Articolo del: 16/09/2006

Sezione: Studi gnoseologici
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Le opere scientifiche di Goethe (33)

Avvertenza: la sera del 15 maggio 2001, prima di riprendere la lettura delle Opere scientifiche di Goethe, venne letto, commentato e discusso l’articolo di Francesco Giorgi, Scienziaggini, pubblicato due giorni prima (13 maggio) dal nostro “Osservatorio”.


Torniamo adesso al nostro lavoro.

Scrive Steiner: “Nelle scienze spirituali l’uomo ha a che fare con le sue proprie creazioni, con le opere della cultura, della letteratura, dell’arte, ecc.. Lo spirituale viene afferrato dallo spirito. E il solo scopo delle scienze spirituali dev’essere quello di far riconoscere all’uomo dove il destino lo ha collocato; egli ha da intendere ciò che è stato già compiuto e ciò che tocca a lui di compiere. Per mezzo delle scienze spirituali egli deve trovare il punto giusto per partecipare con la propria personalità al lavoro del mondo. L’uomo deve conoscere il mondo spirituale e secondo tale conoscenza determinare la sua partecipazione ad esso” (p. 146).

E’ dunque “per mezzo delle scienze spirituali” che l’uomo può “trovare il punto giusto per partecipare con la propria personalità al lavoro del mondo”, per compiere liberamente la propria missione o per attuare quello che, in contrasto con il dover-essere, abbiamo chiamato il suo “voler-essere”.
A detta di Martin Heidegger (1889-1976), quello dell’uomo non è però un dover-essere né un voler-essere, bensì un “poter-essere”.
Che cosa significa? Che non dovremmo – secondo lui - orientare e determinare la nostra esistenza in base alla conoscenza del mondo spirituale, ma limitarci, in quanto esseri posti o “gettati” nel mondo, a “progettarla”.
Già, ma che cosa vuol dire “progettare”, se non voler realizzare un’idea? E non sarà allora che la differenza - che tanto gli sta a cuore - tra una esistenza “autentica” e una “inautentica” è data proprio dalla “autenticità” o “inautenticità” dell’idea che si vuole realizzare?
Potremmo infatti definire “autentica” ogni idea che sia veicolo dell’Io, e “inautentica” ogni idea che non lo sia. Ricordate quanto abbiamo detto, al riguardo, la scorsa settimana? Che come “non è tutto oro quel che riluce”, così non è “tutta idea quel che si pensa”, poiché se nella forma di una idea reale vive la forza (libera) dell’Io, in quella di un’idea apparente vive invece la forza (karmicamente determinata) della nostra personale natura.
Per l’ego, quindi, una cosa è “poter-essere”, in base all’opinare soggettivo, questo o quello, altra è “voler-essere”, in base al conoscere oggettivo, l’Io: ovvero, ciò che realmente è.
L’uomo, dice Steiner, “ha da intendere ciò che è stato già compiuto e ciò che tocca a lui di compiere”. C’è però un problema: dal momento che “ciò che tocca a lui di compiere” lo sa e lo vuole l’Io, ma non lo sa e non lo vuole l’ego, non è sufficiente muoversi in superficie (sul piano della coscienza ordinaria), ma è necessario scendere nel profondo.
Il linguaggio dell’ego è infatti quello delle rappresentazioni, mentre il linguaggio dell’Io è quello delle immaginazioni, delle ispirazioni e delle intuizioni. Non è possibile perciò intendere ciò che l’Io sa e vuole, senza sviluppare, andando al di là di quella rappresentativa, una coscienza immaginativa, una ispirativa e una intuitiva.
Non essere con la coscienza all’altezza delle immaginazioni, ispirazioni e intuizioni, può risultare peraltro rischioso per l’equilibrio mentale.
Pensate, tanto per fare un esempio, al celebre psichiatra e psicoanalista austriaco Wilhelm Reich (1897-1957), che concluse tragicamente i suoi giorni nel penitenziario federale di Lewisburg (Tennessee). Si tratta di un uomo che ha avuto vivo sentore della realtà eterica (da lui detta ”energia orgonica”), dell’attività delle forze ostacolatrici luciferiche e arimaniche (da lui dette “mistico-meccanicistiche”), e perfino dell’entità del Cristo (da lui visto quale uomo “orgonomico” ideale), ma che ha poi costretto e ridotto tutto questo nell’angusto ambito della coscienza naturalistica (fino al punto di esigere, a differenza di Freud e Jung, che gli psicoterapeuti fossero laureati in Scienze Naturali).
Dice ancora Steiner che l’uomo, “per partecipare con la propria personalità al lavoro del mondo”, deve “conoscere il mondo spirituale”: il che vuol dire, più precisamente, che deve imparare ad ascoltare, nell’anima, quanto per il suo bene dice l’Angelo (custode), e quanto per il bene del suo popolo dice invece l’Arcangelo (cfr. R.Steiner: La missione di singole anime di popolo – Antroposofica, Milano 1983).
Ma come possiamo imparare ad ascoltarli? Imparando a padroneggiare noi stessi, tanto da ridurre al silenzio tutto ciò che, risalendo dalla nostra inferiore natura, rumoreggia abitualmente nell’anima. Tali Esseri infatti ci parlano, ma noi non riusciamo ad ascoltarli, perché il muto suono delle loro voci (delle loro immaginazioni e ispirazioni) viene purtroppo ricoperto da quello delle nostre chiacchiere (delle nostre opinioni). Più diventiamo energici nel tenere a freno la nostra inferiore natura, più ci rendiamo pertanto ricettivi nei loro confronti.
Essi vivono e operano, in sostanza, nell’inconscio di ciascuno di noi; ed è per questo che la scienza dello spirito vorrebbe aiutarci a sollevare pian piano alla coscienza quanto vive e opera nel profondo. Diceva Freud: “Ove era l’Es, ivi regnerà l’io”. “D’accordo, – gli si sarebbe potuto rispondere – ma non è di certo con gli strumenti conoscitivi di cui disponi che riuscirai a raggiungere la meta che ti prefiggi”.
Fatto si è che per sollevare i contenuti inconsci alla coscienza, occorre modificare la coscienza (ordinaria). Questa, infatti, in tanto è diventata padrona della realtà sensibile, in quanto ha rimosso o respinto nell’inconscio la realtà spirituale. Come pensare, quindi, che ci si possa asciugare con un asciugamano bagnato? Che ci si possa cioè rivolgere ai contenuti dell’inconscio, conoscerli e accoglierli, senza modificare quella coscienza che è divenuta ciò che è proprio per aver loro girato le spalle?
Vedete, godiamo normalmente di un livello di coscienza, quello di veglia, e di tre livelli d’incoscienza: quelli di sogno, di sonno e di morte. Chiunque voglia davvero far regnare l’Io al posto dell’Es è chiamato perciò a sviluppare la coscienza immaginativa, per illuminare il livello di sogno, la coscienza ispirativa per illuminare il livello di sonno, e la coscienza intuitiva per illuminare quello di morte. Come sa infatti ogni speleologo, più si va in profondità e più luce occorre.
Fate però attenzione, anche dove regna l’Es al posto dell’Io la coscienza si trasforma, ma lo fa in modo distruttivo (generando perversioni, nevrosi e psicosi), e non creativo (promuovendo uno sviluppo morale).
In questa luce, l’ego, con la sua “asettica” coscienza intellettuale (razionalistica, illuministica, e oggi “computazionale”) rappresenta davvero – per dirla con Nietzsche – “una corda tesa tra la bestia e il Superuomo”; con la decisiva differenza, però, che quello che per Nietzsche era il “Superuomo” (Übermensch), per noi è invece il Logos che vive nell’Io (nel “Sé spirituale”).
Ma torniamo a noi.

Dopo aver citato, riguardo alla “vita del popolo”, un passo del politico e letterato tedesco Gustav Freytag (1816-1895), Steiner scrive: “Se Freytag avesse investigata tale vita del popolo, avrebbe certamente scoperto ch’essa si dissolve nell’azione di una somma di singoli individui che superano quell’oscura costrizione, sollevando alla loro coscienza l’inconscio, e avrebbe veduto come proceda dagli impulsi della volontà individuale, dall’azione libera dell’uomo, ciò ch’egli qualificava come oscura costrizione (di una “forza primordiale” – nda), parlando di un’anima di popolo” (pp. 146-147).

Vedete: “sollevando alla loro coscienza l’inconscio”. Ma l’abbiamo appena detto: per sollevare davvero l’inconscio, bisogna sollevarsi dalla coscienza ordinaria; altrimenti si finisce, non con il sollevare l’inconscio, bensì con l’abbassare tale coscienza, caotizzandola e disgregandola.

Continua Steiner: “Ma un’altra cosa è da considerarsi riguardo all’azione dell’uomo in seno al suo popolo. Ogni personalità rappresenta una potenza spirituale, una somma di forze che cercano la possibilità di operare. Perciò ognuno deve trovare il luogo dove la sua azione possa inserirsi nel proprio organismo etnico nel modo più fecondo. Ch’egli trovi tal posto, non deve essere lasciato al caso. La costituzione dello Stato non ha altro scopo che di provvedere affinché ciascuno possa trovare un ambiente adeguato per la propria azione. Lo Stato è la forma nella quale si estrinseca l’organismo d’un popolo” (p. 147).

In effetti, l’Io umano è un’inesauribile “risorsa energetica”: vale a dire, un’inesauribile fonte d’idee e di azioni. Arte dell’organizzazione sociale dovrebbe essere pertanto quella di permettere ai suoi singoli membri di sviluppare al meglio le loro attitudini e i loro talenti.
C’è però un solo habitat in cui ciò può avvenire: ed è l’habitat della libertà. Quella vera libertà – s’intende - ch’è inscindibile – come ormai sappiamo – e dalla consapevolezza e dalla responsabilità. Superfluo dire che tale arte è completamente ignota a tutti quei sistemi teocratici, nomocratici e plutocratici che rendono i propri membri rispettivamente schiavi dello spirito, della politica e dell’economia.
Eppure, che cosa si è fatto finora, se non sostituire la schiavitù economica con quella politica e la schiavitù politica con quella economica, correndo così il rischio che, per sottrarsi tanto all’una che all’altra, si finisca prima o poi col ricadere nella schiavitù spirituale?
Vedete, perché l’uomo possa sviluppare le proprie attitudini e i propri talenti a beneficio della comunità, servirebbe una vita spirituale autogestita e indipendente dalla vita politica e da quella economica, così come ci vorrebbe una vita politica autogestita e indipendente da quella spirituale ed economica, e una vita economica autogestita e indipendente da quella spirituale e politica: servirebbe, insomma, una triarticolazione dell’organismo sociale (cfr. R.Steiner: I punti essenziali della questione sociale – Antroposofica, Milano 1980).
E’ chiaro, in ogni caso, che dovrebbe essere il popolo a fare lo Stato, e non lo Stato a fare il popolo, così come dovrebbero essere gli individui a fare il popolo, e non il popolo a fare gli individui.

Prosegue Steiner: “L’etnografia e la scienza politica debbono studiare il modo migliore in cui la singola personalità possa adeguatamente farsi valere. La costituzione deve scaturire dalla più intima essenza di un popolo. Il carattere del popolo, espresso in singoli articoli, è la migliore delle costituzioni statali” (p. 147).

Mi auguro non sfugga l’attualità di queste considerazioni. Molti oggi temono, infatti, che la cosiddetta “globalizzazione” economica finisca con l’annullare le identità politiche e culturali dei vari Stati nazionali. Tuttavia, questo fondato timore li porta per lo più a rigettare non solo la globalizzazione politica e culturale, ma anche quella economica. e a opporre così alla unilateralità dei “sì-global” quella dei “no-global”.
Non ci si avvede, così, che la vita economica potrebbe universalizzarsi senza mettere a repentaglio la particolarità della vita politica e l’individualità di quella spirituale soltanto ove si desse a queste tre attività umane la possibilità di organizzarsi e svilupparsi autonomamente, in funzione delle loro diverse esigenze ideali e materiali.
Nell’organismo sociale triarticolato – proposto da Steiner – la vita economica dovrebbe infatti ispirarsi all’ideale “socialista” (alla fraternité), la vita politica all’ideale “democratico” (alla égalité) e la vita spirituale all’ideale “liberale” (alla liberté).
Osserva per l’appunto Goethe: “E’ nei modi di pensare che bisogna cercare il liberalismo, e questi sono l’anima vivente” (Massime e riflessioni – TEA, Roma 1988, p. 69).

Roma, 15 maggio 2001

 

Lucio Russo
 
Rudolf Steiner