Articolo del: 21/07/2007

Sezione: Scienza e coscienza
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Antropologia (2)

Riprendiamo subito a leggere.

Dice Steiner: “Prima della nascita l’essere umano è ancora sotto la protezione di esseri che stanno al di sopra del fisico, e ad essi dobbiamo lasciare il singolo rapporto immediato tra il mondo e l’individuo umano. Perciò l’educazione prenatale non ha ancora nessun compito riguardo al bambino stesso, e può essere solo una conseguenza incosciente di come si comportano i genitori e specialmente la madre (...) Quanto meno si pensa a educare direttamente il bambino prima che esso venga alla luce del sole, e quanto più si pensa invece a condurre se stessi in maniera moralmente giusta, tanto meglio sarà per la creatura. L’educazione può cominciare solamente dopo che il bambino si è veramente inserito nell’ordine cosmico del piano fisico, e cioè quando comincia a respirare l’aria esterna. Quando poi il bambino ha fatto il suo ingresso nel mondo fisico, dobbiamo sapere che cosa significhi veramente questo trapasso dal piano spirituale al piano fisico. Prima ch’egli scenda sulla terra fisica, si stabilisce un primo legame tra il suo spirito e la sua anima; per spirito intendiamo un quid che oggi è ancora totalmente nascosto nel mondo fisico e che l’antroposofia chiama: uomo spirituale, spirito vitale, sé spirituale. Queste tre parti costitutive dell’uomo esistono, in certo modo, nella sfera soprasensibile verso la quale ora dobbiamo cercare di aprirci un varco nel nostro lavoro; e, nel periodo tra la morte e una nuova nascita, noi siamo già in un certo rapporto con esse. La forza che emana da questa triade compenetra l’anima dell’uomo sotto tre aspetti: l’anima cosciente, l’anima razionale e l’anima senziente” (pp. 21-22).

Sappiamo che l’uomo è un Io (uno spirito) che ha un corpo astrale (un’anima), un corpo eterico (una vita) e un corpo fisico, e che va immaginato non come un “punto” (fermo), bensì come un seme o un germe ch’è soltanto all’inizio della sua evoluzione.
La scienza dello spirito insegna infatti che il corpo fisico è frutto dell’evoluzione dell’antico-Saturno, dell’antico-Sole e dell’antica-Luna; che il corpo eterico è frutto dell’evoluzione dell’antico-Sole e dell’antica-Luna; che il corpo astrale è frutto dell’evoluzione dell’antica-Luna; e che l’Io inizia la propria evoluzione sulla Terra, ed è per ciò stesso un “neo-nato”, che ha davanti a sé un futuro tanto esteso quanto esteso è il passato che il corpo fisico ha dietro di sé.
Quale “neo-nato” (quale ego) l’Io deve dunque crescere. Ma può farlo (trasformandosi così gradualmente in “Sé spirituale”, “Spirito vitale” e “Uomo spirituale”), soltanto per mezzo dello sviluppo della coscienza e dell’autocoscienza.
Come l’ego è infatti l’immagine morta dell’Io, restituita dallo specchio fisico (dall’autocoscienza rappresentativa), così il Sé spirituale è l’immagine viva dell’Io, restituita dallo specchio eterico (dall’autocoscienza immaginativa), lo Spirito vitale è l’esperienza qualitativa dell’Io, mediata dal corpo astrale (dall’autocoscienza ispirativa) e l’Uomo spirituale è l’autoesperienza immediata dell’Io (l’autocoscienza intuitiva): ovvero un Io divenuto finalmente e pienamente se stesso.
Dice Steiner che “la forza che emana da questa triade compenetra l’anima dell’uomo sotto tre aspetti: l’anima cosciente, l’anima razionale e l’anima senziente”.
Per capire come la compenetri, occorre tuttavia distinguere le forze (in sé) dell’immaginazione, dell’ispirazione e dell’intuizione (aventi per soggetto, rispettivamente, il Sé spirituale, lo Spirito vitale e l’Uomo spirituale) da quelle della coscienza immaginativa, della coscienza ispirativa e della coscienza intuitiva.
La nostra ordinaria attività conoscitiva si serve infatti costantemente delle forze dell’immaginazione, dell’ispirazione e dell’intuizione, ma lo fa inconsciamente. E’ infatti cosciente soltanto della rappresentazione: vale a dire, del prodotto ultimo della cooperazione di queste tre forze.
Ma in qual modo l’Io ci ha permesso di avere coscienza di questo prodotto finale? Elaborando dapprima il corpo astrale, per generare l’anima senziente; elaborando poi il corpo eterico, per generare l’anima razionale (o affettiva); ed elaborando infine il corpo fisico, per generare l’anima cosciente (la coscienza e l’autocoscienza rappresentative).
Allorché l’Io arriva a maturare la coscienza e l’autocoscienza rappresentative, l’evoluzione cessa di essere incosciente e subcosciente, e diviene cosciente: cessa cioè di svolgersi allo stato di sonno e di sogno, per svolgersi allo stato di veglia.
Come il pulcino cresce all’interno dell’uovo e, giunto a un certo punto del suo sviluppo, lo rompe per poter venire alla luce, così l’uomo cresce, nell’anima, dall’interno all’esterno, e rompe il “guscio” soltanto quando raggiunge l’anima cosciente. Muove infatti (dormendo) dall’anima senziente (dall’anima inconsciamente intuitiva), attraversa (sognando) l’anima razionale o affettiva (l’anima inconsciamente ispirativa), e giunge (svegliandosi) all’anima cosciente (all’anima inconsciamente immaginativa): ovvero a quell’anima che, per mezzo dell’apparato neuro-sensoriale, lo mette in diretto contatto col mondo esterno e trasforma le inconsce (o pre-consce) immaginazioni in rappresentazioni finite (“chiare e distinte”).
Come si vede, è in virtù del corpo fisico, e in primo luogo dei sensi deputati ad accogliere gli stimoli esterni, che l’Io si affaccia sul mondo, mettendo così compiutamente a fuoco tanto la coscienza della realtà dell’oggetto quanto quella della realtà di se stesso quale soggetto (quale ego).
Non abbiamo purtroppo il tempo di caratterizzare in modo più dettagliato l’anima senziente e l’anima razionale o affettiva. Basterà perciò ricordare che all’anima senziente dobbiamo, per un verso le sensazioni, per l’altro i sentimenti. Essa infatti confina, in basso, con il corpo senziente e, in alto, con l’anima razionale o affettiva; ed è appunto dove confina con il corpo senziente che ci dà le sensazioni, mentre è dove confina con l’anima razionale o affettiva che ci dà i sentimenti.
Tutto questo dobbiamo naturalmente immaginarlo in modo dinamico: cioè a dire, come un gioco di forze in continua metamorfosi.
Nell’anima razionale o affettiva si affinano i sentimenti (che diventano più indipendenti dalla corporeità), si affina l’attività giudicante (che mette in relazione tra loro i concetti), e prende ad albeggiare la coscienza dell’Io. Come abbiamo spesso ripetuto, l’anima razionale o affettiva è infatti un’anima “filosofica”, attenta soprattutto al concetto, mentre l’anima cosciente è un’anima “scientifica”, attenta soprattutto al percetto (al contenuto della percezione sensibile).

Dice Steiner: “Se poteste scorgere l’essere umano che si appresta a discendere nel mondo fisico, dopo aver attraversato l’esistenza tra la morte e una nuova nascita, riscontrereste l’elemento spirituale or ora caratterizzato, collegato con quello animico. L’uomo, in certo modo, discende come anima-spirito, o spirito-anima, da una sfera superiore, nell’esistenza fisica di cui si riveste. All’elemento animico-spirituale viene portato incontro, qui sulla terra, un altro elemento costitutivo formato secondo i processi dell’eredità fisica: il corpo fisico compenetrato dal corpo eterico” (p. 22).

Dopo la “triade” spirituale e la “triade” animica, consideriamo adesso quella “eterico-fisica” (costituita dall’apparato metabolico e degli arti, dall’apparato ritmico – circolatorio e respiratorio – e da quello neuro-sensoriale).
Abbiamo infatti, da un lato, il corpo astrale e l’Io (gli elementi individuali che discendono, alla nascita, da una “sfera superiore”) e, dall’altro, il corpo eterìco e il corpo fisico (gli elementi ereditari che vengono portati loro incontro, “qui sulla terra”).

Dice Steiner: “Se guardate spassionatamente il bambino appena disceso in questo mondo, vi accorgerete che in lui l’anima-spirito o lo spirito-anima non è ancora veramente congiunto alla corporeità fisico-eterica. E’ missione dell’educazione, intesa in senso spirituale, di far incontrare armonicamente queste due parti costitutive dell’essere umano, di metterle d’accordo” (p. 23).

Per il fatto di nascere attraverso dei genitori, dobbiamo inserirci, quali individui, in un elemento extraindividuale. Le cosiddette “malattie esantematiche”, tipiche dell’infanzia (il morbillo, la varicella, la scarlattina, ecc.), non sono appunto, per la medicina antroposofica, che il segno della lotta condotta dall’elemento individuale (animico-spirituale) per assimilare quello ereditario (eterico-fisico).
Si tratta di una lotta importantissima per l’Io, che viene sulla Terra proprio per conoscere e realizzare se stesso (così da poter poi servire, liberamente, il mondo spirituale). Ove l’educazione non assolva la sua missione, l’Io corre pertanto il rischio di rimanere incistato negli elementi ereditari, e di non riuscire così a scoprire se stesso.
Per conoscere davvero se stessi (l’Io che è colui che è), bisogna infatti scrollarsi pian piano di dosso tutte quelle identificazioni o illusorie identità che (a mo’ di stampelle) svolgono una funzione, per così dire, “pedagogica” durante la prima metà della vita, ma che, nel corso della seconda, rappresentano soltanto un ostacolo.

Dice Steiner: “Dei tre sistemi che costituiscono l’uomo fisico, consideriamo anzitutto quello del ricambio. Esso è strettamente legato, da un lato, alla respirazione; e questa, per quanto riguarda il ricambio, è connessa a sua volta con la circolazione del sangue. Quest’ultima accoglie entro il corpo umano le sostanze del mondo esterno introdotte per altra via, sicché la respirazione, pure avendo funzioni sue proprie, è ugualmente legata, da un lato, col sistema del ricambio. D’altro canto essa è pure legata con la vita neuro-sensoria dell’uomo. Quando noi inspiriamo, esercitiamo continuamente una pressione sul liquido cefalo-rachidiano, che si riversa nel cervello; quando espiriamo, facciamo ridiscendere quel liquido dal cervello nel corpo. Con ciò trasmettiamo al cervello il ritmo della respirazione; sicché questa, congiunta da un lato al sistema del ricambio, dall’altro è congiunta col sistema neuro-sensorio. La respirazione è dunque l’intermediario più importante tra l’uomo che entra nel mondo esteriore fisico, e quest’ultimo. Tuttavia dobbiamo essere coscienti che, all’inizio della vita, non si stabilisce immediatamente la giusta armonia tra il processo dei nervi e dei sensi e quello della respirazione; questa non si svolge ancora nel modo adeguato alla vita fisica, e soprattutto del sistema neuro-sensorio” (pp. 23-24).

La respirazione fa dunque da “intermediaria” tra l’attività della natura, del corpo eterico e del corpo fisico (ereditari), e l’attività animico-spirituale, del corpo astrale e dell’Io (individuali): media, cioè, tra due opposti.
Se esistessero soltanto questi due, avremmo unicamente, da un lato, l’addome e gli arti (centro d’irradiazione dell’attività metabolica) e, dall’altro, la testa (centro d’irradiazione dell’attività neuro-sensoriale). Disporremmo cioè di un polo freddo (quello cefalico) e di un polo caldo (quello addominale), ma non di una zona, per così dire, “temperata” (quella toracica).
E’ in questa zona, infatti, che le attività dei due poli, in virtù dell’alternarsi dell’inalazione e della esalazione, s’incontrano e si armonizzano: mediante l’inalazione, l’elemento animico-spirituale penetra in quello eterico-fisico, e mediante l’esalazione ne riesce.
Dal momento, tuttavia, che “all’inizio della vita – come dice Steiner - non si stabilisce immediatamente la giusta armonia tra il processo dei nervi e dei sensi e quello della respirazione”, in quanto questo “non si svolge ancora nel modo adeguato alla vita fisica, e soprattutto del sistema neuro-sensorio”, c’è bisogno di una corretta educazione.
Il processo respiratorio ha infatti un rapporto, per così dire, “naturale” con quello metabolico, e uno, per così dire, “culturale” con quello neuro-sensoriale. Quest’ultimo, in quanto tale, deve essere perciò educato. Non lo si può però fare correttamente se s’ignorano le caratteristiche del terreno sul quale ci si accinge, pur con le migliori intenzioni, a intervenire.
Ogni intervento educativo può risultare infatti “giusto” o “sbagliato” soltanto in rapporto alla costituzione, al temperamento e al carattere dell’educando.
E’ facile capire, ad esempio, che un allievo di costituzione “longilinea”, di temperamento “melanconico” e di carattere “astenico” o “nevrastenico” (il tipo ”introverso” di Jung) dovrebbe essere educato in modo molto diverso da un allievo “brevilineo”, “collerico” e “isterico” (il tipo ”estroverso” di Jung). In entrambi, non si dà – è vero - “la giusta armonia tra il processo dei nervi e dei sensi e quello della respirazione”, ma mentre nel primo l’inalazione (l’attività neuro-sensoriale dell’organizzazione superiore, animico-spirituale), prevale sull’esalazione (sull’attività metabolica dell’organizzazione inferiore, eterico-fisica), nel secondo si verifica esattamente il contrario.
Sempre al fine di perseguire un’armonizzazione dell’organizzazione superiore con quella inferiore, si dovrebbe tenere inoltre presente che il sonno del bambino non è affatto uguale a quello dell’adulto.

Dice Steiner: il sonno del bambino “è caratterizzato appunto dal fatto di essere diverso da quello dell’adulto, il quale elabora e trasforma ciò che sperimenta durante la veglia. Il bambino no. Quando egli dorme, s’immerge ancora talmente nell’ordine generale del mondo, che non è capace d’introdurvi le esperienze fatte nel mondo esteriore fisico. A questo deve venir portato da una giusta educazione, in modo che le esperienze fatte sul piano fisico possano essere introdotte in ciò che lo spirito-anima, o anima-spirito, compie durante il sonno (...) Così, per cominciare, ogni attività educativa verrà diretta verso una sfera molto elevata: cioè all’insegnamento della giusta respirazione e del giusto ritmo nell’alternarsi di sonno e veglia. Va da sé che per educare e istruire apprenderemo regole di condotta che non mirano direttamente a un allenamento del respiro o del sonno; tutto ciò resterà, per così dire, sullo sfondo. Quelle che apprenderemo saranno regole concrete; ma dovremo soprattutto essere, fino in fondo, coscienti di ciò che facciamo. Quando insegneremo a un fanciullo questa o quella materia, dovremo essere coscienti di agire, in un caso, piuttosto nel senso di far penetrare l’anima-spirito entro il corpo fisico, nell’altro, di far penetrare la vita del corpo fisico nell’anima-spirito” (pp. 25-26).

Non si tratta dunque di “allenare” direttamente il respiro o il sonno del bambino, ma di educarlo in modo tale che quanto facciamo durante la veglia sia in grado di varcare la soglia che divide la sfera del conscio da quella dell’inconscio, e di esercitare così un’azione indiretta sul respiro e sul sonno, tanto da dare loro il giusto ritmo e correggere o risanare eventuali disarmonie tra la vita animico-spirituale e quella eterico-fisica.
Quanto non è in grado (per propria natura o per il modo in cui viene presentato) di varcare tale soglia (come, ad esempio, tutto ciò che è esangue, astratto o intellettualistico) può pertanto “istruire” o “informare”, ma non “educare” o “formare” l’uomo.
Vedete, noi adulti ci nutriamo, durante la veglia, di esperienze terrene (di percezioni e pensieri); nel sonno, le portiamo con noi e continuiamo (senza rendercene conto) a elaborarle, così da ricavarne quei frutti che andranno ad arricchire le nostre capacità.
Basti pensare – come ricorda spesso Steiner – al modo in cui abbiamo imparato a scrivere. Abbiamo cominciato a fare i bastoncini, poi le vocali, poi ancora le consonanti, e infine ci siamo scoperti capaci - non si sa come - di scrivere: “non si sa come”, poiché è appunto durante il sonno che i nostri sforzi diurni si trasformano in facoltà.
Certo, c’è chi si nutre, durante il giorno, più di percezioni che di pensieri (e magari, da homo faber, se ne vanta), così come c’è, al contrario, chi si nutre più di pensieri che di percezioni (e magari, da intellettuale o da maître à penser, se ne vanta). La cosiddetta “esperienza” può dunque prevalere sulla riflessione, allo stesso modo in cui la riflessione può prevalere sull’esperienza. Anche questi, però, non sono che problemi di equilibrio: di equilibrio, appunto, tra la vita animico-spirituale e quella eterico-fisica.
Per il bambino è però diverso, poiché tutto, in lui, è da subito, per così dire, “esperienza” e niente riflessione. E’ proprio questa che siamo chiamati perciò a educare, dal momento che l’altra gode ancora dell’amorevole e saggia guida delle Gerarchie spirituali.
In sostanza, è come se Steiner dicesse: “Lasciate in pace il bambino, nella sua parte eterico-fisica, protetta ancora dagli Dei; impegnatevi piuttosto ad agire, con altrettanta amorevolezza e saggezza, sulla sua parte animico-spirituale”.

Roma, 11 novembre 1999

 

Lucio Russo
 
Rudolf Steiner