Articolo del: 29/08/2009

Sezione: Studi gnoseologici
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Dialoghi sulla libertà (7)

7° Dialogo

R: Visto che ci eravamo riproposti di riparlare dei limiti della conoscenza, durante la settimana mi sono andato a riguardare gli appunti e sono incappato in due problemi.
L: Quali?
R: Uno è questo: non potrebbe essere, mi sono chiesto, che la nostra conoscenza sia limitata a causa del percepire e non, come per lo più si crede, del pensare?
L: Che cosa intendi dire?
R: Intendo dire che se è vero, come sostieni, che il mondo è per noi un insieme di percezioni e di relazioni ideali tra le percezioni, basterebbe allora dimostrare che la sfera della percezione è limitata perché risulti tale anche quella della conoscenza.
L: E come lo si potrebbe dimostrare?
R: Hai detto, ad esempio, che il percepire ci consente non solo di estrarre o astrarre, dall’insieme del mondo, i singoli oggetti, ma anche di estrarre o astrarre, dal singolo oggetto, un numero di qualità pari a quello dei sensi impegnati nella sua percezione. Ricordi?
L: Certo, e allora?
R: E allora viene da domandarsi: quante altre qualità ci si manifesterebbero se fossimo dotati di un maggior numero di sensi?
L: Di sensi fisici?
R: Sì, di altri sensi che ci mettano in rapporto col mondo sensibile.
L: Ma guarda che se disponessimo di un maggior numero di sensi, il mondo ci apparirebbe diverso, ma dal punto di vista conoscitivo le cose non cambierebbero affatto.
R: Non cambierebbero affatto?
L: Certo. Dovremmo sempre risolvere in concetti il surplus di percetti, e la conoscenza ne guadagnerebbe forse in estensione, ma non in profondità.
R: Resta comunque il fatto che il numero di sensi di cui disponiamo è limitato.
L: Ma scusa, limitato rispetto a che?
R: Beh...non saprei. In ogni caso, anche le capacità di ciascun senso sono indiscutibilmente limitate. Nessun uomo, ad esempio, ha lo stesso odorato del cane o la stessa vista dell’aquila.
L: E’ vero. Considera, tuttavia, che è proprio la specializzazione dei loro sensi a limitare gli animali. I cani, ad esempio, non sono in fondo che dei “nasi ambulanti”. Ciò che perde in termini di specializzazione, e quindi di unilateralità, l’uomo lo guadagna in termini di varietà e completezza.
R: Capisco.
L: C’è piuttosto da fare un’altra considerazione.
R: Quale?
L: Vedi, la realtà dell’essere umano si caratterizza non solo in ragione di ciò che la sua organizzazione sensoriale gli consente di percepire, ma anche in ragione di ciò che gli impedisce di percepire: ossia di ciò che esclude dal suo orizzonte.
R: Non capisco.
L: Secondo te, che cosa sarebbe un cane in cui la vista o l’udito avessero lo stesso grado di sviluppo dell’olfatto?
R: Non saprei.
L: E’ semplice: non sarebbe un cane!
R: Non lo sarebbe, in quanto un cane è un cane perché è fatto com’è fatto, perché è appunto, come hai detto, un “naso ambulante”?
L: Proprio così! Ma questo vale anche per l’uomo. In tanto è uomo, e non angelo o animale, in quanto è fatto com’è fatto, e non altrimenti. Quel che importa è che l’uomo si conosca così com’è, senza fantasticare su che cosa accadrebbe se fosse diverso.
R: I cosiddetti “limiti” non sono dunque dei limiti?
L: Ma vedi, nell’uomo, il limitato e l’illimitato, il finito e l’infinito convivono. Sul piano conoscitivo, quello che appare finito al percepire si risolve nell’infinità del pensare; sul piano creativo o morale, quello che viene intuito nell’infinità del pensare s’incarna o si realizza in un atto finito o limitato.
R: I limiti quindi ci sono, ma c’è pure la possibilità di superarli.
L: Sei forse in grado di citarmi un solo poeta o un solo scrittore che abbia rinunciato a scrivere per il fatto che il numero delle lettere dell’alfabeto è limitato? O un solo musicista che abbia rinunciato a comporre per il fatto che le note di cui dispone sono solo sette?
R: Si tratta però di artisti, non di scienziati!
L: Ma anche la scienza è creazione. L’artista crea sulla terra quanto conosce nello spirito, mentre lo scienziato crea nello spirito quanto conosce sulla terra. Non solo, ma, grazie all’arte e alla scienza, entrambi conoscono e creano se stessi.
R: La conoscenza è dunque un affare che l’uomo deve risolvere con se stesso?
L: Non è il mondo a porci degli interrogativi; siamo noi che ce li poniamo. La conoscenza sorge attraverso l’Io e per l’Io.
R: Tornando al tuo esempio, c’è allora da pensare che solo un pessimo artista imputerebbe alla limitatezza dei mezzi di cui dispone la propria impotenza creativa.
L: Così come solo un pessimo pensatore imputerebbe alla limitatezza dei dati fornitigli dai sensi la propria impotenza conoscitiva.
R: Per quanto riguarda questo problema, mi ritengo soddisfatto. Se non ti dispiace, vorrei passare all’altro.
L: Di’ pure.
R: Nel corso di queste nostre conversazioni, hai più volte affermato che l’ordinario pensiero intellettuale, in ragione del suo carattere statico e astratto, non può misurarsi in modo valido con la realtà viva e concreta del mondo.
L: E allora?
R: Allora mi sembra che, dicendo così, tu abbia trascurato un concetto ch’è ormai parte integrante della coscienza e della cultura moderne.
L: Quale?
R: Il concetto di energia. Grazie a questo, ad esempio, la fisica e la psicologia hanno fatto dei grandi passi avanti. Come mai non lo hai considerato?
L: Ma guarda che quando abbiamo parlato della pianta che appare nello spazio e vive nel tempo, mi sono riferito implicitamente alla forza o all’energia. Ricordi?
R: Ricordo.
L: La pianta che vive nel tempo non è una cosa, bensì appunto una forza o un’energia. Se vuoi, ne possiamo riparlare.
R: Credo sia meglio. Hai detto e ripetuto che il realismo ingenuo opera una reificazione del concetto: che identifica cioè il concetto con la cosa. Allora mi chiedo: che cosa succede quando al posto della cosa viene messa invece la forza o l’energia?
L: E’ presto detto: il realismo ingenuo si trasforma nel realismo metafisico.
R: Metafisico?
L: Sì, metafisico. Ricordi quando proposi, parlando del pensare, di distinguere il pensare, quale verbo o attività, dal pensato, quale concetto o idea?
R: Lo ricordo benissimo.
L: Ebbene, si è realisti ingenui quando si proietta il pensato, mentre si è realisti metafisici quando si proietta il pensare.
R: Ma una forza non si presta a essere reificata o materializzata.
L: Eppure, definendola, come fa oggi la scienza, una “grandezza fisica”, in qualche modo la si reifica o materializza.
R: E’ dunque metafisica, in quanto “mezza-fisica”?
L: Tu scherzi, ma c’è del vero. Fatto sta che l’odierno concetto di energia è l’equivalente dinamico di quello statico della “cosa in sé”.
R: In effetti, l’energia “in sé” viene ritenuta inconoscibile. In un libro di psicodinamica, ricordo di aver letto appunto queste parole: nessuno ha mai visto l’energia psichica e nessuno mai la vedrà, non più facilmente, certo, di quanto qualcuno abbia mai visto una qualsiasi forma di energia fisica.
L: Che ti dicevo? Nessuno ha mai visto e nessuno mai vedrà l’energia in sé, così come nessuno, secondo Kant ed Eduard von Hartmann, ha mai visto e nessuno mai vedrà la “cosa in sé”.
R: Le cose si percepiscono infatti in modo diretto, mentre l’energia la si può solo presumere, inferire o ipotizzare in virtù dei suoi effetti.
L: Ma il realista ingenuo, dato che pensa reale solo il percepibile, non dovrebbe pensare alcunché di reale dove non c’è alcunché di percepibile. Non solo, ma se crede che nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu, come fa allora ad avere in intellectu il concetto di energia?
R: Mi sembra ovvio: osservando il movimento, la vita o il divenire delle cose.
L: D’accordo. Ma con gli occhi, come abbiamo visto a suo tempo, si possono osservare soltanto gli effetti del divenire nello spazio, ossia il divenuto e non il divenire. Fatto si è che tale energia la si coglie col pensiero, ma non s’immagina che possa avere, in sé, la medesima natura del pensiero. Essendo incapace di scoprirla nella vita del pensiero, il realista metafisico colloca allora tale forza o energia in un mondo assolutamente improbabile, in quanto estraneo, sia al percepire che al pensare.
R: Vuoi dire, se ho ben capito, che il realista metafisico aggiunge, alla realtà percepibile delle cose, quella impercepibile dell’energia, pensata come una forza che non ha natura ideale, ossia pensabile, né natura materiale, ossia percepibile?
L: Hai capito bene. Questa concezione viene detta “metafisica” proprio perché si mostra del tutto ingiustificata dal punto di vista dell’esperienza.
R: Anche ai realisti metafisici si dovrebbe dunque chiedere in che modo immaginano la loro energia.
L: Ma vedi, alla loro energia sconosciuta, essi conferiscono, di fatto, alcune delle qualità che conoscono grazie alla percezione sensibile, finendo così con l’immaginare la natura di un impercepibile come quella di un percepibile.
R: Intendi dire che immaginano l’energia come un impercepibile dotato di qualità analoghe o affini a quelle apprese mediante la percezione sensibile?
L: Non la definirebbero, altrimenti, una “grandezza fisica”.
R: Hai detto, poco fa, che la natura essenziale dell’energia coincide con quella del pensiero. Vuoi forse dire ch’è la forza sconosciuta del pensare a muovere il mondo e a dar vita agli esseri?
L: Ricordi il Vangelo di Giovanni? “In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini”; e Dante? “L’amor che move il sole e l’altre stelle”. Il pensare, prima di rapprendersi o coagularsi in un pensato, è puro movimento, pura forza o pura energia. Pensa, che so, a due avversari politici: per potersi scontrare dialetticamente con i loro opposti pensati, devono necessariamente servirsi dello stesso pensare. Come l’acqua prende la forma del recipiente in cui viene versata, così la forza fluida del pensare prende una forma nell’uno e quella opposta nell’altro.
R: Senza che se ne rendano conto.
L: Si ripropone quindi, come vedi, l’esigenza di uno sviluppo qualitativo della coscienza e dell’autocoscienza, perché l’uomo, benché suoni paradossale, non è ancora cosciente del suo essere cosciente. Qualcuno ha per l’appunto detto: “L’uomo conosce e in qualche modo domina il mondo mediante il pensiero. La contraddizione è che egli non conosce né domina il pensiero”.
R: Comincio a realizzare che si tratta di una grande verità.
L: Mi fa piacere sentirtelo dire. Chi non è consapevole della forza di vita e di luce da cui scaturisce il pensiero ordinario, proietta tale forza su un’entità fisica o metafisica: su un’entità che, carica della forza alienata del pensiero, finisce col soggiogarlo.
R: Lo stato di alienazione dell’uomo moderno, denunciato ad esempio da Marx, è dunque lo stato di alienazione in cui versa il pensiero?
L: In cui versano, in realtà, il pensare, il sentire e il volere. Ma non vi è speranza di superarlo se non si comincia da quello del pensare.
R: Suppongo che la morte del pensare comporti quella delle idee: è forse questa “la caduta degli Dei”?
L: Volendo, si potrebbe anche dire così. Tieni presente, tuttavia, che Dmitrij Merežkovskij ha scritto un libro intitolato: La resurrezione degli Dei.
R: L’ho letto. E’ una biografia di Leonardo da Vinci, e la resurrezione di cui parla è quella del Rinascimento.
L: Ma un nuovo Rinascimento può oggi cominciare solo come rinascimento o resurrezione del pensiero e della coscienza.
R: Insomma, per tornare a noi, la “cosa in sé” è il concetto alienato e “l’energia in sé” è il pensare alienato.
L: Esatto. Per sincerarci di quanto siano entrambi ignoti, prendiamo ad esempio quattro fratelli, che chiameremo: A, B, C e D. Li abbiamo prima come oggetti di percezione e poi li determiniamo, mediante il pensare, come concetti.
R: D’accordo.
L: Dopo aver risolto i percetti in concetti, possiamo scoprire le relazioni che intercorrono tra questi, e giudicare, mettiamo, che A è maggiore di B, e che C è minore di D.
R: Ebbene?
L: Ebbene, giunti a questo punto, dobbiamo dimenticare A, B, C e D per concentrarci solo sulle relazioni che abbiamo scoperto: vale a dire sui concetti di maggiore e di minore, che chiameremo, rispettivamente, x e y.
R: Vuoi forse dire che, dopo aver osservato A, B, C e D, dovremmo osservare x e y e magari scoprire anche tra loro una relazione?
L: Proprio così! Dovremmo scoprire quale relazione c’è tra queste due relazioni o, se preferisci, che cos’hanno in comune.
R: E che cos’hanno in comune?
L: In quanto relazioni determinate, hanno in comune la forza indeterminata del relazionare.
R: Cioè una forza che si rapprende, in un caso, nella forma x e, nell’altro, nella forma y? Ma questa forza non è quella del pensare?
L: Certo, ma non se ne è quasi mai consapevoli. Quanti sono, ad esempio, ad aver realizzato che in una legge naturale altro non si esprime che la relazione ideale esistente tra i concetti nei quali sono stati prima risolti i percetti dei singoli oggetti o dei singoli fenomeni?
R: Come i concetti o le idee appaiono ai sensi in forma di cose, così le relazioni tra i concetti o le idee appaiono al pensiero in forma di leggi?
L: Esatto, in forma di giudizi formulati dal pensare.
R: Mi dispiace, ma devo salutarti. Di che cosa vogliamo parlare la prossima volta?
L: Nel nostro primo incontro, ci siamo occupati della libertà, dicendo che prima di affrontare il problema sul piano etico, sarebbe stato opportuno affrontarlo sul piano noetico, per capire che valore abbia il pensare e, per ciò stesso, l’essere coscienti.
R: Mi sembra che di questo abbiamo trattato a sufficienza.
L: Lo penso anch’io. All’esame della libertà come concetto, ossia alla scienza della libertà, dobbiamo perciò far seguire l’esame della libertà come realtà, come fatto o come percetto.
R: Bene, cominceremo allora a parlarne la prossima volta. D’accordo?
L: D’accordo. Arrivederci dunque alla prossima settimana.
R: Arrivederci.

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Lucio Russo
 
Rudolf Steiner