Articolo del: 24/11/2005

Sezione: Studi gnoseologici
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Le opere scientifiche di Goethe (4)

Alla fine del nostro ultimo incontro, abbiamo letto un passo in cui Steiner dice: “Tanto nella connessione spaziale degli organi, quanto nella successione temporale degli stadi di un essere vivente, esiste un giuoco di reciproci rapporti che non appare condizionato dai caratteri sensibili degli organi, né da un nesso meccanico-causale fra uno stadio precedente ed uno successivo; al contrario, esso viene dominato da un principio superiore che si eleva al di sopra dei singoli organi e dei singoli stadi”.
Per la scienza dello spirito, questo “principio superiore che si eleva al di sopra dei singoli organi e dei singoli stadi” è costituito (a un primo livello) dal corpo eterico (ossia da un campo di forze morfogenetiche).
E per la scienza ufficiale? Ce lo dice Boncinelli (cui stiamo demandando appunto l’onere di rappresentarne le opinioni): “Negli esseri viventi esiste un’organizzazione che si mantiene al di là e al di sopra del continuo avvicendarsi delle molecole. Che cosa sia questa particolare forma di organizzazione che interessa le molecole della materia vivente oggi lo sappiamo tutti. Essa non è infatti che il frutto della continua consultazione di una serie di istruzioni che ogni cellula porta racchiusa nel suo nucleo e che prende il nome di patrimonio genetico o genoma. Le istruzioni sono scritte in un linguaggio particolare e si trovano registrate su di un particolare supporto materiale, chiamato DNA” (La mente, il cervello e l’anima – Mondadori, Milano 2000, pp. 27-28).
Come si vede, anche la scienza ufficiale riconosce l’esistenza di “un’organizzazione che si mantiene al di là e al di sopra del continuo avvicendarsi delle molecole”.
Qual è allora il problema? Che tanto la scienza dello spirito quanto la scienza ufficiale ammettono l’esistenza di una realtà (di un “principio superiore” o di una “organizzazione”) che sta “al di là o al di sopra” di quella sensibile (dei “singoli organi e dei singoli stadi” o del “continuo avvicendarsi delle molecole”), ma mentre la prima la pone appunto nel sovrasensibile, la seconda la pone, al contrario, nel subsensibile.
E perché la pone nel subsensibile? Perché dichiara, sì, che tale realtà si trova “al di là o al di sopra” di quella sensibile, ma finisce poi col rappresentarsela (non sapendo fare altrimenti) così come usa rappresentarsi il sensibile.
Ma chiunque si rappresenti una realtà extrasensibile come se fosse sensibile (o, il che è lo stesso, pensi l’extrasensibile con lo stesso tipo di pensiero con cui pensa il sensibile) approda fatalmente - come insegna La filosofia della libertà – al “realismo metafisico”.
O c’è forse qualcuno in grado di farci vedere con gli occhi quelle informazioni o “istruzioni” che sarebbero “scritte in un linguaggio particolare” e si troverebbero “registrate su di un particolare supporto materiale, chiamato DNA”?
Pensate al bambino: verso i sette anni, cambia i denti, senza che qualcuno, dall’esterno, provveda a estrargli i vecchi e a impiantargli i nuovi. E chi è allora a provvedere, dall’interno, alla loro sostituzione? Proprio quel corpo eterico o “principio superiore che si eleva al di sopra dei singoli organi e dei singoli stadi” e che provvederà pure, verso la fine del secondo settennio, a renderlo pubere.
Che i processi evolutivi siano determinati interiormente, e si svolgano a fasi o stadi, potrebbero peraltro dimostrarlo anche i risultati cui sono giunte, in campo psicodinamico, le ricerche di Freud e Jung.
Secondo Freud, l’autonomo sviluppo della libido comincerebbe infatti con la fase “orale”, e, proseguendo con quella “anale” e con quella “uretrale”, si concluderebbe con la fase “genitale”; secondo Jung, l’altrettanto autonomo “processo d’individuazione” s’inizierebbe invece (come illustrato da Erich Neumann, nella sua Storia delle origini della coscienza – Astrolabio, Roma 1978) con lo stadio “archetipico” dell’” Uroboros” e, attraverso quelli della “Grande Madre” e dell’”Eroe”, si compirebbe con lo stadio della “Trasformazione” o della “Osiridizzazione”.
Certo, il primo si è mosso sul piano biologico o, più precisamente, “psicosessuale”, mentre il secondo su quello “archetipico”; entrambi, tuttavia, non hanno potuto fare a meno di rilevare un processo che origina dall’interno e che, dall’esterno, può essere favorito od ostacolato, ma giammai creato.
Torniamo comunque a Goethe.

Nota Steiner: “Il 17 maggio 1787 Goethe scrive a Herder: “Mi ero reso conto che in quell’organo della pianta che siamo soliti chiamare foglia, si nasconde il vero Proteo, capace di celarsi e manifestarsi sotto le apparenze più diverse. In qualsiasi direzione si consideri la pianta, essa è sempre solamente foglia, e così inscindibilmente unita al germe futuro da non consentire che si pensi l’una senza l’altro”. Mentre nell’animale quel principio superiore che domina ogni singolo esemplare ci si presenta concretamente, come quello che muove i vari organi, li adopera in modo conforme ai suoi bisogni, ecc., la pianta è ancora sprovvista di un siffatto reale principio vitale” (p. 20).

Che cosa vuol dire che la pianta “è ancora sprovvista di un siffatto reale principio vitale”, cioè di un’essenza?
Per capirlo, dobbiamo ricordare che una cosa è l’essenza (l’idea), altra la relazione in cui l’essenza sta con la sostanza (con la “cosa”), e che la pianta-essenza sta, con la pianta-sostanza, in una relazione diversa da quella in cui l’animale-essenza sta con l’animale-sostanza.
Nel mondo vegetale, tale relazione ha carattere “trascendente”; in quello animale, “immanente”. Alla scienza dello spirito, risulta infatti che il corpo astrale (il corpo delle essenze) si trova incarnato negli animali, ma non nelle piante.
Proprio per questo, le piante possono crescere e riprodursi, ma non sradicarsi e muoversi. Al contrario degli animali, esse non hanno infatti reciso il cordone ombelicale che le vincola alla madre-terra.
Sarà anche bene ricordare che ogni essenza (ogni “in sé”), per manifestarsi, deve uscire da sé (“ex sé”) e divenire esistenza. Prima si manifesta infatti nel tempo, poi nello spazio: in questo tuttavia muore, trasformandosi in stato. L’essenza, dunque, prima fluisce, scorre o vive nel tempo e poi si coagula, si arresta o muore nello spazio.
Per pensare davvero la vita occorre perciò pensare davvero il movimento. Ma come pensarlo senza fermarlo, rappresentandoselo? A questa domanda, ho già risposto altre volte così: il vero pensiero del movimento è il vero movimento del pensiero.
Ove all’Io riuscisse (grazie all’esercizio interiore) di sperimentare se stesso nell’atto o nel movimento del pensiero, si svelerebbe per ciò stesso il segreto del divenire, del tempo e della vita.

Risposta a una domanda
Il rapporto che l’Io ha col pensiero immaginativo è diverso da quello che ha col pensiero rappresentativo. Nel primo, si sperimenta infatti attivo, mentre nel secondo si sperimenta passivo: al punto di essere portato a credere, come sostiene il realismo ingenuo, che la rappresentazione interiore non sia una produzione del soggetto, bensì una ri-produzione dell’oggetto esteriore.

Ma torniamo a noi.

Scrive Steiner: “La pianta è dunque un essere che sviluppa in tempi successivi una serie di organi tutti collegati fra di loro e con l’intero organismo da una e identica idea formativa. Ogni pianta è un armonico insieme di piante. Una volta raggiunta la chiarezza su questa idea, a Goethe non restava altro da fare se non le singole osservazioni atte a dimostrare partitamente i diversi stadi evolutivi che la pianta esprime dal proprio seno”; e in una nota a piè di pagina, aggiunge: “Avremo più volte occasione di chiarire la natura di questo rapporto delle singole parti col tutto. Se volessimo prendere a prestito dalla scienza contemporanea un concetto riferibile a un simile raggruppamento di esseri animati cooperanti in un tutto, potremmo forse ricorrere a quello di alveare in zoologia. Si tratta di una specie di “Stato” di esseri viventi, di un individuo costituito a sua volta da individui autonomi, di un individuo di categoria superiore” (p. 20).

Tale “idea formativa” o “individuo di categoria superiore” è ancora una volta l’essenza. Riguardo a questa, però, si pone la seguente alternativa: o si porta il pensiero ordinario, elevandolo, sul piano dell’essenza; o si porta l’essenza, abbassandola, sul piano del pensiero ordinario (finendo così con l’andare – come abbiamo visto - al di sotto di questo stesso piano).
Ma come si fa ad abbassare l’essenza? E’ semplice: rendendo essenziale l’inessenziale; proiettando cioè l’essenza sull’esistenza in genere, come fanno il realismo ingenuo e il materialismo, o su qualche ente o esistente in particolare, come ha fatto, ad esempio, Linneo.
Da questo punto di vista, Linneo appare, suo malgrado, una sorta di “Freud del mondo vegetale”. Come quest’ultimo era infatti convinto che quella sessuale fosse l’attività essenziale dell’uomo, così Linneo era convinto che fosse l’attività essenziale delle piante (in quanto causa della “fruttificazione”).
“Il sistema linneano – osserva appunto Giulio Barsanti – era assolutamente inedito, sotto questo profilo, e i botanici settecenteschi non si lasciarono ingannare da quegli elenchi: premesso che Linneo si assumeva per intero la paternità del sistema sessuale, alcuni affermarono anzi che tale sistema tornava ad essere, in quanto fondato su un solo carattere, un sistema artificiale. Per la classificazione zoologica il sistema linneano incontrò meno resistenze perché non era fondato unicamente sulla struttura dell’apparato riproduttivo e pertanto si configurava come un sistema più tradizionale” (introduzione a C.Linneo: I fondamenti della botanica – Theoria, Roma-Napoli 1985, p. 17).
Quando si è incapaci di vedere la parte nel tutto e il tutto nella parte, si può quindi finire col ridurre il tutto alla parte, promuovendo così l’inessenziale (percepibile, se si è realisti ingenui; impercepibile, se si è realisti metafisici) al grado di essenziale.
Dal momento che alla realtà non si sfugge, e dal momento che l’essenza è appunto una realtà (ideale o spirituale), bisognerebbe però decidersi: o la si accetta così com’è, o s’ingaggia un qualche parvenu (fisico o metafisico) che ne reciti la parte.
Vedete, il fisico tedesco Wilhelm Röntgen (1845-1923) scoprì dei “raggi” (gli fu conferito, per questo, il Nobel, nel 1901) che ebbe la correttezza di chiamare “X” proprio perché non si capiva di quale natura fossero (M.Giroud: Marie Curie – Fabbri, Milano 2000, p.71).
Magari dunque si facesse altrettanto con l’essenza di quella “organizzazione che si mantiene – come dice Boncinelli - al di là e al di sopra del continuo avvicendarsi delle molecole”!
Ma torniamo a Goethe.
Per lui, ogni parte vale quanto l’altra, poiché il “tipo” non si presta a essere identificato con nessuno degli organi che costituiscono l’insieme (tanto più che quelli privilegiati da Linneo, i genitali maschili o “stami” e i genitali femminili o “pistilli”, non erano, per Goethe, che foglie metamorfosate).

Scrive in proposito Steiner: “Se consideriamo la dottrina goethiana della metamorfosi, quale la troviamo formulata nell’anno 1790, scorgiamo che per Goethe questo concetto è quello di un alterno espandersi e restringersi. Nel seme la formazione della pianta è contratta (concentrata) al massimo grado. Con le foglie segue quindi il primo sviluppo, il primo espandersi delle forze formative. Ciò che nel seme è concentrato in un punto, si separa, si espande spazialmente nelle foglie. Nel calice le forze si contraggono di nuovo verso un punto assiale; la corolla è il risultato dell’espansione successiva; gli stami e il pistillo, della successiva contrazione; il frutto dell’ultima (terza) espansione; dopo di che tutta la forza vitale della pianta (questo principio di entelechia) si cela nel seme, nella condizione di massima contrazione” (p. 21).

Hegel, tuttavia, pur ammirando grandemente Goethe, ritiene che la metamorfosi altro non sia che “un fugace alito delle forme” (V.Verra: Letture hegeliane – Il Mulino, Bologna 1992, p. 108).
E per quale ragione? Perché tra le “forme” o le essenze delle cose e le cose (percepite nello spazio mediante i sensi) si colloca il tempo: quel divenire, soffio, o appunto ”alito”, delle forme o delle essenze che, esaurendosi, le tramuta in cose.
Immaginiamo di trovarci di fronte a due piante: che so, a una rosa e a una gardenia. L’essenza dell’una è diversa da quella dell’altra: diverse sono infatti le loro forme, diversi i loro colori e i loro profumi. Non dovremmo però fermarci a questo. Tanto la rosa quanto la gardenia sono infatti delle piante e, come tali, condividono, al di là di ciò che le rende diverse, una medesima essenza: ovvero, quel medesimo quid o quel medesimo “tipo” che fa sì che una pianta sia per l’appunto una pianta.
Ciò significa che le essenze s’interpenetrano, stando una dentro l’altra, in qualità di subordinate o di sovraordinate.
Pensate, ad esempio, ai concetti di “gatto”, “felide”, “carnivoro”, “mammifero” e “animale”: non stanno forse l’uno dentro l’altro? Il primo non è forse subordinato al secondo, il secondo al terzo, il terzo al quarto, e il quarto al quinto? E il “micio” che stiamo magari accarezzando, non è appunto, a un tempo, un gatto, un felide, un carnivoro, un mammifero e un animale?
Come si vede, si tratta di concetti da porre, non l’uno accanto all’altro (come usa fare l’intelletto analitico), bensì l’uno dentro l’altro, come circonferenze concentriche di diverso diametro.
E’ possibile pertanto distinguere l’essenza di una pianta da quella di un’altra, ma è possibile anche distinguere, a un superiore livello, l’essenza della pianta (la Urpflanze di Goethe) da quella dell’animale.
La dottrina della metamorfosi riguarda dunque il divenire. Ma il divenire di che cosa? Di un quid che è al di là del tempo e dello spazio. Vivono infatti le piante, vivono gli animali, e vivono pure gli esseri umani: c’è dunque un vivente che è altro, sì, dal non-vivente, ma che non dà ancora ragione, di per sé, delle differenze qualitative.
Secondo Hegel – osserva appunto Verra – “la metamorfosi è soltanto “un lato” del processo, che non esaurisce la totalità, in quanto si deve anche essere attenti alla “distinzione dei costrutti”” (ibid., p. 106).

Risposta a una domanda
Dobbiamo imparare a distinguere tra la forma e la forza. Il divenire è ad esempio una forza che non ha ancora forma, mentre il divenuto (lo stato) è una forma che non ha più forza. La forza tende a esaurirsi nella forma. Quando parliamo dell’essenza, parliamo però di una “entelechia”: ossia di un’entità ch’è unità di forma e di forza. Si tratta infatti di una forma che ha forza e di una forza che ha forma, allo stesso modo del sole, che è una luce che ha calore e un calore che ha luce.
Sul piano del pensiero, l’entelechia si presenta come concetto. Di norma, siamo però coscienti della realtà (spenta) della rappresentazione, ma non di quella (viva) del concetto. Quest’ultima ce la dobbiamo conquistare.
Il pensare (quale “verbo”) è invece una forza: una forza che può afferrare (intuire) A, afferrare B, afferrare C, e così via. I concetti (A, B, C, ecc.) si trovano dunque al di là del pensare. Il che consente di stabilire la seguente gerarchia: 1°) concetto; 2°) pensare; 3°) rappresentazione.
Il concetto è qualità; e la qualità determina e delimita uno spazio ideale: dove finisce lo spazio qualitativo A, comincia infatti quello B, dove finisce quello B, comincia quello C, e così via.

Potremmo perciò dire – concludendo - che Goethe sta a Linneo come Hegel sta ad Aristotele.
Goethe ha infatti immesso il movimento o il divenire nel rigido universo naturale di Linneo così come Hegel lo ha immesso nel rigido universo logico di Aristotele (la sua logica, ad esempio, contempla una “deduzione” dinamica delle categorie, e non una loro statica e gelida “tavola”).
Ancora una cosa.
Qualcuno potrebbe chiedersi: ma perché, in campo botanico, la fama e l’autorità di Goethe non sono allora pari, se non superiori, a quelle di Linneo?
Ebbene, ascoltate cosa dice ancora Barsanti: “ Come fu presto chiaro che a dispetto di certe premesse essa (la philosophia linneana – nda) conduceva a un sistema artificiale, così fu contemporaneamente altrettanto chiaro che ciò costituiva un grande vantaggio per la scienza botanica, e forse il vantaggio più importante. Gilibert (Jean-Emmanuel Gilibert, botanico, 1741-1814 – nda) se ne rese conto con grande lucidità: nonostante quello di Tournefort (Joseph Pitton de Tournefort, medico e botanico francese, 1656-1740 – nda) fosse più naturale, il sistema di Linneo andava indiscutibilmente preferito ad esso perché era “più uniforme nella sua articolazione”, ossia evitava di fornire troppi criteri per classificare i corpi (ciò che disorienta il naturalista) e forniva, molto più efficacemente, un solo parametro, la chiave per districarsi nel labirinto della natura. Il sistema sessuale era certamente un sistema artificiale (perché la sessualità è solo un aspetto della natura vivente) ma andava preferito proprio per questo: perché selezionandone un carattere era in grado di confrontare oggetti che, molto diversi per altri caratteri, sarebbero stati difficilmente confrontabili. Al pari di altri linneani Gilibert apprezza dunque, di questa operazione, il carattere fuorviante: e, in particolare, il fatto che grazie a essa la natura sembri una realtà molto più uniforme di quanto sia, come se per muoversi al suo interno fosse necessario, almeno per raggiungere certi obiettivi, trasfigurarla” (op. cit., pp. 19-20).
Se la fama e l’autorità di Goethe non sono pari, se non superiori, a quelle di Linneo lo si deve dunque al fatto che la coscienza ordinaria ha preferito “sconvolgere” o “trasfigurare” l’ordine della natura piuttosto che sviluppare e modificare se stessa.

Roma, 26 settembre 2000

 

Lucio Russo
 
Rudolf Steiner