Articolo del: 04/04/2009

Sezione: Studi gnoseologici
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Dialoghi sulla libertà (2)

2° Dialogo

R: Durante la settimana, ho ripensato spesso alla nostra conversazione. Hai detto tante di quelle cose che non mi è stato facile raccogliere le idee. Volevo comunque ringraziarti perché è una vera gioia incontrare qualcuno che mostra di avere tanto a cuore i problemi dell’essere dell’uomo e del mondo.
L: Sono io che ti devo ringraziare, perchè mi dai la possibilità di parlarne. Questo peraltro mi conferma che l’impulso alla conoscenza nasce dal dolore: da una sofferta esperienza della solitudine e dalla struggente nostalgia dell’unione originaria col mondo e con gli altri.
R: Stando alla Bibbia, è stata però la conoscenza a provocare la perdita dello stato edenico, e non il contrario!
L: Ma proprio perché è stata la conoscenza a infrangere l’unità delle origini, deve essere la conoscenza a guidarci verso una sua libera reintegrazione. Nel Parsifal, ad esempio, la ferita che affligge Amfortas viene guarita dalla stessa lancia che l’ha prodotta.
R: In effetti, nell’infanzia ognuno di noi riassapora inconsciamente la beata innocenza delle origini. Quando poi la coscienza del soggetto si distingue da quella dell’oggetto, questo stato dilegua. Ricordi Il Sabato del villaggio? “Cotesta età fiorita / E’ come un giorno d’allegrezza pieno / Giorno chiaro, sereno, / Che precorre alla festa di tua vita. / Godi, fanciullo mio, stato soave, / Stagion lieta è cotesta. / Altro dirti non vo’; ma la tua festa / Ch’anco tardi a venir non ti sia grave”.
L: E come dimenticarlo! Questo dovrebbe però indurci a riflettere sul fatto che si tratta di un’esperienza esclusivamente umana, di uno stato di alienazione che riguarda l’uomo, non il mondo. Per questo l’uomo è chiamato a risolverlo anzitutto in se stesso.
R: Che vuoi dire?
L: Voglio dire che l’opposizione tra il soggetto e l’oggetto, tra l’Io e il non-Io o tra lo spirito e la materia, la si proietta in genere sul mondo, tanto da arrivare a credere che sia frutto del modo in cui è fatto il mondo, e non, come sarebbe giusto, del modo in cui siamo fatti noi o, per essere più precisi, del modo in cui il soggetto apprende l’oggetto. Ci si domanda, ad esempio, quale rapporto ci sia, al di fuori dell’uomo, tra l’idea e la realtà sensibile, senza considerare che, al di fuori dell’uomo, non c’è alcuna realtà sensibile priva d’idee. Solo l’uomo può infatti separare l’idea dal mondo sensibile e rappresentarsi poi una natura priva d’idee.
R: Se ho ben capito, non si tratterebbe perciò d’indagare quale relazione ci sia, al di fuori dell’uomo, tra il mondo ideale e quello naturale, quanto piuttosto di osservare quale relazione ci sia, nell’uomo, tra l’esperienza del pensiero e quella dei sensi. Ritieni dunque che l’enigma del mondo altro non sia che l’enigma dell’uomo?
L: Proprio così! L’enigma del mondo e quello dell’uomo non sono che uno stesso enigma. Dice appunto il saggio: “Conosci te stesso e conoscerai il mondo, conosci il mondo e conoscerai te stesso”. Cominciando a indagare filosoficamente il rapporto tra l’intelletto e i sensi si è fatto un importante salto di qualità: si è passati dall’antico problema dell’essere dell’oggetto, vale a dire dall’ontologia, al moderno problema del conoscere del soggetto, vale a dire alla gnoseologia. Ma sarebbe ormai tempo d’indagare, e non più in modo filosofico e quindi astratto, i rapporti, nell’uomo, tra lo spirito, l’anima e il corpo, e quelli, nell’anima, tra il pensare, il sentire e il volere.
R: Hai detto, poco fa, che il bisogno di conoscere nasce dalla solitudine e dalla nostalgia. Ti dispiacerebbe tornare un attimo su questo?
L: Non mi dispiace affatto! Vedi, il bisogno tutto umano di sciogliere l’enigma del mondo nasce da uno stato di reale privazione. Si desidera il cibo quando si ha fame, si desidera l’acqua quando si ha sete, e si desidera il mondo quando ci si sente divisi dal mondo e se ne sente la nostalgia.
R: Questo è vero. La stessa parola “de-siderio” esprime un senso di mancanza o di privazione. Credo che la nostalgia di cui parli viva nelle profondità del sentimento. Nonostante sul piano cosciente del pensare ci si riconosca divisi dall’oggetto, sul piano sognante del sentire ci si continua a sperimentare come parti di un tutto.
L: E proprio questa è la lacerazione o la frattura interiore che il conoscere è chiamato a sanare. Nell’anima patiamo la nostalgia dell’unità, mentre nel corpo sperimentiamo la dualità.
R: E questo si riflette nel pensare?
L: Certo! Un pensare ipotecato soprattutto dal sentire, tenderà a sognare o vagheggiare in forma idealistica o mistica l’unità di cui ha nostalgia; un pensare ipotecato soprattutto dal volere tenderà invece a razionalizzare o sancire in forma materialistica o spiritualistica lo stato di alienazione.
R: Mi sorprende che tu metta sullo stesso piano il materialismo e lo spiritualismo: non sono due concezioni antitetiche? E lo spiritualismo non si accompagna piuttosto all’idealismo e al misticismo?
L: Ti capisco. Ma se è vero, com’è vero, che la conoscenza muove dall’antitesi di soggetto e oggetto, bisogna allora distinguere le concezioni che affermano il soggetto, sottovalutando o annullando l’oggetto, da quelle che fanno il contrario.
R: D’accordo.
L: Ebbene, l’idealista afferma, sì, il soggetto, ma lo pensa astrattamente, sperimentandolo perciò nel sentire. Un soggetto del genere non può essere affermato che in forma psicologistica: sia essa idealistica, spiritualistica, mistica o estetica. A ben vedere, dietro la varietà di queste forme c’è sempre un’opzione soggettivistica.
R: Sbaglio o in questo modo vengono alla luce due opposti tipi di spiritualismo?
L: Non sbagli! Come esiste uno spiritualismo soggettivistico dell’Io, così ne esiste uno oggettivistico del non-Io che privilegia l’oggetto a danno del soggetto. Si tratta di un oggetto metafisico o spirituale, ma pur sempre di un oggetto o di un non-Io trascendente, ritenuto inconoscibile.
R: Mi viene da pensare ch’è forse per questa ragione che c’è sempre stata, nell’ambito dello spiritualismo, una diffidenza reciproca tra i teologi e i mistici. Ma hai detto che anche i materialisti optano per l’oggetto o il non-Io.
L: Come vedi, è possibile mettere in luce anche due opposte forme di oggettivismo: una metafisica; l’altra fisica.
R: Devo riconoscere che la diversità delle forme in cui si manifestano nasconde bene l’identità delle loro essenze.
L: Eppure, un occhio abituato a osservare la dinamica degli opposti, nel suo rapporto col conscio e con l’inconscio, non ci mette molto a scoprire che ogni materialista è inconsciamente un metafisico e che ogni metafisico è inconsciamente un materialista. In entrambi i casi, l’essere è l’oggetto trascendente, materiale o spirituale, dal quale il soggetto viene fatto dipendere, in un modo o nell’altro.
R: Hai detto che l’opzione soggettivistica è alimentata soprattutto dal sentire, mentre quella oggettivistica è alimentata soprattutto dal volere. Che ne è allora del pensare? Deve limitarsi a ubbidire a questi due padroni?
L: Nella vita quotidiana, è quasi sempre così. In qualsiasi momento, però, il pensare può risvegliarsi, può prendere coscienza del proprio stato di subordinazione e svincolarsene. Solo un pensiero libero può infatti liberare.
R: E’ così che si può arrivare ad annullare, sia la separazione tra l’uomo e il mondo, sia il dissidio tra le forze dell’anima? Ti voglio raccontare, in proposito, una riflessione che mi è capitato di fare.
L: Dimmi.
R: Tempo fa, mentre stavo rileggendo quel Canto di Leopardi che comincia così: “Che fai tu, luna, in ciel / Dimmi che fai, / Silenziosa luna?”, d’improvviso ho pensato: sono pensieri di straordinaria bellezza che toccano in profondità il sentimento... Eppure, se li considerassimo alla luce dell’attuale coscienza scientifica, non sarebbero che delle assurdità. Per la psichiatria, ad esempio, uno che interroga la luna e si aspetta pure che gli risponda e gli sveli il senso della vita e della morte, non è forse un delirante? Questo significa che oggigiorno quello che il sentire trova bello il pensare non lo giudica vero, e che quello che il pensare giudica vero il sentire non lo trova bello. Sono perciò arrivato alla conclusione che un simile conflitto tra queste forze dell’anima deve necessariamente portare a una paralisi del volere.
L: Sono d’accordo. Ma la tua riflessione non fa che confermare l’esigenza di un conoscere nuovo, in grado di risolvere questi conflitti. Per quale ragione, infatti, non dovrebbe essere possibile una scienza grazie alla quale ciò che si dimostra vero al pensare si dimostra anche bello al sentire e buono al volere? Per quale ragione, insomma, l’uomo non dovrebbe essere in grado di partorire una scienza che non violenti il reale e sappia ricomporre in armonia le forze dell’anima?
R: Mi hai fatto ricordare che, secondo Pascoli, il cantore del “fanciullino”, è “impoetico”, tanto ciò che la morale giudica cattivo, quanto ciò che l’estetica giudica brutto. Per me, è comunque la moralità a fare maggiormente le spese di questi conflitti interiori.
L: Senz’altro! Ma se siamo sempre pronti a condannare un orrore etico, non siamo altrettanto pronti a riconoscere che deriva da un errore noetico, e che quindi il male del volere nasce dal male del pensare.
R: Tu affidi dunque il compito di guarire il male umano a una nuova conoscenza o a un nuovo pensare. Ma ammesso che sia possibile, chi ti dice che la cosa funzioni? Chi ti garantisce che non si tratti di un’illusione?
L: Per capire se la cosa funzioni o meno non si deve fare niente di diverso da quanto di solito si fa per capire se un farmaco o un alimento fa bene o male. In questi casi, si presta ascolto a quanto dice il corpo; nel nostro, si deve prestare invece ascolto all’anima. Secondo Goethe, la conoscenza è vera soltanto quando è feconda: quando riesce cioè a migliorare tanto l’uomo che il mondo.
R: Secondo te, dunque, l’idealismo, lo spiritualismo e il materialismo non possono guarirci perché non superano il dualismo, ma si limitano a operare una reductio ad unum: ossia ad affermare uno dei due opposti, negando l’altro.
L: Certo! Il materialista, ad esempio, crede che la materia o il cervello pensi. Non dice però: “Io penso che il cervello pensi”; ma dice: “Il cervello pensa”. Come vedi, rimuove il soggetto nell’inconscio.
R: Se è così, l’idealista rimuove allora nell’inconscio l’oggetto o il mondo?
L: E non si usa infatti dire, di un idealista, che è un “sognatore”, che “sta con la testa fra le nuvole” o che “non sta con i piedi per terra”?
R: Di un materialista, si dovrebbe dire allora che “sta con la testa per terra”?
L: Non sarebbe affatto sbagliato. Pensa, ad esempio, al rapporto della parola “terra” con “terrore”, “terribile” o “terrificante”. In un libro che ho letto di recente, John Eccles ricorda che la motivazione più profonda del materialismo, secondo John Searle, è costituita appunto dalla paura della coscienza, e quindi della soggettività.
R: Queste, comunque, sono solo valutazioni psicologiche.
L: Lo so. Ma credimi, sono assolutamente necessarie. Ricordi quella storiella della bottiglia per metà piena e per metà vuota che l’ottimista giudica solo mezza piena e il pessimista solo mezza vuota?
R: Sì, e allora?
L: E’ una storiella che dimostra con particolare efficacia che la conoscenza, l’episteme, è cosa diversa dall’opinione, dalla doxa. La conoscenza è un fatto spirituale, mentre l’opinione è un fatto psicologico. L’opinione ci permette di conoscere com’è fatto il soggetto, non com’è fatto l’oggetto.
R: Questo è vero. I test psicologici si basano proprio su questo principio. Il soggetto al quale vengono somministrati formula dei giudizi che servono a conoscere il soggetto e non l’oggetto.
L: Immagina infatti un tizio che, messo di fronte a una tavola del Rorschach, dicesse: “Questa è una delle dieci tavole del test proiettivo ideato dallo psichiatra svizzero Hermann Rorschach”. Vanificherebbe immediatamente il test proprio in forza dell’obiettività del suo giudizio.
R: Non c’è dubbio!
L: Il guaio, però, è che anche il mondo può essere trattato come una tavola del Rorschach: ossia come uno schermo sul quale proiettare tutte quelle rappresentazioni, dette “visioni” o “concezioni” del mondo, partorite dalla nostra natura personale. Ad esempio, di tutta la ricca, articolata e organica unità del mondo, il materialista coglierà il solo momento oggettivo, poiché meglio si confà alla sua indole; per lo stesso motivo, l’idealista coglierà invece il solo momento soggettivo.
R: Devo confessarti che più si va avanti e meno capisco come la pensi.
L: Questo dipende dal fatto che io non “la” penso, ma penso!
R: E qual è la differenza?
L: La differenza è che io cerco di muovermi nella realtà col pensare, facendo bene attenzione a non farmi irretire da nessun pensato: vale a dire, da nessuna filosofia, ideologia o visione precostituita.
R: Non ti riconosci, dunque, in nessuno dei tanti “ismi” esistenti?
L: Ma vedi, il materialismo, lo spiritualismo, l’idealismo, il matematismo, lo psichismo, il fenomenismo, il realismo, il monadismo, il razionalismo, il sensismo, il dinamismo e lo pneumatismo sono dodici possibili “ismi”. La loro funzione, sul piano animico-spirituale, dovrebbe essere analoga a quella svolta, sul piano fisico, dagli organi di senso. Ne abbiamo diversi e sappiamo che nessuno di essi è più vero degli altri. Sappiamo anzi che, per avere sufficienti informazioni sul reale, è indispensabile il loro concorso. Come suonerebbe perciò ridicolo il dichiararsi, che so, “olfattisti”, “uditisti” o “tattisti”, dovrebbe suonare altrettanto ridicolo il dichiararsi “materialisti”, “spiritualisti” o “psichisti”.
R: Chi si dichiara, poniamo, “razionalista” si è quindi inconsciamente identificato con il razionalismo?
L: Esatto! E’ proprio questa inconscia identificazione a irrigidire il pensare, e a generare di conseguenza l’immobilismo e il dogmatismo. E’ come se uno dicesse: “Sono razionalista, dunque sono”. Una persona del genere, quando verrà messo in discussione il razionalismo, si difenderà perché, perdendo il razionalismo, avrà paura di perdere se stessa o la propria identità.
R: Penso comunque che un razionalista avrà più paura dello psichismo o dello pneumatismo che non magari del matematismo.
L: Certo! Fra gli “ismi” può darsi infatti attrazione o repulsione. La concezione che più si teme e si avversa è senz’altro quella opposta alla concezione con la quale ci si è identificati. Il materialista, ad esempio, sentirà la propria identità minacciata soprattutto dall’idealismo.
R: Devo riconoscere che tutto ciò è molto interessante. Se ho ben capito, tu vorresti insomma che si dicesse: “Sum, ergo cogito”, e non: “Cogito, ergo sum”. Sento, tuttavia, che l’idea di un Io che si regge su di sé, e che non ha perciò bisogno delle grucce di una dottrina, di una ideologia o di una concezione filosofica, può impaurire, se non dare addirittura le vertigini.
L: Questo dipende dal fatto che c’identifichiamo normalmente con il corpo o con l’anima, e non con lo spirito: ossia, con il nostro vero Io. Considera che tanto l’Io del soggettivista quanto il non-Io dell’oggettivista non rappresentano che due opposti aspetti o momenti dell’Io reale. Del resto, se non muovessimo da uno stato d’identificazione con ciò che è altro da noi, per quale ragione dovremmo avere paura di ciò che siamo?
R: Penso di poter dire, comunque, che sei un monista.
L: Un vero monista, però, deve essere in grado di realizzare una sintesi effettiva degli opposti e di approdare così al vero Io, che è, sia essenza del soggetto e dell’oggetto o dell’Io e del non-Io, sia essenza del pensare, del sentire e del volere.
R: Non credo che il pensiero ordinario sia in grado di concepire una realtà del genere!
L: Hai ragione. Quand’anche la concepisse, la concepirebbe infatti sul suo stesso piano, e quindi in modo astratto. Fatto sta che più della cosa che si concepisce, importa il come la si concepisce, poiché è il come a rivelare il chi la concepisce.
R: Vale a dire?
L: Vale a dire che anche la realtà più viva, pensata nel modo in cui possono pensarla un pensiero e un soggetto astratti, risulta astratta. Soltanto un pensiero vivo può riuscire a concepire e realizzare una sintesi viva. Un vero monismo deve mostrarsi quindi in grado di risolvere l’antitesi di soggetto e oggetto in una superiore unità dinamica che riassuma tre momenti: quello della differenza degli opposti; quello della loro identità; e quello del processo mediante il quale si trasformano l’uno nell’altro.
R: Sono sicuro che, durante la settimana, avrò molto da pensare. La prossima volta, dato il valore che assegni al pensiero, vorrei che ci soffermassimo su questa facoltà.
L: Lo faremo, te lo prometto.
R: Allora arrivederci.
L: Arrivederci.

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Lucio Russo
 
Rudolf Steiner