Articolo del: 16/03/2008

Sezione: Scienza e coscienza
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Antropologia (18)

Riprendiamo a parlare del sentire e, in particolare, del sentire nel pensare.

Dice Steiner: “Si ebbe una volta, a Heidelberg, una discussione di una certa importanza (almeno esteriore) tra lo psicologo Franz Brentano (1838-1917 – nda) e il filosofo Sigwart (Christoph von Sigwart, 1830-1904 – nda). Si trattava di stabilire che cosa risiede nell’attività del giudizio umano. Sigwart diceva: “Quando l’uomo pronuncia il giudizio: “L’uomo dev’essere buono”, in tale giudizio parla sempre anche un sentimento; la decisione viene presa dal sentimento”. Brentano invece riteneva che l’attività del giudizio e quella del sentimento, che si esprime nei moti della nostra anima, siano talmente differenti tra loro, che la funzione, l’attività del giudizio non potrebbe affatto venir compresa ove si credesse che solo vi intervenga il sentimento, mentre il nostro giudizio, nel quale entrerebbe qualcosa di soggettivo, vuol pur essere obiettivo (...) Riflettete bene a ciò che veramente va osservato qui: abbiamo, da un lato, l’attività del giudizio, che naturalmente ha da decidere su qualcosa di ben obiettivo (...) Dunque il contenuto del giudizio ha da essere obiettivo. Ma quando noi giudichiamo, entra in giuoco ancora tutt’altro. Pel fatto che le cose sono obiettivamente giuste, non sono però ancora coscienti nella nostra anima; dobbiamo prima di tutto rendervele coscienti, e ciò non può accadere senza la cooperazione dell’attività del sentimento. Perciò Brentano e Sigwart avrebbero dovuto mettersi d’accordo dicendo: sì, il contenuto obiettivo del giudizio è assodato all’infuori del sentimento, ma affinché nella soggettiva anima umana possa formarsi la convinzione della giustezza del giudizio, deve intervenire l’attività del sentire” (pp. 82-83).

Potremmo dire, in breve, che il giudicare è deputato a scoprire come stanno obiettivamente le cose, mentre il sentire è deputato a sancire l’obiettività (o la giustezza) del giudizio, per mezzo della “persuasione” o “convinzione”.
Ma il fatto merita di essere approfondito. Che cosa facciamo, in realtà, quando diciamo: “L’uomo dev’essere buono”? Prendiamo il concetto di “uomo” e il concetto di “buono” e li uniamo mediante il giudicare (mediante il “dev’essere”). E quale forza opera nel giudicare? Quella appunto del sentire o, più precisamente, del sentire nel pensare.
E’ su questa che si basa infatti la logica, ed è sempre grazie al sentire nel pensare che avvertiamo l’illogicità o la sconclusionatezza di un giudizio così come avvertiamo una “stonatura” musicale.
Non sentiamo appunto alcuna “stonatura” logica solo quando tra i concetti, per dirla con Goethe, c’è un’”affinità elettiva”. Dunque, come Mozart (1756-1791), componendo, ha detto: “Cerco due note che si amano”, così, giudicando, si potrebbe dire: “Cerco due concetti che si amano”.
Ma perché i concetti si amano e si ricercano? Perché l’intelletto li separa (come singole tessere) dal loro mondo unitario (dal mosaico), li isola, e li rende per ciò stesso – come dice Hegel – “irrequieti”.
Ricordate quanto afferma Steiner (in Linee fondamentali di una gnoseologia della concezione goethiana del mondo)? “Concetto è il pensiero singolo quale viene fissato dall’intelletto (...) Per la ragione, le creature dell’intelletto rinunciano alle loro esistenze separate e continuano a vivere soltanto come parte di un tutto. Chiameremo idee queste configurazioni create dalla ragione”.
Dobbiamo dunque alla “ragione” o all’indeterminata attività del giudicare (in cui è attivo – come detto - il sentire nel pensare) la facoltà di formulare giudizi determinati.
Diceva Goethe: “Qual è la cosa più difficile? Vedere con i propri occhi ciò che si ha sotto il naso”.
E non abbiamo appunto “sotto il naso” , dalla mattina alla sera, i nostri giudizi? E “la cosa più difficile” non è proprio vedere, con i nostri occhi, non solo in qual modo si formino, ma anche come si trasformino alla fine in rappresentazioni?
Fatto sta che siamo in primo luogo incoscienti del modo di essere e di agire della nostra coscienza (ordinaria). Abbiamo infatti coscienza della rappresentazione, ma non degli elementi di cui è la sintesi, né dei processi di cui è l’esito (cerebralmente riflesso).
Afferma Steiner: “Pel fatto che le cose sono obiettivamente giuste, non sono però ancora coscienti nella nostra anima”. Una cosa, infatti, è la verità, che sta nel mondo (la verità del mondo), altra la coscienza della verità, che sta “nella nostra anima” (la verità della nostra anima), e che non può starvi “senza la cooperazione dell’attività del sentimento”.

Dice Steiner: “Avendo così cercato l’elemento del sentire da un lato nella conoscenza, nella rappresentazione, dall’altro nella volontà, abbiamo veduto ch’esso costituisce un’attività animica intermedia tra il conoscere e il volere, la quale irradia il proprio essere nelle due direzioni. Il sentimento è conoscenza ancora incompiuta, come pure è volontà incompiuta: è conoscenza trattenuta e volontà trattenuta” (pp. 83-84).

Notiamo che anche il giudicare, nella sfera della conoscenza, è “un’attività animica intermedia” tra il concetto e l’immagine. La rappresentazione (cosciente) non è infatti che il riflesso cerebrale dell’immagine (pre-cosciente): non è, cioè, che un’immagine definita e irrigidita. Si mettano a confronto le immagini vive e mobili del sogno con quelle morte e inerti della veglia, e subito si capirà quale differenza vi è tra la natura (eterica) dell’immagine e quella (fisica) del suo riflesso cerebrale.
Nel conoscere, abbiamo dunque a che fare con i concetti, con il giudicare, con le immagini pre-coscienti e con le rappresentazioni coscienti.
Ebbene, i primi li possiamo mettere in rapporto (per via intuitiva) col volere, il secondo (per via ispirativa) col sentire, le terze (per via immaginativa) col pensare, e le quarte (per via riflessa) con l’ordinario rappresentare. Il che vuol dire, quindi, che la nostra ordinaria relazione con i concetti è incosciente, con il giudicare sub-cosciente, con l’immagine pre-cosciente, e con la rappresentazione cosciente.

Dice Steiner: “Come ci si presentano dunque le manifestazioni corporee del sentire? Le vedrete sempre nascere là dove, nel corpo umano, le vie del sangue e le vie dei nervi vengono in qualche modo a toccarsi (...) Tutto il nostro vedere e udire è percorso da un sommesso sentimento, ma noi non lo scorgiamo, e tanto meno quanto l’organo sensorio è separato dal resto del corpo. Nell’attività visiva dell’occhio non scorgiamo quasi affatto il simpatizzare e antipatizzare del sentimento perché l’occhio, immerso nella cavità ossea, è quasi separato dal resto dell’organismo (...) Meno attenuata è tale azione nell’udito, il quale, molto più che non la vista, sta in un rapporto organico con l’attività generale dell’organismo (...) Per questo l’attività sensoria che si svolge nell’orecchio è fortemente accompagnata dal sentimento” (p. 84).

Ricordo di aver accennato, una sera, ai dodici sensi, e di aver detto che ne avremmo trattato più avanti. Non siamo ancora arrivati a quel punto, ma posso anticipare che Steiner distingue i sensi che ci mettono in rapporto con il nostro mondo interno (quelli “propriocettivi” del tatto, della vita, del movimento e dell’equilibrio), sia dai sensi che ci mettono in rapporto col mondo esterno (quelli “eterocettivi” dell’olfatto, del gusto, della vista e del calore), sia dai sensi (dell’udito, del linguaggio, del pensiero e dell’Io) che ci mettono infine in rapporto con “l’interno dell’esterno” (con l’interiorità del mondo esterno).
Come si vede, il senso dell’udito si affaccia proprio sulla linea che separa il mondo esterno dal mondo “interno dell’esterno”: che separa, ossia, il corpo del mondo dall’anima e dallo spirito del mondo. I rumori, ad esempio, gli parlano del corpo del mondo, mentre i suoni gliene rivelano l’anima. Perché si riveli lo spirito del mondo non basta però il senso dell’udito, ma occorre – come vedremo in seguito – quello superiore del linguaggio.
Ho voluto anticipare queste nozioni perché ci permettono di capire meglio il perché – come dice Steiner – “l’attività sensoria che si svolge nell’orecchio è fortemente accompagnata dal sentimento” (dall’anima).
In ogni caso, egli prosegue rammentando il contrasto sorto tra Richard Wagner (1813-1883) e il critico musicale Eduard Hanslick (1825-1904). Il primo si dichiarava convinto (“unilateralmente”, osserva Steiner) che “nella musica dovesse vivere soprattutto il sentimento”, mentre il secondo sosteneva, nel suo Del bello musicale, che l’essenza della musica risiede “nei legami obiettivi tra suono e suono, in arabeschi sonori donde ogni sentimento sia escluso”.

Dice Steiner: “In quel libro, tutto ciò è svolto con ammirevole sicurezza, fino alla conclusione che la musicalità suprema risiede nella pura armonia, nell’arabesco musicale; e abbondante scherno vi viene rovesciato invece sulla musica wagneriana per la sua tendenza a poggiare interamente sulle basi del sentimento. Una tale disputa mostra appunto la confusione psicologica delle idee moderne sulle attività dell’anima, altrimenti non sarebbe potuta nemmeno sorgere una tendenza unilaterale come quella di Hanslick” (p. 85).

Chi conosce, di Steiner, L’essenza della musica e l’esperienza del suono nell’uomo (Antroposofica, Milano 1973 – ndr), ricorderà, probabilmente, che la melodia è affine al pensare (al rappresentare), mentre l’armonia e il ritmo sono rispettivamente affini al sentire e al volere.
Parlando prima della logica, ho detto che un nesso illogico o sconclusionato corrisponde, sul piano musicale, a una stonatura, e una stonatura non è che una rottura dell’armonia.
Diversamente dalla melodia, che è data dal susseguirsi, nel tempo, di note diverse, l’armonia è data infatti dal loro risuonare simultaneo: dalla coesistenza, cioè, nell’hic et nunc, di note diverse che, stando bene insieme o amandosi, per l’appunto si “armonizzano”.
Dice Hegel che “ogni cosa è un sillogismo”, ma si potrebbe anche dire, a maggior ragione, che ogni cosa è un’”armonia”. Che cosa afferma infatti Steiner, ne La filosofia della libertà? Che ogni oggetto non è, in definitiva, che una “somma di percezioni”: una “somma di percezioni” che il pensiero trasforma appunto in un armonico insieme di concetti (subordinati), e, in ultimo, in un solo concetto (sovraordinato).
E’ tale “insieme”, dunque, a manifestarsi, sul piano immaginativo (visivo), quale Gestalt e, sul piano ispirativo (uditivo), quale “armonia”; sia l’una che l’altra sono infatti radicate nell’essenza delle cose o, nel caso dell’uomo, nel Logos (nell’unico Essere dei molti Io). “L’unità originaria dei molti “Io” – scrive appunto Scaligero (in Dell’amore immortale) – è la sorgente metafisica che nel mondo si attua come amore”.

Dice Steiner: “Si perviene a una vera comprensione nello studio dell’anima umana solo se si resta sul terreno che ho cercato di delimitare nel mio saggio Verità e scienza, e anche nella Filosofia della libertà. Allora si può parlare di un’”anima unitaria” senza cadere nell’astrazione, perché ci si trova su un terreno sicuro, partendo dal punto di vista che l’uomo non abbraccia da bel principio la realtà intera, ma si familiarizza solamente a poco a poco col mondo in cui viene a vivere. Egli va sviluppandosi a poco a poco, finché ciò che prima non era ancora realtà per lui, lo diventa grazie al compenetrarsi di pensiero e osservazione. L’uomo deve conquistarsi la realtà” (pp. 86-87).

Ci familiarizziamo in effetti con la realtà man mano che integriamo i percetti (i contenuti dell’osservazione) con i concetti (con i contenuti del pensiero). Per poterli integrare “come Dio comanda”, vale a dire con i loro concetti (e non con quelli che ci garbano o ci passano per la testa), e per poterci così conquistare la realtà del mondo e di noi stessi, dobbiamo però affrontare e vincere il “drago” dell’odierna cultura materialistica.

Dice Steiner: “Molti elementi errati si sono intromessi nella cultura spirituale moderna, ed agiscono più incisivamente che mai nel campo della pedagogia. Perciò dobbiamo fare ogni sforzo per mettere i concetti giusti al posto di quelli falsi, e allora potremo esercitare nel modo giusto anche tutto quel che avremo da fare per l’insegnamento” (p. 87).

Abbiamo finito la quinta conferenza. Cominciamo la sesta.

Dice Steiner: “Alle considerazioni che, in linee generali, abbiamo già fatte dal punto di vista animico, ne aggiungeremo ora altre dal punto di vista spirituale (...) Ogni qualvolta vogliate, da qualsiasi punto di vista, studiare giustamente l’uomo, dovrete sempre ritornare a questa distinzione delle facoltà animiche umane: del conoscere, che si svolge nel pensare, del sentire e del volere. Finora abbiamo osservato tali attività collocandole, per così dire, nell’atmosfera dell’antipatia e della simpatia; ora vogliamo guardare il pensare, il sentire e il volere dal punto di vista spirituale” (pp. 88-89).

Che cosa vuol dire “guardare il pensare, il sentire e il volere dal punto di vista spirituale”? Vuol dire guardarli dal punto di vista dei livelli, dei gradi o degli stati di coscienza (della veglia, del sogno e del sonno).

Dice Steiner: “Ogni parte, ogni elemento dell’attività che chiamiamo “conoscere” è dentro in tutto ciò che il vostro io compie; e ciò che il vostro io compie è, a sua volta, tutto implicato nell’attività del conoscere. Siete interamente nella chiarità (nella “luce” – nda), vivete in un’attività pienamente cosciente, per dirla in modo concettuale. Sarebbe infatti un guaio se, nel conoscere, non foste pienamente coscienti, se cioè aveste il senso che, mentre formate un giudizio, nel vostro io avviene qualcosa, ma subconsciamente, e che il giudizio è il risultato di tale processo incosciente” (p. 89).

Che cosa accadrebbe, infatti, se un architetto non fosse pienamente cosciente mentre progetta un palazzo, o un ingegnere un ponte? Che il palazzo e il ponte molto probabilmente crollerebbero; e sarebbe davvero un “guaio”.
Quanto è raro, per fortuna, che capiti agli architetti e agli ingegneri, che operano sul piano fisico, quasi sempre, purtroppo, capita invece agli intellettuali o ai cosiddetti “uomini di cultura”: ossia a coloro che operano sul piano spirituale e possono perciò influenzare, in modo più o meno diretto, l’educazione.
Quante delle loro opinioni non sono infatti, a ben vedere, che il risultato di processi inconsci? Quel ch’è peggio, però, è che il “senso” (o il sospetto) che tali opinioni siano il risultato di processi inconsci, non ce l’hanno ormai più, né coloro che le esprimono, né coloro che le ascoltano. Eppure, come crollano materialmente i palazzi e i ponti progettati da persone non del tutto rispettose (in quanto non pienamente coscienti) delle leggi che regolano la vita fisica, così crollano animicamente i giovani educati da persone non del tutto rispettose (in quanto non pienamente coscienti) delle leggi che regolano la vita animico-spirituale.

Dice Steiner: “Non così nel volere. Nella nostra attività volitiva più semplice, cioè nel camminare, noi viviamo in piena coscienza solo nella rappresentazione di ciò che facciamo. Nulla sappiamo di quanto si compie entro i nostri muscoli mentre moviamo una gamba dopo l’altra, di ciò che si svolge nell’organismo e nel meccanismo del nostro corpo” (pp. 89-90).

Passando dal pensare (cosciente o vigile) al volere (incosciente o dormiente), passiamo dalla luce alla tenebra. Nei sogni, ad esempio, la sfera della volontà è per l’appunto simboleggiata dal colore nero, da caverne oscure o da luoghi bui. Abbiamo però già parlato, in rapporto alla teoria dei colori di Goethe, della tenebra, e, in rapporto a Schopenhauer, della differenza tra la volontà e la rappresentazione della volontà, e non starò quindi a ripetermi.

Dice Steiner: “Il sentire, poi, sta proprio nel mezzo tra il volere e il conoscere pensante; ed è in parte compenetrato dalla coscienza, in parte da qualcosa d’incosciente” (p. 91).

Così come i sogni sono appunto compenetrati, in parte “dalla coscienza, in parte da qualcosa d’incosciente”; con la differenza, però, che i sogni – dice Steiner – “li ricordiamo, mentre i sentimenti li sperimentiamo direttamente” (p. 92).

Dice Steiner: “Dal punto di vista spirituale, il sonno ordinario senza sogni non è altro che la dedizione dell’uomo, con tutta la sua anima, a ciò cui egli si abbandona col suo volere durante il corso della sua giornata. La sola differenza sta in questo: nel sonno vero e proprio noi dormiamo con tutto il nostro essere animico, mentre durante la veglia, dormiamo solo col nostro volere. Nel sognare, come lo intendiamo nella vita solita, noi ci abbandoniamo con l’intero essere nostro allo stato animico che chiamiamo “sogno”, mentre durante la veglia, ci abbandoniamo a tale stato sognante soltanto col sentire” (p. 92).

Come si vede, la vera natura della volontà è “abbandono” o “dedizione”. Durante il sonno siamo infatti abbandonati o dediti al mondo e agli altri, poiché non vi è più separazione tra soggetto e oggetto. La natura della pura volontà non è dunque bramosa, avida o accaparratrice.
In che cosa dovrebbe pertanto consistere, da questo punto di vista, l’amore? Nel riuscire a fare di giorno, e coscientemente, quanto sempre facciamo di notte, e incoscientemente.
Fatto si è che come, nel passato, dallo stato di sonno si è evoluto e differenziato quello di sogno, e come dallo stato di sogno si è evoluto e differenziato quello di veglia, così, nel futuro, lo stato di veglia tornerà a integrare, per amore, prima quello di sogno (così che avremo anche una veglia immaginativa), poi quello di sonno (così che avremo anche una veglia ispirativa), e infine quello di morte (così che avremo anche una veglia intuitiva), realizzando in questo modo la piena continuità della coscienza.

Dice Steiner: “Considerando la cosa pedagogicamente, non vi meraviglierete più nel constatare che i vari bambini sono tra loro diversi riguardo al grado di risveglio della loro coscienza (...) Vedrete infatti che bambini in cui prevale la disposizione al sentimento, nei quali dunque il pensiero non è ancora pienamente desto, sono piuttosto sognatori. In tal caso ne prenderete occasione per agire su di loro per mezzo di forti sentimenti (...) Altri bambini, ancora più “addormentati”, persino ottusi nella vita del sentimento, si riveleranno in seguito come particolarmente disposti all’energia del volere (...) Con un bambino del genere occorre l’intùito necessario per risvegliare la sua volontà, vale a dire che si deve agire sul suo “sveglio” stato di sonno (perché in definitiva ogni sonno ha la tendenza a giungere al risveglio), in modo che a poco a poco egli arrivi più avanti a risvegliare il suo sonno come volontà (...) Lo tratterete dunque sulla sua facoltà conoscitiva, martellandogli dentro, per così dire, alcune cose che agiscano fortemente sulla sua volontà. Lo farete camminare mentre parla; lo farete uscire dal banco (non ne avrete certo molti in una classe e, del resto, mentre per lui la cosa sarà formatrice, per gli altri sarà stimolante) e gli farete recitare delle frasi accompagnando le parole con movimenti” (pp. 92-93-94).

Notiamo, dunque, che ogni bambino “va preso – come si suol dire – per il suo verso”: in ragione, cioè, della sua costituzione, del suo temperamento e del suo carattere; e che il metodo educativo proposto da Steiner presenta delle analogie con quello della medicina omeopatica.
Sul bambino in cui prevale naturalmente il sentimento si è chiamati infatti ad agire con “forti sentimenti” (“potenziati” o “dinamizzati”, per così dire, dalla consapevolezza o dalla scienza dell’educatore), così come sui bambini in cui prevale la volontà si è chiamati invece ad agire con forti impulsi volitivi (sempre, ovviamente, “potenziati” e “dinamizzati”).
Abbiamo fatto più tardi del solito. Continueremo la prossime settimana.

Roma, 9 marzo 2000

 

Lucio Russo
 
Rudolf Steiner