Articolo del: 27/11/2007

Sezione: Scienza e coscienza
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Antropologia (12)

La volta scorsa, rispondendo a una domanda, ho ricordato che il pensiero intellettuale, essendo deputato a intessere relazioni tra elementi giustapposti, si muove in modo discreto.
Supponiamo che qua si dia il fenomeno A e là quello B, e che si tratti di scoprire se tra questi due fenomeni, separati nello spazio, si dia o meno un’estrinseca relazione di causa-effetto.
Per scoprirlo, dovremo servirci del pensiero intellettuale, che “saltando”, per così dire, dall’uno all’altro, è appunto in grado di gettare un ponte tra gli oggetti che si trovano gli uni fuori degli altri o gli uni accanto agli altri.
E’ questa la sua specializzazione, ma anche il suo limite.
Come abbiamo più volte ricordato, il suo movimento discontinuo, discreto o sincopato non può infatti dare ragione di quello continuo della vita o del tempo e, ancor meno, della realtà essenziale della qualità.
Va fatta, tuttavia, una considerazione della massima importanza. Noi diciamo: spazio, tempo, qualità, essere. Ma se l’essere rappresenta l’Io, che cosa rappresentano, allora, le altre tre categorie (collegate, rispettivamente, al corpo fisico, al corpo eterico e al corpo astrale)? Nient’altro che modi di essere e di esistere dell’Io, o gradi, gerarchicamente ordinati, della sua manifestazione.
Abbiamo anche detto, una sera, che l’Io, tessendo relazioni, fa del molteplice l’uno, quell’uno che l’Io stesso è.
Anche al più basso di tali livelli (quello fisico), l’Io infatti unifica, mediante l’idea dello spazio (e delle relazioni che implica), la molteplicità delle cose.

Dice Steiner: “Io contemplo la natura; la corrente della morte è in me, ed è anche la corrente della rinascita: morire e rinascere. Di questo rapporto la scienza moderna comprende assai poco, poiché considera la natura come un’”unità”, confondendo continuamente ciò che muore e ciò che diviene. Chi voglia invece riconoscere nettamente queste due correnti nella natura, deve porsi una domanda molto importante: come andrebbero le cose nella natura se l’uomo non vi fosse inserito?” (p. 50).

C’è dunque da distinguere tra monismo e monismo. Un conto, infatti, è un monismo che faccia – come si suol dire – “d’ogni erba un fascio”, altro è un monismo che sappia cogliere il molteplice nell’uno e l’uno nel molteplice (non a caso, il meccanicismo arimanico sa cogliere il molteplice, ma non nell’uno; mentre il misticismo luciferico sa cogliere l’uno, ma non nel molteplice).
Abbiamo appena detto, ad esempio, che lo spazio, il tempo e la qualità sono modi di essere e di esistere dell’Io, o gradi, gerarchicamente ordinati, della sua manifestazione. Il che sta a significare che la sola vera unità è quella dell’Io, e che, per realizzarla, bisogna avere la pazienza e l’umiltà di ascendere i vari gradi della sua manifestazione.

Risposta a una domanda
Ricorda quella sera in cui vi ho invitati a immaginare il tempo come una circonferenza e i quattro archi di cerchio in cui viene divisa, dal diametro orizzontale e da quello verticale, come quattro diverse fasi del suo divenire (cfr. 5° Incontro – ndr)?
Ebbene, provi adesso a immaginare la stessa circonferenza divisa, da un solo diametro, in due parti, così che una semicirconferenza (quella, diciamo, A-B) rappresenti il tempo intercorrente tra la nascita e la morte, e l’altra (quella, diciamo, B-A) rappresenti invece il tempo intercorrente tra la morte e una nuova nascita.
Un fatto è certo: per la coscienza intellettuale, la vita e la morte non possono essere che due opposti stati. In quanto vincolata ai sensi, può infatti concepire il divenire soltanto in modo astratto (soltanto indirettamente, attraverso lo spazio), e attribuirlo unicamente alla fase (terrena) che va dalla nascita alla morte.
Per questo livello di coscienza, non c’è pertanto continuità tra la vita e la morte. Per cogliere la continuità o il divenire occorre infatti salire dalla coscienza intellettuale a quella immaginativa.
Quest’ultima, tuttavia, è in grado di sperimentare la continuità, ma non la qualità, né – come abbiamo detto a suo tempo – l’enantiodromia.
Che cosa accade, infatti, nel punto che abbiamo chiamato B? Che la morte terrena si trasforma in una nascita spirituale. E in quello che abbiamo chiamato A? Che la morte spirituale si trasforma in una nascita terrena.
E’ dunque ingenuo affermare: “Tutto è spazio o morte” (come fanno i materialisti); “Tutto è tempo o vita” (come fanno i vitalisti o i “bioenergetici”); “Tutto è qualità o idea” (come fanno gli idealisti). Il Tutto (o l’Uno) è infatti nello spazio o nella morte, nel tempo o nella vita, nella qualità o nell’idea, allo stesso modo in cui questi sono, a loro volta, nel Tutto (o nell’Uno).
Ascoltate quanto dice appunto Bertrando Spaventa (1817-1883): il vero problema “è intendere, non l’ente per sé senza gli stati suoi, né gli stati suoi senza l’ente, ma come l’ente, mediante gli stati suoi, si fa quello che è”.
Il vero problema è dunque intendere, sia come l’Io si fa idea, come l’idea si fa vita, come la vita si fa morte, sia, all’inverso, come la morte si fa vita, come la vita si fa idea, come l’idea si fa Io (del Logos, il Prologo del Vangelo di Giovanni dice appunto: “Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui, neppure una delle cose create è stata fatta. In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini. E la luce risplende fra le tenebre; ma le tenebre non l’hanno ricevuta”).

Risposta a una domanda
Nelle “tenebre” dobbiamo vedere l’ego. Per cominciare a capire (almeno un poco) quanto afferma Giovanni nel suo Prologo, potrebbe provare a parafrasarne l’inizio così: “In principio era il Divenire, e il Divenire era presso l’Essere, e il Divenire era l’Essere. Il Divenire era in principio presso l’Essere. Tutto è divenuto per mezzo del Divenire, e senza il Divenire neppure una delle cose divenute è divenuta”.
Senza dimenticare, però, che non è che il Verbo sia il “divenire”, e che Dio sia l’”essere”; è che il Divenire è il “Verbo” e l’Essere è “Dio” .

Risposta a una domanda
Dopo la morte, raccogliamo quanto abbiamo seminato durante la vita terrena (così come, dopo la nascita, raccogliamo, in forma di destino, quanto hanno seminato le Gerarchie durante la vita celeste).
Per questo, vogliamo tornare sulla Terra. Solo qui possiamo infatti rimediare, da uomini liberi, ai danni prodotti dai nostri errori.
L’Oriente ci offre, a questo proposito, una bella immagine: lo stesso vento che rovescia una barca, ne fa andare a gonfie vele un’altra. Che si verifichi la prima o la seconda di queste eventualità non dipende infatti dal vento, ma dal grado di perizia del marinaio.
Steiner arriva a dire, allo stesso proposito, che nostro compito è appunto quello di trasformare il negativo in positivo o le disgrazie in fortune.
Si ricordi dell’esercizio della “positività”. Mi è capitato più volte di sottolineare che si tratta di un esercizio ben più profondo e difficile di quanto in genere s’immagini. Non si tratta infatti di adottare un atteggiamento suadente, dolciastro, melenso o buonista quale quello suggerito, ad esempio, dal “Think pink” della New age, bensì d’impegnarsi a scoprire qual è la ragione di quelli che hanno torto, o quale sia il bene che si occulta nel male. Se è vero, infatti, che il male è un bene dis-locato nel tempo o nello spazio, è anche vero, allora, che dobbiamo andare a scovare il bene al di là del tempo o dello spazio: al di là cioè dei luoghi in cui ci si presenta appunto la sua de-formazione, quando non addirittura il suo capovolgimento.
Fatto sta che nessuna “positività” del sentimento è sincera, se non deriva da una conquista del pensiero o della conoscenza.

Dice Steiner: “Se l’uomo non facesse parte dell’evoluzione della terra, non ci sarebbero in gran parte, nemmeno gli animali, poiché gran parte, specialmente degli animali superiori, è sorta nell’evoluzione della terra solo pel fatto che l’uomo, per così dire, si è fatto largo coi gomiti. Giunto a un certo gradino della sua evoluzione terrestre, dovette espellere per forza dal suo proprio essere (nel quale allora era contenuto ben altro che non oggi) gli animali superiori; dovette eliminarli al fine di poter progredire egli stesso (...) L’uomo, in stati precedenti della sua evoluzione, era unito al mondo animale che, in seguito, eliminò come un sedimento. Gli animali sulla terra non sarebbero divenuti ciò che sono oggi, se l’uomo non avesse dovuto diventare ciò che è attualmente. Senza la presenza degli uomini nell’evoluzione terrestre, le forme animali e la terra avrebbero tutt’altro aspetto da quello che hanno oggi” (p. 51).

Chi ha studiato La scienza occulta queste cose le sa già. Si tratta però - come sempre - non tanto di saperle, quanto piuttosto d’imparare a pensarle. Solo pensandole in modo giusto è possibile renderle infatti e-videnti.
Ascoltate quanto dice al riguardo Steiner, ne Il Vangelo di Giovanni in relazione con gli altri tre e specialmente col Vangelo di Luca: “Forse alcuni si meraviglieranno che io parli di teologi, cioè di persone che discorrono di spiritualità, come di pensatori materialistici. Ma non si tratta di quello che uno crede e di quello che studia, ma del come si studia, indipendentemente dal contenuto dello studio stesso”.
Proviamo comunque a pensare, tornando a noi, a Michelangelo. Quando decise di scolpire la Pietà, ordinò per prima cosa un blocco di marmo; da questo tirò fuori poi la Pietà. E come la tirò fuori? Lo ha spiegato Michelangelo stesso: eliminando, dal blocco, il marmo che c’era in più.
Sembrerebbe una battuta, ma non è così. Rispetto a che cosa, infatti, il marmo era “in più”? E’ ovvio: rispetto all’idea che egli aveva della Pietà. Per chi, come lui, “vedeva” tale idea con gli occhi dello spirito, non c’era altro da fare, in effetti, che liberare la sua forma dalla materia che l’occultava e imprigionava.
Allorché l’opera prese corpo, non venne però alla luce solo la Pietà, ma venne alla luce anche tutto ciò che da quel blocco di marmo era stato espulso o eliminato.
Dunque, come la Pietà, prima di essere scolpita, era unita al marmo, così l’uomo, “in stati precedenti della sua evoluzione, era unito al mondo animale”; e come Michelangelo ha eliminato (“come un sedimento”) quel marmo che non permetteva all’idea della Pietà di prendere forma visibile, così lo “scultore” cosmico ha eliminato (“come un sedimento”) quel “mondo animale” che non permetteva all’idea dell’uomo di prendere forma visibile.

Dice Steiner: “In quanto agli altri regni, minerale e vegetale, essi pure sarebbero da lungo tempo irrigiditi, non più capaci di evoluzione, se sulla terra non ci fosse l’uomo. Anche qui la moderna concezione del mondo, poggiante sopra una visione unilaterale della natura, direbbe: ebbene, gli uomini muoiono, i loro corpi vengono inceneriti oppure sepolti, e così restituiti alla terra, ma ciò non ha importanza per l’evoluzione, perché essa si svolgerebbe tal quale anche se non accogliesse in sé i cadaveri umani. Una simile risposta proverebbe unicamente che si è del tutto incoscienti della realtà del processo che si svolge nel continuo trasmettere dei cadaveri umani alla terra, attraverso la sepoltura o la cremazione (...) Da molto tempo l’evoluzione terrestre sarebbe arrivata al suo termine, se non le fossero state continuamente apportate le forze dei cadaveri umani che con la morte si distaccano dall’animico-spirituale. Da queste forze, che l’evoluzione terrestre continuamente riceve grazie all’apporto dei cadaveri umani, essa viene mantenuta: i minerali ne ricevono l’impulso a continuare le loro cristallizzazioni; altrimenti essi sarebbero da un pezzo frantumati e dissolti. Le piante che, senza quell’apporto, da un pezzo non potrebbero più crescere, ne ricevono l’impulso a continuare la loro crescita; e lo stesso avviene per le forme animali inferiori. L’uomo dunque trasmette alla terra, per mezzo del proprio cadavere, il lievito, il fermento del suo sviluppo futuro” (pp. 51-52).

Abbiamo detto e ripetuto che l’uomo è un Io che ha un corpo astrale, un corpo eterico e un corpo fisico. Già, ma da dove li ha presi? Dal mondo: dal mondo fisico, ha preso il corpo fisico; dal mondo eterico, il corpo eterico; dal mondo astrale, il corpo astrale. E come li ha presi? Li ha presi, per così dire, in “prestito”, così da doverli prima o poi restituire.
Ma quando verrà, per lui, il momento di restituirli – è questo il punto – li restituirà migliori o peggiori?
Ben si capisce, infatti, che se li restituirà migliori (più umani), migliorerà il proprio destino e quello del mondo, mentre, se li restituirà peggiori (meno umani), peggiorerà il destino di se stesso e del mondo.
Migliorando sul serio noi stessi, miglioriamo dunque il mondo.
Che cosa facciamo, ad esempio, con le sostanza minerali, vegetali e animali di cui ci alimentiamo? Le digeriamo: vale a dire, in parte le assimiliamo e in parte le eliminiamo. E che cosa vuol dire “assimilarle”? Vuol dire “umanizzarle”, e quindi, alla lettera, transustanziarle.
Fatto si è che l’evoluzione dell’uomo e quella della Terra sono tutt’uno. L’evoluzione umana è infatti una fase o un momento dell’evoluzione terrestre, così come l’evoluzione terrestre è una fase o un momento dell’evoluzione umana.

Dice Steiner: “Il cibo che noi ingeriamo è su per giù lo stesso che ingeriscono anche gli animali; dunque noi trasformiamo le sostanze esteriori come le trasformano gli animali; ma noi le trasformiamo col concorso di qualcosa che gli animali non hanno, qualcosa che discende dal mondo spirituale per congiungersi col corpo fisico umano. Con ciò facciamo di tali sostanze qualcosa del tutto diverso da quello che ne fanno gli animali o le piante; e le sostanze e le forze che vengono trasmesse alla terra col cadavere umano, sono forze trasformate; non sono più le stesse ricevute dall’uomo alla sua nascita (...) In tal modo, pel tramite dell’uomo, si trasmette al processo terrestre fisico-sensibile qualcosa che fluisce continuamente in questo dal mondo spirituale. Nascendo, l’uomo porta con sé, dal mondo soprasensibile, qualcosa che s’incorpora nelle materie e nelle forze che durante la vita terrena compongono il suo corpo, e poi, alla sua morte, viene accolto dalla terra. Continuamente l’uomo è tramite di qualcosa che fluisce per tal modo dal soprasensibile al sensibile, al fisico” (pp. 52-53).

Come abbiamo detto, quando abbiamo parlato del cosiddetto “principio di conservazione dell’energia”, è in virtù dell’Io che l’uomo è continuamente “tramite di qualcosa che fluisce dal soprasensibile al sensibile, al fisico”.
Che cosa fanno le piante? Fanno fare alla sostanza un salto di qualità, trasformandola incessantemente da minerale in vegetale. E gli animali? Le fanno fare un ulteriore salto, mutandola da vegetale in animale. Le piante fanno così salire la sostanza dal piano fisico a quello eterico, gli animali dal piano eterico a quello astrale.
Nessuno, tranne l’uomo, è quindi in grado di elevare la sostanza fino al piano dello spirito. L’Io umano è infatti l’anello di congiunzione tra la sostanza e l’essenza, tra il mondo materiale e quello spirituale.
A patto, naturalmente, che l’Io sia l’Io, e quindi “veicolo” dello spirito.
In quanto libero, infatti, l’uomo può anche chiudersi nel proprio ego. E che cos’è l’ego? E’ appunto l’Io arroccato nella sua libertà negativa: ovvero, nel suo essere libero da tutto, tranne che da sé.
Questo stato di cose discende essenzialmente dal fatto che, donandosi al mondo e agli altri, l’Io si sente crescere, mentre l’ego si sente diminuire. Nell’andare incontro al mondo e agli altri, l’Io infatti si ritrova, mentre l’ego si perde e, temendo appunto di perdersi, o di essere sopraffatto, si difende, chiudendosi.
Insomma, quanto per l’ego è “altro”, per l’Io (inabitato dal Logos) è invece “sé”.
Dice Steiner che in tanto si aderisce alla “moderna concezione del mondo, poggiante sopra una visione unilaterale della natura” in quanto si “è del tutto incoscienti della realtà del processo che si svolge nel continuo trasmettere dei cadaveri umani alla terra, attraverso la sepoltura o la cremazione”.
Eccoci, dunque, ancora una volta al cospetto dell’aspetto squisitamente “moderno” della scienza dello spirito. Che cosa c’invita infatti a fare Steiner? Non a “credere” a questo o a quello, bensì a sollevare alla coscienza quanto continuerebbe altrimenti a vivere nel cosiddetto “inconscio”.
Vedete, sappiamo che l’anima cosciente comincia la propria evoluzione nel 1413, ma sappiamo anche che, nel 1879, comincia una nuova reggenza dell’Arcangelo Michele. Possiamo quindi considerare questa data come l’inizio della seconda fase evolutiva dell’anima cosciente: come la data d’inizio, cioè, del passaggio dalla fase scientifico-naturale a quella scientifico-spirituale.
Non è un caso, che proprio in quegli anni nasca (a prescindere dall’antroposofia) la psicoanalisi (gli Studi sull’isteria di Freud e Breuer sono del 1885): che venga cioè a porsi, sul piano scientifico, il problema dell’inconscio.
Freud (in misura maggiore) e Jung (in misura minore) hanno però tradito – come credo di aver più volte dimostrato - il compito di riportare alla coscienza quanto fu necessario un tempo rimuovere perché l’ego e l’intelletto (basi del moderno individualismo) potessero liberamente svilupparsi.
A tal fine, infatti, che cosa fu realmente rimosso? Di certo, non quanto alberga, come credeva Freud, nell’inconscio “personale” (la “psicosessualità”), e neppure quanto alberga, come credeva Jung, nell’inconscio “personale” e in quello “collettivo” (lo “psicoideo” mondo archetipico), bensì quanto alberga, vive e opera, a un ben più profondo livello, nel mondo dello spirito.
Per rendersene conto, basterebbe considerare l’enorme sproporzione che c’è tra l’interpretazione freudiana del celeberrimo mito di Edipo (ridotto, dal fondatore della psicoanalisi, a un naturalistico - e per molti versi grottesco - “romanzo familiare”) e quella presentata invece da Steiner, nell’undicesima conferenza de Il Vangelo di Giovanni in relazione con gli altri tre e specialmente col Vangelo di Luca.
Lasciate che ve ne legga, a titolo d’esempio, alcuni passi.
“Abbiamo visto che nell’interiorità dell’uomo, là dove il corpo eterico e il corpo astrale si compenetrano, domina la madre; che là dove l’io si trova nel corpo fisico, si esprime il padre. Vale a dire: in ciò che è comune a tutti noi, che appartiene alla specie, che forma la nostra vita rappresentativa e la nostra vita di saggezza interiore, domina la madre, domina l’elemento femminile; in ciò che viene creato dall’unione dell’io col corpo fisico, nella forma esteriormente differenziata, in ciò che fa dell’uomo un “io”, domina il padre, l’elemento maschile (...) Per il fatto di avere in sé il corpo eterico e il corpo astrale, l’uomo ha in sé l’elemento materno. Egli ha per così dire, oltre alla madre esteriore che è sul piano fisico, l’elemento materno, la madre, dentro di sé; e oltre al padre che è nel mondo fisico, egli ha in sé l’elemento paterno, il padre. Stabilire un giusto rapporto tra padre e madre in se stessi doveva apparire come un ideale, un grande ideale”.
Ma che cosa avveniva durante l’antica iniziazione? “Durante quell’iniziazione, dall’insieme costituito da corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale ed io, venivano estratti il corpo eterico e il corpo astrale, mentre l’io rimaneva indietro. Di conseguenza l’uomo non poteva avere autocoscienza durante i tre giorni e mezzo dell’iniziazione. L’autocoscienza era spenta (...) Accadeva qualcosa che veniva espresso con una formula che sembrerà strana; se però la si comprende, non pare più strana. Si diceva che quando un uomo veniva iniziato secondo il metodo antico, l’elemento materno usciva, e quello paterno rimaneva indietro. Vale a dire: l’uomo uccideva in sé l’elemento paterno e si univa con sua madre entro se stesso. Con altre parole: egli uccideva il padre in sé, e sposava sua madre”.
Morale della favola: i miti non sono pane per i denti dell’ordinario razionalismo, né per quelli (alquanto spuntati) dell’ordinario e complementare irrazionalismo più o meno misticheggiante.
Abbiamo fatto più tardi del solito. Continueremo giovedì prossimo.

Roma, 27 gennaio 2000

 

Lucio Russo
 
Rudolf Steiner