Articolo del: 25/04/2009

Sezione: Studi gnoseologici
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Dialoghi sulla libertà (3)

3° Dialogo

R: La volta scorsa, ci siamo lasciati col proposito di affrontare oggi il problema del pensare.
L: Me lo ricordo; non solo, ma in questi giorni, ripensandoci, mi sono reso conto che la tua richiesta può aiutarci a entrare subito nel problema.
R: Non capisco.
L: Non hai forse chiesto di pensare il pensare?
R: E con ciò? Se ne avessi sentito il bisogno, avrei potuto ugualmente chiedere di pensare il sentire o il volere.
L: Vedi, di “pensare” il sentire o il volere, e non di sentire il sentire o di volere il volere. Non ti sembra significativo? Non ti dice nulla, cioè, che sia soltanto il pensare a potersi conoscere, ripiegandosi su di sé?
R: Continuo a non capire.
L: Va bene, ne riparleremo più tardi. Ora immagina, invece, che la volta scorsa avessimo deciso di dedicare questo incontro, non al pensiero, ma alle piante. Ci saremmo forse dati appuntamento all’orto botanico, avremmo passeggiato, avremmo osservato le varie specie e ci saremmo anche scambiati delle idee.
R: Può darsi, e allora?
L: E allora stiamo per scambiarci lo stesso delle idee, ma sulla base di quali osservazioni? Le piante, prima di pensarle, le avremmo osservate. Il pensiero ci accingiamo invece a pensarlo senza averlo prima osservato.
R: Ancora mi sfugge il senso di questo discorso.
L: Sarò allora più esplicito. Sai che la ricerca scientifica poggia sui due pilastri dell’osservazione e del pensiero. Qualunque scienziato osserva infatti gli oggetti o i fenomeni e poi li pensa. Ebbene, vorresti forse contravvenire a questa regola? Vorresti cioè pensare il pensare senza averlo prima osservato?
R: Ma come si fa a osservarlo?
L: Chiediamoci, piuttosto, per quale ragione non lo si fa: per quale ragione, ossia, passa normalmente inosservato.
R: E quale sarebbe questa ragione?
L: Lo vedremo. Cominciamo intanto col distinguere il pensare, quale verbo o attività, dal pensato, quale sostantivo. I concetti o le idee sono infatti dei pensati che vengono alla luce attraverso il pensare.
R: Vuoi dire che è il pensare a crearli?
L: No! Ho solo detto che vengono alla luce “attraverso” o “mediante” il pensare. Pensa a un figlio; sono forse i genitori a crearlo? O non è piuttosto un’individualità o un Io che può venire al mondo soltanto attraverso o mediante un padre e una madre?
R: D’accordo, distinguiamo il pensare dai pensati. Per quale ragione, dunque, passano entrambi inosservati?
L: I pensati, ossia i concetti o le idee, passano inosservati perché vengono identificati inconsciamente con le cose. Si dice, ad esempio: “Vedo una sedia”, e si crede, così dicendo, che siano gli occhi a vederla. Se si fosse coscienti di quel che si fa, si direbbe invece: “I miei occhi ricevono degli stimoli che penso come sedia”.
R: Sarebbe alquanto buffo esprimersi così!
L: Magari non lo si facesse soltanto per questo! Non lo si fa, invece, perché non ci si rende conto che la sedia è un concetto, e non una cosa.
R: Sopra un concetto, però, non ci si siede!
L: E’ vero. Ma senza tale concetto, ci si potrebbe sedere ovunque, tranne che su una sedia. Nessuno l’avrebbe infatti costruita se prima non l’avesse ideata. Non a caso, Hegel ricorda che “il legno non è in grado di realizzare un letto, né il metallo una statua”. Del rapporto tra la cosa e l’idea, parleremo comunque in seguito.
R: D’accordo, torniamo allora a noi. Hai detto dei pensati, cioè dei concetti o delle idee; e che dici del pensare?
L: Hai presente il prologo del Vangelo di Giovanni? “La luce risplende fra le tenebre, ma le tenebre non l’hanno riconosciuta”. Anche il pensare, passando inosservato al pari dei pensati, non viene riconosciuto. Il motivo per cui passa inosservato è però un altro.
R: E quale?
L: Non è facile dirlo in breve!
R: Dillo come vuoi, ti ascolto.
L: Immagina allora che uno scienziato stia osservando qualcosa al microscopio, e che, alle sue spalle, un altro scienziato sia intento a osservarlo. Il primo scienziato osserva e pensa dunque una cosa o un “fatto”, mentre il secondo osserva e pensa l’attività del primo o un “fare”. Ecco, per poter osservare il pensare, dovremmo fare da soli quanto fanno, in questo esempio, i due scienziati.
R: Ma è impossibile!
L: Hai ragione. Infatti, osservare il pensare in atto è impossibile, mentre è possibile osservare quello attuato. Ma sai che cosa significa questo?
R: Non ne ho idea.
L: Significa che il pensare è una nostra attività o un atto dell’Io. Se fosse l’attività di un altro o se fosse l’atto di un non-Io, potremmo infatti osservarlo nel momento in cui si produce. Poiché è però impossibile fare due cose in una volta, dobbiamo scegliere: o lo produciamo, o lo osserviamo. Scegliamo ovviamente di produrlo, perché, se non lo producessimo, non potremmo nemmeno osservarlo.
R: Un momento! Hai detto, parlando della scienza, che prima si deve osservare e poi pensare. Come mai adesso dici che prima si deve pensare e poi osservare?
L: Lo dico perché sto parlando dell’osservazione del pensare: ossia di una realtà ch’è diversa da tutte le altre.
R: E stando alla regola che hai ricordato, il pensare, dopo averlo osservato, lo dovremmo anche pensare?
L: Certo! Ogni oggetto osservato, per essere compreso, deve essere pensato. Un albero, ad esempio, quale puro oggetto di osservazione, non è ancora un “albero”, né tantomeno un “pioppo”, un “pino” o una “quercia”: non è ancora, insomma, una percezione determinata da un concetto. Dal punto di vista dell’osservare, non c’è alcuna differenza tra il pensare prodotto e tutti gli altri oggetti. Dal punto di vista del pensare, si conferma invece la sua eccezionalità.
R: Si conferma cioè un oggetto “molto peculiare”?
L: Proprio così! Abbiamo visto in che cosa consiste la peculiarità del pensare quando lo si assume quale oggetto dell’osservazione; stiamo cercando adesso di vedere come si presenta la sua peculiarità quando invece lo si assume quale oggetto del pensare.
R: Cioè, di se stesso.
L: Rifletti: quando osserviamo nella natura i minerali, le piante o gli animali, o quando osserviamo nell’uomo i sentimenti o gli istinti, ci accorgiamo che, per poterli comprendere, dobbiamo trasferirli, dal piano in cui si manifestano, al piano del pensare. Come corsi d’acqua che hanno la loro sorgente nei luoghi più diversi, tutti questi fenomeni vanno a sfociare nel mare del pensare. E’ solo qui che, riunendosi ai loro rispettivi concetti, possono determinarsi e rivelare la loro identità. Quando si osserva il pensare, ci si accorge invece che questo non è necessario. Per potersi determinare e rivelare, il pensare non ha bisogno di uscire da se stesso.
R: Intendi dire, insomma, che il pensare, una volta osservato, non ha bisogno di essere pensato, in quanto è già appunto pensare?
L: Esatto! Si tratta infatti di un’attività capace, come dice Hegel, “di determinare se stessa a partire da se stessa”. Pensa ad esempio alla luce. Se si vuole vedere che cosa c’è in una stanza buia, si deve accendere la luce; ma se poi si vuole vedere la luce, non è necessario accendere altro. La luce, illuminando le cose, illumina anche se stessa, poiché si regge su di sé come il pensare.
R: E’ il caso di dire che questo esempio è proprio “illuminante”! Vorrei porti, però, un altro problema.
L: Dimmi.
R: Quando si vuole osservare e studiare un microrganismo, si provvede anzitutto a isolarlo. Dal momento che il pensare ci si presenta normalmente mescolato col sentire e col volere, si deve fare la stessa cosa per osservarlo?
L: Vedi, quando ci si richiama all’esperienza, non sempre si è coscienti che risulta dalla combinazione di due diversi elementi: della percezione e del pensiero. E non se ne è coscienti perché non si è fatto, con l’esperienza, quello che si è fatto ad esempio con l’acqua. Se non l’avessimo scomposta, avremmo mai scoperto che è frutto della combinazione dell’idrogeno con l’ossigeno?
R: Non solo non lo avremmo scoperto, ma ci sarebbe stato perfino difficile immaginare che risulti dalla combinazione di due gas.
L: In ogni caso, la vera ragione per la quale è difficile comprendere l’esperienza è che viene quasi sempre confusa con la percezione: che l’insieme viene cioè confuso con una delle sue parti. Qui risalta in modo particolare il peso negativo della reificazione del concetto: ossia, della sua inconscia identificazione con l’oggetto o con la cosa.
R: Anche il problema della percezione, in effetti, è interessante e complesso. Non potremmo affrontarlo nel nostro prossimo incontro?
L: D’accordo. Del resto, se l’esperienza è costituita di percezione e pensiero, dopo esserci occupati del pensiero, non possiamo non mettere in programma un incontro dedicato alla percezione.
R: Riprendendo il discorso, mi pare di capire che sarebbe dunque necessaria un’esperienza dell’esperienza.
L: C’è infatti il rischio, se non la si analizza attentamente e non la si comprende, che il giusto appello all’esperienza, precipuo della scienza, si trasformi in una banale e vuota formula dogmatica.
R: Se non ti dispiace, vorrei però tornare al problema della separazione del pensare dal sentire e dal volere. Mi domando, infatti, come si possa realizzare.
L: In realtà, all’interno del pensare, sono sempre presenti il sentire e il volere. Ma il pensare, per il fatto di avere in sé il sentire e il volere, non è che cessi di essere il pensare. All’essere del pensare, il sentire conferisce qualità o anima, mentre il volere conferisce calore o forza. Ma entrambi conferiscono qualcosa appunto al suo essere: ossia, a ciò che fa del pensare il pensare.
R: Vedo che la cosa è più complicata di quanto pensassi. Continuo comunque a chiedermi come sia possibile isolare il pensare.
L: Fatto sta che non si tratta tanto d’isolarlo, quanto piuttosto di accertare se il pensare contenga o meno il sentire e il volere: di vedere, cioè, se li contenga, o se non ne sia viceversa contenuto. Un ospedale, ad esempio, non cessa di essere tale per il fatto che al suo interno vengono svolte attività tecniche e amministrative; solo nel caso in cui una di queste prendesse il sopravvento sull’attività terapeutica si avrebbe ragione di sostenere che un ospedale non è più un ospedale.
R: Vuoi dire, insomma, che il pensare è il pensare, non quando esclude il sentire e il volere, ma quando li subordina. Immagino che questo valga anche per il pensare e il volere nel sentire e per il pensare e il sentire nel volere.
L: Immagini bene. In realtà, è solo per comodità che parliamo di pensare, sentire e volere. Di fatto, siamo sempre in presenza di tutt’e tre queste forze. Ciascuna, però, si presenta una volta come dominante e due volte come ausiliaria.
R: In ogni modo, credo che il pensare, il sentire e il volere si distinguano anche per come si rapportano all’oggetto.
L: E’ vero. Il sentire non fuoriesce normalmente dal soggetto, mentre il volere e il pensare si protendono verso l’oggetto: il primo, verso l’oggetto materiale; il secondo, verso quello ideale o spirituale. Il sentire valuta invece l’oggetto in rapporto al soggetto o, per meglio dire, in funzione della reazione che suscita nel soggetto. Se facessimo assegnamento solo sul sentire, non potremmo dire, ad esempio: “Questa è una statua”; potremmo solo dire: “Questo mi piace o non mi piace”. In quanto intransitivo, il sentire non ci parla di ciò che le cose sono in sé, ma sempre e soltanto delle reazioni che suscitano in noi, e quindi di noi stessi.
R: Il volere e il pensare si dimostrano inoltre attivi, mentre il sentire appare passivo.
L: Non a caso, la sfera del sentire è quella delle “passioni”. Sono le cose, in effetti, a suscitare in noi le immediate reazioni del sentire. E’ difficile immaginare, ad esempio, che un triangolo rettangolo susciti immediatamente, nel pensare, il teorema di Pitagora.
R: Hai detto che il pensare, per essere tale, non deve escludere il sentire e il volere, ma subordinarli. Qual è, allora, la più pura delle sue manifestazioni?
L: Senza dubbio quella concettuale. Possiamo farci molte rappresentazioni del triangolo, ma possiamo averne un solo concetto. Il noto detto “Quot capita, tot sententiae” vale per le rappresentazioni, ma non per il concetto. Le rappresentazioni sono le forme in cui i concetti si manifestano nell’intelletto o, come dice Hegel, delle “metafore” dei concetti. Se non ci fossero i concetti, non esisterebbero nemmeno le rappresentazioni.
R: Sto pensando che per il fatto che ciascuno ha, come si usa dire, “la sua verità”, si crede che la verità non esista, e non possa esistere. Mi sembra di cominciare a capire l’equivoco. E’ come se si dicesse: “Dal momento che esistono diversi ritratti di Napoleone, Napoleone non esiste”. Comincio anche a capire che, pensando, non facciamo che trafficare con i concetti o con le idee. Gatto, ad esempio, è un concetto, ma concetti sono pure mammifero, animale ed essere vivente. Per quanto, pensando, si salga o si scenda, s’induca o si deduca, non si esce mai dal regno dei concetti.
L: Il solo modo di uscirne sarebbe quello di smettere di pensare. Crediamo infatti di pensare le cose, ma non pensiamo, in realtà, che pensieri o concetti. Tuttavia, pensando pensieri o concetti ci accorgiamo di capire le cose, tanto da riuscire perfino a modificarle. E che cosa significa questo, se non che le cose, nella loro essenza, sono pensiero?
R: La cosiddetta “realtà delle cose” sarebbe dunque la realtà delle idee? Anche i rapporti tra le cose sarebbero allora rapporti tra idee.
L: Esatto! Osserva ad esempio questa pagina del mio taccuino. Ora traccio una riga orizzontale...Ecco! Che cosa è venuto fuori?
R: Non saprei, vedo solo una riga.
L: Non ti accorgi che, tracciando questa riga, ho evocato due concetti opposti: quello di alto e quello di basso o, se vuoi, quello di sopra e quello di sotto?
R: E’ vero!
L: Come vedi, questi due concetti sgorgano dalla stessa fonte. Benché l’uno sia l’opposto dell’altro, si tratta di due gemelli. Se consideri che tutti i concetti sgorgano, mediante il pensare, dall’Io, puoi ben comprendere la loro relatività. In ogni concetto, Hegel ha per l’appunto rilevato due momenti: quello del suo essere “per sé” e quello del suo essere “per l’altro”, anzi per il “suo altro” e non per un altro qualsiasi. Alto è infatti, a un tempo, un concetto “per sé” e un concetto relativo a quello di basso, che è il “suo altro”.
R: Vedo che non prendi nella benché minima considerazione la possibilità che queste attività siano il risultato di processi neurofisiologici.
L: Ma guarda che la stessa neurofisiologia ha ormai dimostrato l’assoluta inconsistenza dei tentativi di ridurre l’attività della mente a quella materiale del cervello. D’altro canto, chi non riesce a realizzare che il concetto, mettiamo, di causa è legato a quello di effetto soltanto in virtù del suo contenuto ideale, non ha davvero speranza di capire come stanno le cose.
R: Dici che l’attività del pensare non è svolta dal cervello, ma dall’Io. Ma come si fa a esserne certi?
L: Chi vuole scoprire la sorgente di un fiume, che cosa fa?
R: Ne risale il corso.
L: Ebbene, è anche ciò che occorre fare per scoprire la sorgente del pensare. Per risalirne il corso, cioè il movimento, bisogna però osservarne e conoscerne la natura.
R: Vuoi dire che è scoprendo la natura del pensare che si comincia a intravedere quella della fonte da cui sgorga?
L: Che noi, quali soggetti, si sia una sola cosa con l’atto del pensare lo abbiamo già visto; e abbiamo anche visto che il pensare si rivolge all’oggetto osservato, e non al soggetto. Mentre pensa, il pensante presta attenzione all’oggetto pensato, e non alla propria attività; e non vi presta attenzione poiché è appunto impegnato a svolgerla.
R: Abbiamo detto, infatti, che non si possono fare due cose in una volta.
L: Il soggetto che produce il pensare è lo stesso che l’osserva; mentre lo produce non può però osservarlo, poiché è del tutto calato nell’atto del produrlo. Compiuto l’atto, il soggetto rientra in sé, e può allora osservare quello che ha prodotto.
R: Questa impossibilità di fare contemporaneamente due cose, mi ha fatto tornare alla mente la celebre “figura ambigua” di Edgar Rubin. Si trova in molti testi di psicologia e viene detta “ambigua” o “doppia” perché ci si può vedere, o un vaso bianco, o due volti neri di profilo. La conosci?
L: Sì. Ne ricordo anche un’altra forse meno famosa, ma più divertente: è del caricaturista Hill e s’intitola: “Mia moglie e mia suocera”; ci si può vedere, o una bella ragazza, o il profilo di una vecchia befana.
R: Ah sì, la conosco. L’ho vista un paio di volte. Avrai notato ch’è impossibile riuscire a vedere contemporaneamente i due aspetti di queste figure.
L: E ti sei chiesto il perché di questa impossibilità?
R: A dire il vero, mi sono limitato a notarla. Con un solo sguardo è di fatto impossibile coglierne entrambi gli aspetti; li si deve necessariamente osservare uno dopo l’altro. La mia impressione è che si dia una sorta di movimento interiore, una sorta d’impercettibile cambio di prospettiva.
L: Ma non è la prospettiva a cambiare! La figura è quella che è, e gli stimoli che raggiungono gli occhi sono sempre gli stessi. Siamo noi che, muovendo il pensare, giudichiamo tali stimoli una volta come “vaso”, l’altra come “due profili”, o viceversa. Siamo noi, insomma, che portiamo incontro ai medesimi stimoli due concetti diversi; questi generano poi due diverse rappresentazioni che, proiettate all’esterno, si traducono in due diverse immagini percettive.
R: L’ambiguità di tali figure deriva dunque dalla sfera del pensare e dei concetti, e non, come per lo più si crede, da quella della percezione?
L: Certo! Un’unica figura contiene tanto il vaso che i due profili. Il pensare non può però produrre, a un tempo, due concetti diversi. Secondo quanto abbiamo detto e ripetuto, se si fa una cosa non se ne può fare simultaneamente un’altra.
R: Questo confermerebbe che il pensare è una nostra produzione, e che, osservando il suo movimento, osserviamo la nostra stessa attività.
L: Diciamo che, in virtù del movimento extrasensibile del pensare, ci è data la possibilità di sperimentarci e conoscerci quali soggetti spirituali.
R: Lo trovo convincente. Prima di salutarti, vorrei farti però una domanda che avrei dovuto forse farti prima. Abbiamo parlato del pensare, ma non della coscienza; eppure è la coscienza a reggere il pensare.
L: Considera, tuttavia, che, nel conoscere, si parte da ciò che è ultimo, e non da ciò che è primo: è partendo dall’effetto che si risale alla causa. E’ per questo che l’esame del pensare deve precedere quello della coscienza. A cosa servirebbe partire dalla coscienza e sottoporla all’analisi pensante, senza sapere nulla circa la possibilità di ottenere una spiegazione delle cose mediante il pensare?
R: Apprezzo la praticità di questa tua risposta. In effetti, qualunque cosa si decida d’indagare, sia essa il conscio, l’inconscio, l’esistenza, l’essenza, la materia o lo spirito, si deve muovere dal pensare.
L: Mi fa piacere sentirtelo dire. E’ questa, in realtà, la cosa più importante: quella che tutti fanno, ma che pochi si rendono conto di fare. Hegel, ad esempio, prende le mosse dall’Idea, ma questa, per quanto sublime, è pur sempre un pensato, e non il pensare.
R: Secondo te, è dunque essenziale partire da un’attività, e non da una cosa, da un fare, e non da un fatto: insomma, dal pensare e non da un pensato.
L: Proprio così!
R: Mi dispiace, ma devo salutarti. Ti ricordi che abbiamo deciso di affrontare, la prossima volta, il problema della percezione?
L: Me lo ricordo; arrivederci dunque alla prossima settimana.
R: Arrivederci.

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Lucio Russo
 
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