe è stato soprattutto attento a ciò che reagisce, dall’interno, agli stimoli ambientali.
Come vedete, quando si dispone di un pensiero di ampio respiro non c’è alcuna necessità di prendere partito per l’una o l’altra verità (come ad esempio fanno, nel caso specifico, i creazionisti e i darwinisti o neodarwinisti) poiché si è in grado di accoglierle e di armonizzarle tutte.

“Goethe – spiega infatti Steiner – si pone la mèta di sviluppare l’elemento costante, mentre Darwin si sforza d’indagare e di esporre nei particolari le cause” della variabilità. “Questi due atteggiamenti sono entrambi necessari e si completano a vicenda. Si sbaglia assai se si fa consistere la grandezza di Goethe solo nel fatto ch’egli sia stato un precursore di Darwin. La concezione goethiana è molto più ampia e comprende due aspetti: 1) il tipo, ossia la legge che si manifesta nell’organismo, l’animalità nell’animale, la vita che si svolge da se stessa e possiede la forza e la capacità di svilupparsi, grazie alle possibilità insite in essa, in molteplici forme esteriori (generi, specie); 2) l’azione reciproca fra organismo e natura inorganica, nonché fra i vari organismi (adattamento e lotta per l’esistenza). Darwin svolse solo quest’ultimo aspetto della scienza degli organismi; non si può quindi affermare che la teoria darwiniana sia lo sviluppo delle idee fondamentali di Goethe; è lo sviluppo di un solo loro aspetto, di una parte di esse. Quella teoria contempla solo i fatti per cui il mondo organico si sviluppa in un certo modo, ma non considera quel quid su cui tali fatti agiscono in modo determinante (…) Un semplice raffronto renderà più chiara la cosa. Si prenda un pezzo di piombo, lo si faccia liquefare al calore, indi lo si versi in acqua fredda. Il piombo passa attraverso due successivi stati di aggregazione: il primo è ottenuto mediante la temperatura più elevata, il secondo mediante quella più bassa. Ora, la formazione di questi due stadi non dipende solo dalla natura del calore, ma essenzialmente anche da quella del piombo: una sostanza diversa, posta nelle medesime condizioni, mostrerà un comportamento del tutto differente. Anche gli organismi si lasciano influenzare dall’ambiente che li circonda, anch’essi assumono, sotto l’azione dell’ambiente, condizioni diverse, e precisamente in modo corrispondente alla loro natura essenziale, a quel quid che ne fa appunto degli organismi. Questa loro essenza è proprio quella che ritroviamo nelle idee di Goethe. Soltanto chi sia dotato di comprensione per questa essenza degli organismi sarà in grado di comprendere perchè essi rispondano a determinati stimoli appunto in quel determinato modo e in nessun altro; e potrà formarsi giuste rappresentazioni sulla variabilità delle forme organiche e sulle leggi dell’adattamento e della lotta per l’esistenza che vi sono connesse” (pp. 16-17).

Potremmo dire, insomma: mostrami come reagisci e ti dirò chi sei!
Ma andiamo con ordine.
Il tipo è dunque “legge”, così come legge è il concetto o l’idea, in quanto – direbbe Hegel – “essere determinato”, “essenza” o “qualità”.
“Quel che si chiama idea – ribadisce del resto lo stesso Goethe – è quello che sempre si manifesta e quindi ci appare come legge di tutti i fenomeni” (Massime e riflessioni – TEA, Roma 1988, p. 219). Pensate, ad esempio, a una nota musicale, poniamo a un do. Il do ha un’essenza o una qualità diversa da quella, che so, di un mi, di un re o di un fa. La legge del do non è dunque che il modo di essere del do.
Oppure pensate ai colori. Il rosso non può essere che il rosso: è la sua legge, la sua necessità.
Ecco perché, nella natura, non può esserci libertà. Come il do non può essere infatti che il do, e il rosso non può essere che il rosso, così un papavero non può essere che un papavero, un elefante non può essere che un elefante, e così via.
L’uomo è invece libero in quanto è un Io: un Io che, essendo al di là o al di sopra del mondo dei concetti, delle idee o delle leggi, ha facoltà di destreggiarsi tra le molteplici necessità.
Considerate, ad esempio, un pittore. Per realizzare un quadro, utilizza diversi colori. Ebbene, pur costituendo ciascun colore una necessità, egli ha facoltà di creare un qualcosa che non ha assolutamente nulla di necessario.
Ciò potrebbe aiutarci a capire che l’uomo dovrebbe attuare la propria libertà appunto muovendosi, quale Io, tra le diverse necessità (concetti, idee, leggi), bilanciando sapientemente ogni loro intrinseca unilateralità con quella opposta.
Steiner – come abbiamo appena visto – fa l’esempio del piombo. Oggi si conoscono però le “proprietà”, e non le “qualità”, dei metalli: si conosce, ossia, ciò che il metallo ha, e non ciò che il metallo è. E perché? Perché perfino a questo livello l’essere è stato (arimanicamente) sostituito dall’avere. Anche in questo modo, tuttavia, non si sfugge al problema: chi è infatti il proprietario di tali proprietà?
Per Goethe, – come abbiamo visto - tale proprietario è (in campo botanico) la “pianta-tipo”.

Di questa, così scrive il 17 aprile 1787: “Essa deve pur esistere; come potrei altrimenti riconoscere che questa o quella formazione è una pianta, se non fossero tutte formate secondo un solo modello?”. E Steiner osserva: “Goethe intende parlare del complesso di leggi formative che organizza la pianta, e ne fa ciò che essa è; ciò per cui, di fronte a un determinato oggetto di natura, ci rendiamo conto che si tratta di una pianta: ecco che cos’è la pianta-tipo. Come tale, è un quid ideale, afferrabile solamente nel pensiero; ma acquista figura, acquista una certa forma, grandezza, colore, numero di organi, ecc..” (p. 18).

Sia dunque chiaro che la “pianta-tipo” non la si percepisce con gli occhi fisici, ma con quelli del pensiero (con la coscienza ispirativa). Con i primi, non la si può infatti vedere, in quanto essa s’incarna, sulla terra, sempre e soltanto nei modi che le consentono le condizioni ambientali, e mai dunque compiutamente.
Come vedete, si tratta di una scoperta (extrasensibile), e non di un’invenzione: della scoperta, cioè, di quella essenza o entità che governa la vivente manifestazione sensibile o spaziale della pianta.

Infatti, conclude Steiner: “Il vivente è un tutto in sé conchiuso, che deriva da se stesso i propri modi di esistere. Tanto nella connessione spaziale degli organi, quanto nella successione temporale degli stadi di un essere vivente, esiste un giuoco di reciproci rapporti che non appare condizionato dai caratteri sensibili degli organi, né da un nesso meccanico-causale fra uno stadio precedente ed uno successivo; al contrario, esso viene dominato da un principio superiore che si eleva al di sopra dei singoli organi e dei singoli stadi. Dipende dalla natura dell’intero che un determinato stadio venga posto come primo e un altro come ultimo; e così pure la successione degli stadi intermedi è già inclusa nell’idea dell’organismo intero. Il precedente dipende dal successivo e viceversa; in breve, nell’organismo vivente si ha sviluppo di un elemento dall’altro, trapasso dei diversi stadi l’uno nell’altro; non un’esistenza finita, conchiusa, del singolo, ma un continuo divenire” (p. 19).

Roma, 19 settembre 2000

 

Lucio Russo
 
Rudolf Steiner