Articolo del: 16/05/2009

Sezione: Studi gnoseologici
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Dialoghi sulla libertà (4)

4° Dialogo

L: Eccoci pronti a parlare della percezione. Ti sei preparato?
R: Tu scherzi, ma in questi giorni sono andato davvero a consultare svariati testi sull’argomento.
L: E ti è stato utile?
R: Non molto. Pensa che in un Dizionario di psicologia i rapporti tra la percezione e la sensazione vengono definiti addirittura “inestricabili”. Non è certo incoraggiante!
L: Immagino. D’altro canto è inevitabile dal momento che non si ha una giusta idea né della percezione né della sensazione. Come si fa a districare i loro rapporti se non si è compreso che la percezione è un fatto del corpo, mentre la sensazione è un fatto dell’anima?
R: Ho notato che anche diversi filosofi parlano della sensazione come se fosse un fatto del corpo.
L: Il che conferma la confusione che regna al riguardo. Eppure, non sarebbe difficile capire che, mediante la percezione, accogliamo un contenuto del mondo e, mediante la sensazione, sperimentiamo la nostra reazione a esso.
R: Vale a dire?
L: Pensa, ad esempio, a un incontro di calcio in cui una delle squadre stia vincendo, a cinque minuti dalla fine, per uno a zero. Ai tifosi della squadra in vantaggio questi cinque minuti sembreranno interminabili; a quelli della squadra in svantaggio sembreranno di contro brevissimi.
R: Nonostante i minuti siano per entrambi gli stessi.
L: Un conto sono infatti “cinque minuti” come percezione, vale a dire come frazione di tempo determinata oggettivamente dall’orologio, altro “cinque minuti” come sensazione: questi si allungano o si accorciano a seconda del nostro stato d’animo.
R: Un po’ come capita quando ci si guarda in uno specchio deformante. Ci si vede più magri e più alti o più grassi e più bassi di come si è, a seconda della deformazione operata dallo specchio.
L: Certo!
R: Immagino che anche la percezione di uno stesso spazio possa suscitare sensazioni diverse.
L: Basta pensare a come lo sperimentano le persone che soffrono di claustrofobia o di agorafobia. Proprio le fobie, peraltro, evidenziano, anche se in modo abnorme, il carattere soggettivo delle sensazioni. Nessun claustrofobo, ad esempio, ha paura dell’ascensore come oggetto di percezione, ma sempre e soltanto dell’ascensore come oggetto di sensazione.
R: Consultando i testi di cui ti dicevo, ho avuto comunque l’impressione che il fenomeno della percezione sia estremamente complesso.
L: Per comprenderlo, infatti, si dovrebbe cominciare col distinguere: 1°) l’atto percettivo del soggetto; 2°) il processo percettivo; 3°) il contenuto oggettivo della percezione, vale a dire il percetto; 4°) la percezione soggettiva di tale contenuto, vale a dire l’immagine percettiva.
R: In genere, si ritiene che il processo percettivo parta da uno stimolo fisico. E’ così, o parte invece dall’atto percettivo? Muove insomma dall’oggetto o dal soggetto?
L: Perché possa sfociare in una chiara immagine percettiva, occorre l’atto del soggetto. Lo dimostra il fatto che la percezione presuppone un certo grado di attenzione; e l’attenzione è segno della presenza dell’Io nella coscienza.
R: Anche l’intensità dello stimolo deve però superare una certa soglia.
L: Indubbiamente. Non si dà infatti chiara percezione, tanto nel caso in cui sia insufficiente l’attenzione, quanto in quello in cui sia insufficiente lo stimolo.
R: In ogni caso, il soggetto non si limita, come dicono alcuni, a “patire” lo stimolo, o a esserne “affetto”.
L: Ma certo! Una volta ho fatto questa prova: mi sono messo a leggere il giornale con la radio accesa, in modo da essere raggiunto, contemporaneamente, da stimoli visivi e da stimoli uditivi. Quando mi concentravo nella lettura non sentivo più la radio, e quando mi concentravo nell’ascolto della radio non ero più in grado di leggere il giornale.
R: Spostavi dunque l’attenzione, alternativamente, dagli occhi alle orecchie?
L: Sì. Era come se, stando in una stanza con due finestre aperte su strade diverse, mi fossi affacciato ora all’una, ora all’altra. Sotto quella alla quale non ero affacciato gli eventi proseguivano il loro corso, ma io non potevo accorgermene.
R: Questo per l’atto percettivo; e per il processo percettivo?
L: Si tratta di un processo che va dallo stimolo fisico all’immagine percettiva. Lo stimolo viene accolto dagli organi di senso, passa ai nervi, e poi, come impulso nervoso, viene trasferito lungo le vie afferenti al cervello. Da questo punto di vista, il processo percettivo ricorda quello nutritivo. Il percetto somiglia al cibo che, appena messo in bocca, viene elaborato e trasformato dalla masticazione.
R: Se è un processo attivo, ossia un atto dell’Io, che differenza c’è allora tra questo e quello del pensare?
L: Sono entrambi atti dell’Io ma si estrinsecano a livelli diversi e in modi diversi. Quello del percepire è un atto prevalentemente volitivo o intenzionale; quello del pensare è un atto prevalentemente ideale.
R: Non sono dunque gli occhi a vedere o le orecchie a udire, bensì è l’Io che vede e ode attraverso gli occhi e le orecchie. Questo mi fa tornare alla mente una cosa che mi è capitata qualche anno fa.
L: Che ti è successo?
R: Ero a letto a leggere, e quindi avevo gli occhiali. Quando ho sentito arrivare il sonno, ho posato il libro, mi sono messo giù, e mi sono dimenticato di toglierli. Al che mia moglie mi guarda e dice: “Che fai, dormi con gli occhiali?”.
L: E tu?
R: Qui viene il bello! Senza minimamente pensarci, ho detto: “Sì, perché voglio vedere bene i miei sogni”.
L: Ha apprezzato la battuta?
R: Non lo so perché, subito dopo averla detta, mi è venuto da pensare: diavolo! Anche se sono miope e astigmatico, vedo benissimo i sogni senza occhiali. Come si spiega questo fatto?
L: E ti sei dato una risposta?
R: So solo che a un certo punto mi sono detto: ma non sarà che i sogni non si vedono con gli occhi, e che quindi il vedere non dipende da loro?
L: Questa tua esperienza è molto significativa. Gli occhi, come tutti gli altri organi di senso, sono infatti uno strumento del quale l’Io dovrebbe servirsi, e dal quale non dovrebbe essere viceversa asservito. Immagina, ad esempio, che qualcuno, abituato a usare il binocolo, d’un tratto se lo trovasse incollato agli occhi e non riuscisse più a staccarlo. A lungo andare, potrebbe perfino dimenticarsi di essere stato un tempo capace di vedere senza il binocolo.
R: Stai forse alludendo a stati di coscienza che erano propri dell’antica umanità?
L: Hai colto nel segno! Tieni però presente che la coscienza può ritrovare, a un nuovo e più alto livello, quello che ha perduto nel corso della sua evoluzione.
R: Mi piacerebbe proseguire su questa strada, ma capisco che ci porterebbe troppo lontano. Tornando perciò a noi, mi pare che l’atto del percepire sia rivolto alla manifestazione sensibile delle cose, mentre quello del pensare sia rivolto alla loro essenza ideale.
L: In effetti, l’Io percepisce mediante i sensi ciò che può rivelarsi solo ai sensi, e pensa, mediante il pensare, ciò che può rivelarsi solo allo spirito.
R: In poche parole, “il simile conosce il simile”.
L: Appunto!
R: L’altra volta, hai detto che l’essenza ideale dell’oggetto, ossia il concetto o l’idea, passa inosservata perché viene identificata inconsciamente con la cosa, e quindi reificata; e hai anche detto, per esemplificare, che un albero diventa un albero soltanto quando al percetto indeterminato si unisce il concetto determinato. Allora mi chiedo: prima di essere conosciuto, che cos’è un albero?
L: Lo vuoi sapere?
R: Certo!
L: Prima di essere conosciuto, un albero è un albero!
R: Questa è bella!
L: Ma vedi, tutto sta nel non confondere l’albero con la coscienza dell’albero.
R: Vale a dire?
L: Vale a dire che l’essenza dell’albero è una realtà naturale, mentre la coscienza della sua essenza è una realtà spirituale. Nikolaj Berdjaev ha detto: “la conoscenza è conoscenza dell’essere per mezzo dell’essere”: è cioè l’essere che, ripiegandosi su di sé, si media, si conosce e si spiritualizza. Insomma, grazie al conoscere umano, l’essere diviene spirito.
R: Sono affermazioni impegnative. Potresti essere, per favore, più chiaro?
L: Prova allora a immaginare una bambina che smonti una bambola per vedere com’è fatta dentro, e poi la rimonti. Ora, tra la bambola non ancora smontata e quella rimontata, c’è forse differenza?
R: Se è stata rimontata bene, nessuna.
L: Non è infatti la bambola a essere cambiata, ma la bambina.
R: Intendi dire che la bambina non è più quella di prima perché si è arricchita di una nuova conoscenza?
L: Esatto!
R: Per conoscere com’è fatta dentro la bambola, la bambina la smonta e la rimonta, ma noi, per conoscere com’è fatto dentro il mondo, come facciamo a smontarlo e rimontarlo?
L: E’ presto detto: percependo, lo smontiamo; pensando, lo rimontiamo!
R: In che senso percependo lo smontiamo?
L: Vedi, il percepire non solo smonta il mondo perché trasforma la sua organica unità nella molteplicità delle singole cose, ma smonta pure le singole cose. Abbiamo già detto, ad esempio, che un albero prima di essere riunito al suo concetto non è che un indeterminato contenuto di percezione che si presenta al cervello suddiviso in vari impulsi.
R: Gli eventi cerebrali sono in effetti disparati.
L: E lo sono poiché derivano dall’incontro o scontro dell’atto percettivo del soggetto con l’oggetto. Nell’istante stesso di questo incontro o scontro, l’unità dell’oggetto, recepita da più sensi, si suddivide in una varietà di stimoli e impulsi.
R: E’ vero. Ogni oggetto rivela qualcosa di sé al tatto, qualcos’altro alla vista, qualcos’altro ancora all’udito, e così via. In questo modo, la sua unità viene ad articolarsi in una varietà di stimoli e impulsi.
L: Fatto sta che l’oggetto potrebbe essere paragonato a un vaso che, cadendo, vada in pezzi. Ogni senso ne raccoglie uno e lo consegna al pensare, in modo che li rimetta insieme e restituisca al vaso la sua forma originaria.
R: L’attività del percepire è dunque analitica?
L: Indubbiamente! Non solo, infatti, ci consente di estrarre o astrarre, dall’insieme del mondo, i singoli oggetti, ma ci consente pure di estrarre o astrarre, dal singolo oggetto, un numero di qualità pari a quello dei sensi impegnati nella sua percezione.
R: Dunque, come direbbe un alchimista, il percepire solve e il pensare coagula. Ciò che più mi colpisce, però, di quanto dici, è che il pensare ci dà o ci restituisce proprio quello che esiste prima dell’intervento analitico del percepire. Questo vorrebbe dire ch’è dunque possibile conoscere l’oggetto in sé, o l’oggetto noumenico, e non solo, come sostiene Kant, l’oggetto fenomenico?
L: E’ così. Ma se tiri in ballo l’idealismo critico di Kant, allora devi tirare in ballo anche il realismo ingenuo e l’idealismo soggettivo.
R: E perché?
L: Perché è raffrontando queste due concezioni che si possono chiarire meglio, sia i rapporti che intercorrono tra gli elementi che contribuiscono alla formazione dell’immagine percettiva, sia la contraddizione in cui è caduto Kant.
R: Parliamone, allora.
L: Il dualismo di percepire e pensare è analogo a quello di oggetto e soggetto. Quindi si ripropongono, riguardo al primo, gli stessi equivoci che abbiamo rilevato quando ci siamo occupati del secondo.
R: Ricordo: abbiamo parlato di concezioni che optano per l’oggetto a danno del soggetto e di concezioni che fanno esattamente il contrario.
L: Anche nel caso del percepire e del pensare si danno infatti concezioni che riducono il soggetto all’oggetto, perché considerano l’idea un riflesso della cosa, e concezioni che riducono l’oggetto al soggetto, perché considerano la cosa un riflesso dell’idea.
R: Per i realisti ingenui, per gli empiristi o per i materialisti l’idea è in effetti un riflesso della cosa; ma chi sono quelli convinti del contrario?
L: Al giorno d’oggi non esistono quasi più. Ai tempi di Kant, non era però così, e fu anche con questi ch’egli dovette misurarsi.
R: Me ne puoi ricordare almeno uno?
L: Come no: il vescovo irlandese George Berkeley.
R: Ripescando nei miei ricordi scolastici, mi sembra che Berkeley sia il rappresentante di quell’idealismo definito da Kant “empirico” e riassunto nella formula: esse est percipi.
L: Ricordi bene. Berkeley sostiene che l’essere delle cose si riduce appunto all’essere percepito. Quel che più importa, tuttavia, è il suo dirsi convinto che, al di fuori della mente umana, non esiste nulla: che al di fuori della mente, cioè, non c’è alcun mondo sensibile fatto di corpi e di cose.
R: Annulla quindi l’oggetto. Ma, annullando l’oggetto, non dovrebbe annullare anche il percepire?
L: Fatto si è che l’oggetto, più che annullarlo, lo sposta dall’esterno all’interno del soggetto: lo fa cioè sparire dal mondo per farlo riapparire nel soggetto. Secondo Berkeley, percepiamo infatti idee, non cose.
R: Ma non è quello che sostieni anche tu?
L: Attento! Il problema, come ti dissi, è la sintesi degli opposti e non la riduzione dell’uno all’altro. I realisti ingenui trasformano l’idea in oggetto, mentre Berkeley trasforma l’oggetto in idea.
R: Si trasforma l’idea in oggetto quando s’identifica l’idea con la cosa; ma quand’è che si trasforma l’oggetto in idea?
L: Quando non si ha una giusta idea dell’idea o un giusto concetto del concetto. Per Berkeley, infatti, le “idee generali” o i concetti universali non sono che “nomi”, e quindi irrealtà. Trasformare l’oggetto in idea significa mettere l’oggetto al posto dell’idea, e quindi il singolare al posto dell’universale.
R: Non mi è chiaro.
L: Vedi, Berkeley dice, ad esempio: “Noi non percepiamo l’uomo, ma quest’uomo”. E’ vero. Ma il guaio è che crede che anche il pensare pensi quest’uomo, e non l’uomo, in quanto appunto conferisce alle idee il carattere singolare delle cose.
R: Ora capisco perché Kant lo definisce “empirico”! E tu, invece, come vedi il rapporto tra la singolarità della cosa percepita e l’universalità dell’idea pensata?
L: Le cose percepite sono singole manifestazioni dell’idea universale. Si potrebbe dire, in termini musicali, che sono delle “variazioni sul tema”. Per Goethe, ad esempio, ogni pianta è manifestazione della Urpflanze: cioè, di un’unica pianta archetipica.
R: E quale sarebbe la contraddizione in cui è caduto Kant?
L: Prima di rispondere a questo, consentimi di dire ancora qualcosa sulle due concezioni di cui stiamo parlando.
R: D’accordo.
L: Se è vero che le rappresentazioni derivano, mediante il giudicare, dai concetti, e che le immagini percettive non sono, per dirla in breve, che delle rappresentazioni proiettate sul mondo, trasportate cioè dal mondo bidimensionale interno a quello tridimensionale esterno, si scopre allora che i realisti ingenui invertono la sequenza di questo processo.
R: Vale a dire?
L: Vale a dire che partono col piede sbagliato, perché, identificando l’immagine percettiva dell’oggetto con l’oggetto, pensano che la rappresentazione sia una sorta d’impronta o di fotografia dell’oggetto: ovvero, una sua mera riproduzione interiore. E’ naturale, quindi, che, sulla base di una simile convinzione, vedano poi nel concetto un semplice nome, utile soltanto a riunire e catalogare le rappresentazioni. Come vedi, si tratta di una sequenza invertita.
R: Come pare piaccia al diavolo! Si dice, infatti, che quello del diavolo non è che il rovescio del regno di Dio: ciò che in questo è primo in quello diventa ultimo, e viceversa.
L: Se vuoi, mettila pure così. Quel ch’è certo, comunque, è che la reale sequenza degli eventi viene invertita. Berkeley invece non l’inverte, ma, per il fatto di aver scoperto che prima dell’immagine percettiva c’è la rappresentazione, e che prima della rappresentazione c’è il concetto, spogliato però del suo carattere universale, si sente in diritto di concludere che l’oggetto, al di fuori della nostra mente, non esiste. Gli sfugge, tuttavia, che se le cose stessero così la nostra esperienza quotidiana non sarebbe che un’allucinazione.
R: Se ben ricordo, lo sforzo di Kant non è stato quello di operare una sintesi delle opposte esigenze degli empiristi e dei razionalisti?
L: Fatto sta però che Kant, benché animato da questa intenzione, non solo non è riuscito a operare una sintesi degli opposti, ma li ha addirittura raddoppiati. Invece di una coincidentia o di una coniunctio, ha infatti realizzato una duplicatio oppositorum.
R: Cioè?
L: Ha cioè proiettato inconsciamente il concetto sul mondo, identificandolo con la cosa: non con la cosa fisica, come i realisti ingenui, ma con la cosa metafisica, con la “cosa in sé” o con il noumeno. A differenza dei realisti ingenui, non ha però proiettato sul mondo la rappresentazione e l’immagine percettiva, attribuendole giustamente al soggetto.
R: Ma le “categorie” di cui parla Kant non sono concetti?
L: Sono, sì, dei concetti, ma dei concetti “vuoti”, in quanto hanno un valore formale, e non reale o sostanziale. Ed è appunto la realtà o la sostanza sconosciuta del concetto che Kant proietta sul mondo e chiama “cosa in sé”. Fatto sta che per penetrare nei processi del percepire e del pensare occorre adottare un punto di vista dinamico, e quindi diverso da quello statico dell’ordinario intelletto. Kant si colloca a un livello di coscienza indubbiamente superiore a quello dei realisti ingenui e di Berkeley, ma la sua “cosa in sé” rivela il perdurare, in lui, di un elemento inconscio.
R: Di quello, cioè, della realtà del concetto. Mi sembra comunque di capire che esistono, per così dire, sia proiezioni “fisiologiche”, sia “patologiche”. Quella che, partendo dalla rappresentazione interiore, produce l’immagine percettiva esteriore non è appunto fisiologica?
L: Direi, più semplicemente, che si tratta di mettere ogni cosa al suo posto e in giusta relazione con le altre.
R: Non mi hai detto, però, perché Kant realizza una duplicatio oppositorum.
L: Proverò subito a colmare la lacuna. Vedi, Kant prende l’oggetto e lo divide in due parti: quella dell’oggetto in sé od oggetto noumenico e quella dell’oggetto per noi od oggetto fenomenico; e fa questo anche col soggetto, distinguendo il soggetto in sé sconosciuto, l’Io trascendentale, dal soggetto conosciuto, l’io empirico.
R: Se l’oggetto in sé e il soggetto in sé fossero davvero inconoscibili, tanto la nostra coscienza, quanto la nostra autocoscienza sarebbero allora illusorie.
L: E’ vero! Se la concezione di Berkeley va a sfociare, come abbiamo visto, in un’allucinazione, quella di Kant va in effetti a sfociare in un’illusione. Kant ragiona comunque così: il mondo esterno esercita sui sensi un’azione che suscita in noi una reazione, ossia una rappresentazione. Possiamo perciò conoscere la nostra reazione, ma non ciò che esercita sui nostri sensi l’azione.
R: Sbaglio o Kant attribuisce in questo modo al pensare quel carattere intransitivo ch’è proprio invece del sentire?
L: Non sbagli. Proprio perché tratta il pensare alla stessa stregua del sentire, gli riesce infatti di cogliere la realtà soggettiva delle rappresentazioni, ma non quella oggettiva dei concetti. Ci sarebbe però da domandargli: tu sostieni ch’è impossibile varcare il limite soggettivo del rappresentare. Bene, e come fai allora a sapere dell’esistenza di un cosa oggettiva che stimola degli organi di senso altrettanto oggettivi? Pensa che questo, a detta di Hegel, è “il massimo dell’inconseguenza”.
R: Capisco l’inconseguenza. Fosse stato coerente, avrebbe dovuto sostenere che è la cosa rappresentata, quindi formale e non reale, a esercitare uno stimolo sugli organi di senso rappresentati, quindi formali e non reali. Ma questa sarebbe stata chiaramente un’assurdità!
L: Come vedi, Kant, nonostante si fosse riproposto di superare l’oggettivismo del realismo ingenuo, ha finito col costruire il suo idealismo critico sulle stesse basi della concezione che intendeva superare. La sua logica soggettiva o “animica” presuppone di fatto la realtà del corpo, così come viene concepita dal realismo ingenuo.
R: Mi sembra tuttavia di capire che se non si fosse fermato qui la cosa avrebbe potuto anche andar bene. Voglio dire che se, al di là della realtà del corpo, collegata agli stimoli e agli impulsi, e al di là di quella dell’anima, collegata alle rappresentazioni, avesse considerato la realtà dello spirito, collegata ai concetti, sarebbe caduta l’ipoteca soggettiva e quindi la contraddizione.
L: Non c’è dubbio! Avrebbe infatti scoperto, nel concetto o nello spirito, l’essenza interiore dell’oggetto esteriore. Essendosi però fermato all’anima, tale essenza inconscia l’ha proiettata sul mondo quale “cosa in sé”. Come vedi, quelli che credono – come i realisti ingenui – che il mondo, rappresentandocelo, lo “riproduciamo” passivamente, finiscono con lo smarrire l’uomo, mentre quelli che scoprono – come Berkeley e Kant – che, rappresentandocelo, lo immaginiamo attivamente, finiscono con lo smarrire il mondo.
R: Che cosa è dunque soggettivo, e che cosa è invece oggettivo?
L: Dal punto di vista fisiologico o logistico, vale a dire corporeo, sono soggettivi gli stimoli o imput sensoriali e le immagini percettive; dal punto di vista psicologico, vale a dire animico, lo sono invece le sensazioni e le rappresentazioni. I percetti e i concetti sono al contrario oggettivi.
R: Se hai pazienza, vorrei provare, esemplificando, a riassumere.
L: Fa’ pure.
R: Per il realista ingenuo, io sono qua e l’albero è là, ed è l’albero a riflettersi nella mia mente. Per Berkeley, io sono qua e là non c’è alcun albero: quello che credo di vedere non è infatti che un’allucinazione o un miraggio. Per Kant, io sono qua e l’albero è là, ma quello che vedo non è l’albero vero o l’albero in sé, bensì un albero illusorio o l’albero per me. Quando poi, oltre l’albero, vedo me stesso, mi trovo di fronte a un’altra illusione, e non al vero Io. Giusto?
L: Giusto! Per il percepire, io sono qua e l’albero è là; per il pensare, invece, ciò che è là è qua, e ciò che è qua è là.
R: Prima di salutarci, vorrei proporti di affrontare, la prossima volta, il problema del conoscere; avendo parlato la settimana scorsa del pensare e oggi del percepire, mi sembra doveroso! Sei d’accordo?
L: Senz’altro! Arrivederci dunque alla prossima settimana.
R: Arrivederci.

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Lucio Russo
 
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