Articolo del: 24/10/2009

Sezione: Studi gnoseologici
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Dialoghi sulla libertà (9)

9° Dialogo

R: In questi giorni, ho riflettuto a lungo sul fatto che la coscienza del pensare e quella dell’Io nascono dove la natura muore. Mi sono ricordato che Freud, nella sua “metapsicologia”, contrappone all’eros, quale forza di vita, il thanatos, quale forza di morte, e mi sono domandato se ci sia o meno un rapporto tra queste forze e quelle di cui hai parlato. Ti dispiace riprendere, magari in breve, l’argomento?
L: Niente affatto. Prova a pensare alle foglie: in primavera, sono turgide e forti, perché piene di vita; in autunno, sono secche e fragili, perché vuote di vita. Dunque, una stessa forza, quella della vita, una volta sta “dentro” la foglia e un’altra sta “fuori” della foglia. Ebbene, quello che nel regno vegetale possiamo osservare soltanto con l’alternarsi delle stagioni, nel regno umano possiamo osservarlo di continuo. Al posto della foglia autunnale abbiamo la testa o, per meglio dire, la corteccia cerebrale e, al posto di quella primaverile, ma anche di quella estiva, abbiamo il restante organismo.
R: La forza dello spirito opera quindi all’esterno della testa e all’interno, invece, del restante organismo?
L: Certo; e nella testa, proprio perché è “esterna”, può riflettersi e prendere così coscienza di sé, mentre, nel restante organismo, proprio perché è “interna”, rimane incosciente.
R: Nella testa, se non sbaglio, prende coscienza di sé come spirito, ma non come forza o vita, mentre nel restante organismo prende coscienza di sé come forza o vita, ma non come spirito.
L: Esatto. Poco fa, citando Freud, hai ricordato l’eros e il thanatos. Ora, lo spirito, “in principio”, è unità di logos, pathos ed eros: vale a dire, unità di pensare, sentire e volere. Quando s’incontra con l’organizzazione umana triarticolata, il pensare e il volere però si dividono, alterando di conseguenza il sentire. Per questo, nell’ordinaria condizione umana, il logos, il pathos e l’eros, presentandosi giustapposti, se non perfino contrapposti, non si danno nella loro verità. L’eros e il phatos si presentano infatti nella vivente veste della natura personale, mentre il logos, in quanto riflesso, si presenta nella morta veste del thanatos o, come vedremo, del nomos.
R: Il fatto che lo spirito si annunci quale negazione della nostra natura, non dipende perciò dallo spirito, ma dalla nostra natura. Si tratta forse di una negazione della negazione?
L: Sì. Mediante la negazione della negazione, rappresentata soprattutto dall’eros e dal pathos, lo spirito comincia ad affermare indirettamente se stesso in veste di nomos o di legge morale. E’ perciò solo a un livello di coscienza superiore a quello del logos ordinario o dell’intelletto, mediato dal non-essere della natura, che la vita dello spirito può essere colta nella sua diretta espressione: ossia quale sintesi di logos, pathos ed eros.
R: La morale della libertà è dunque diversa, tanto dalla morale eteronoma o normativa, quanto da quella autonoma o naturale?
L: Senza dubbio! L’individualismo etico, di cui sto parlando, soddisfa infatti, quale terzo, sia le esigenze oggettive della morale eteronoma o normativa, sia quelle soggettive di quella autonoma o naturale. Perché risulti chiaro, dovremmo però analizzare il singolo atto volitivo.
R: Facciamolo!
L: D’accordo. In un atto volitivo, occorre anzitutto distinguere due elementi: 1°) quello pensante, costituito dal motivo o dallo scopo momentaneo dell’azione, che gli conferisce forma; 2°) quello volitivo, costituito dallo stimolo permanente dell’agire, che gli conferisce forza. Questo, a differenza del motivo, del fine o dello scopo, implica una stretta correlazione con la natura personale.
R: Convengo che uno stimolo è meno cosciente di un motivo o di uno scopo, poiché è determinato più dalla natura che dalla cultura. Potremmo dire che gli stimoli, provenendo dalla natura, vanno dal basso verso l’alto, mentre i motivi o gli scopi, provenendo dalla cultura, vanno dall’alto verso il basso?
L: E perché no? Si deve comunque fare attenzione, perché gli stimoli, in virtù di quello che gli psicoanalisti chiamano un “processo di razionalizzazione”, possono camuffarsi da motivi o scopi, mentre è difficile che accada il contrario. In ogni caso, si devono distinguere le azioni determinate da motivi o scopi da quelle determinate da stimoli o, per riprendere le tue parole, le azioni imposte dall’alto da quelle imposte dal basso.
R: Cominciamo allora da queste.
L: Come vuoi. Partendo dal basso, s’incontrano prima gli stimoli del volere e poi quelli del sentire: cioè, gli impulsi, gli istinti, le sensazioni, le emozioni, gli stati d’animo, gli affetti o i sentimenti. Tutti questi stimoli si fanno forti della natura.
R: E che cosa succede quando agiscono invece i motivi o gli scopi? Di che cosa si fanno forti?
L: Tieni intanto presente che, passando dagli stimoli ai motivi o agli scopi, si risale, dalla sfera incosciente o dormiente del volere e da quella subcosciente o sognante del sentire, a quella cosciente o vigile del pensare. A questo livello, s’incontrano anzitutto i cosiddetti “modelli di comportamento”: ossia dei modelli culturali che provengono, quali esempi, dall’esperienza personale o, per dirla con Jung, dal “conscio collettivo”. Si tratta di rappresentazioni alle quali dà forza, non più la natura, ma l’autorità. Nascono così il costume e la legge, e, con la legge, l’attitudine a confondere la morale col diritto.
R: La rappresentazione, essendo vuota forma, non può dunque fare a meno di ricevere forza dall’esterno: nel caso degli stimoli, la riceve dalla natura; nel caso dei motivi o degli scopi, la riceve invece dall’autorità o, come direbbe Freud, dal “Super-io”.
L: In realtà, si ha sempre a che fare con la natura: una volta, però, con quella vivente del sentire e del volere; un’altra, con quella morta del pensare. Potrebbe dimostrarlo anche il fatto che, a seconda del prevalere della prima o della seconda condizione, si viene a delineare un tipo psicologico o caratteriale.
R: Vale a dire?
L: Vale a dire che un tipo “nevrastenico” o “astenico”, in quanto sensibile più al dovere che al piacere, ossia più al nomos che alla physis, avrà un atteggiamento tendenzialmente gregario e sarà per lo più portatore di una morale priva di fantasia; mentre un tipo “isterico” o “stenico”, in quanto sensibile più al piacere che al dovere, ossia più alla physis che al nomos, avrà un atteggiamento tendenzialmente ribelle e sarà per lo più portatore di una fantasia priva di morale.
R: L’astenico sarà insomma una ”formica” e lo stenico una “cicala”.
L: Oppure, come dice Karl König, il primo sarà uno “gnomo” e il secondo un “gigante”. In ogni caso, data la loro opposta natura, si saranno reciprocamente antipatici. Dal punto di vista spirituale, il primo avrà un’aura vetero-testamentaria, mentre il secondo una paganeggiante.
R: E come ci si può sciogliere da questi vincoli della natura?
L: Solo in un modo: elevandosi al pensare vivente. Solo a questo livello, infatti, s’incontra nell’idea una forma ch’è insieme una forza e una forza ch’è insieme una forma.
R: Una forza, se ho ben capito, che è quella stessa dell’Io. Non dicesti che l’idea altro non è che la forma in cui il nostro essere di volta in volta si determina e attua?
L: E’ così. L’Io si autodetermina riversando appunto la propria forza nella forma dell’idea o del concetto.
R: Anche un “comandamento” è però un’idea.
L: Sì, ma un’idea che non è stata intuita dal soggetto. Quello che conta, infatti, è il tipo di rapporto che c’è tra l’idea e il soggetto. Un comandamento, in quanto appreso, non è un’idea del soggetto, ma un’idea nel soggetto.
R: Vuoi dire che osservando un principio morale, cioè un’idea che non siamo stati noi a concepire o intuire, ci poniamo in uno stato di soggezione morale?
L: Certo. Nello stato in cui ci costringe ogni “imperativo categorico”: cioè ogni idea che, prima di presentarsi al volere come bene, non sia stata riconosciuta dal pensare come vera e dal sentire come bella.
R: Non si tratta dunque di sostenere l’Io con i principi morali, quanto piuttosto di sostenere i principi morali con l’Io.
L: Proprio così! Considera, oltretutto, che se ci si ferma ai principi, senza considerare il Principio dei principi, si finisce quasi sempre col sovrapporre il diritto alla morale.
R: E che differenza c’è tra queste due sfere?
L: Qualcuno ha detto: “Dio giudica le intenzioni e non i fatti”. Ebbene, quella della morale è la sfera spirituale delle intenzioni, mentre quella del diritto è la sfera sensibile dei fatti. Quando viene vincolata ai fatti o ai comportamenti esteriori, la morale si riduce a “giuridicismo” o a “casistica”. Come, sul piano giuridico, si fanno derivare dalla legge i cosiddetti “regolamenti di attuazione”, così, su quello morale, si fanno derivare dalla legge, dal principio o dal comandamento, tutta una serie di precetti intesi a regolare i comportamenti quotidiani.
R: Non credi, però, che quelli che redigono questi codici di comportamento lo facciano nel timore che, senza questi, la morale finisca col dissolversi nel soggettivismo o nel relativismo, e quindi nell’arbitrio?
L: La sfera del soggettivismo o del relativismo è però quella dell’anima o, per meglio dire, della psiche, e non quella dello spirito: è cioè la sfera ordinaria delle sensazioni, dei sentimenti e delle rappresentazioni, e non quella superiore dei concetti o delle idee. Fatto sta che il limite della morale normativa non è rappresentato dalla sua esigenza di oggettività, ma dal modo in cui la soddisfa. Se si è incapaci di soddisfare tale esigenza sul piano delle idee, è naturale che si cerchi allora di soddisfarla su quello dei fatti.
R: In questo modo, l’atto concreto diventa l’elemento decisivo del giudizio morale.
L: E lo diventa perché non si distingue appunto l’azione dal suo motivo. Ma l’azione, in quanto fatto, costituisce un contenuto percettivo che richiede in prima istanza un giudizio conoscitivo, e non un giudizio morale. Una cosa, insomma, è il concetto conoscitivo, altra il suo valore morale.
R: Vuoi dire, insomma, che i cosiddetti “fatti” sono già frutto di un giudizio che integra gli immediati dati percettivi con quelli concettuali. In sostanza, stai distinguendo i giudizi cosiddetti “di fatto” da quelli cosiddetti “di valore”.
L: Esatto.
R: Sto pensando che se l’Io è il fondamento del soggetto e dell’oggetto, è l’Io allora a pensarsi conoscitivamente e a volersi moralmente nell’oggetto.
L: Ma l’essenza spirituale dell’amore sta proprio nel volere se stessi nell’oggetto o nell’altro e nel volere l’oggetto o l’altro in se stessi.
R: In altre parole: “Ama il prossimo tuo come te stesso”! Poni dunque l’amore a fondamento del tuo individualismo etico?
L: Senza dubbio. Se l’intelletto o l’intelligenza riesce, sviluppandosi, ad aprire il varco alla saggezza, la saggezza apre allora il varco all’amore. Secondo Solov’ev, ad esempio, scopo della morale è appunto quello “di unire gli esseri spirituali tramite un legame libero e intimo, e l’unico legame di questo tipo è l’amore”. Anche l’amore, come la libertà, non è però una cosa, ma un essere o uno spirito: insomma, un soggetto, e non un oggetto. Il che significa che l’amore è davvero l’amore solo quando l’Io è davvero l’Io.
R: Quando ci muove l’amore per l’oggetto o per l’altro, è allora l’Io a muoversi e a muoverci?
L: Come sai, Agostino ha detto: “Ama, e fa ciò che vuoi”; si potrebbe anche dire, però: “Sii l’Io, e fa ciò che vuoi”, in quanto il nostro vero Io è inabitato dall’Essere dell’amore.
R: Ammetterai, comunque, che lungo la via che conduce a questa meta le norme o le leggi morali svolgono una funzione insostituibile.
L: Senz’altro. Non si tratta infatti di abolire la legge, bensì di superarla, portandosi al di là della sfera in cui vige la sua necessità. Ricordi il Vangelo di Giovanni? “Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo”. Quando si ama la verità e si riconosce perciò giusto un dovere, si ama anche il dovere; ma un dovere, nel momento stesso in cui è amato, non è più un dovere, ma un volere: non è più, ossia, un volere che s’impone, bensì un volere che si pone o che liberamente si estrinseca.
R: Non escono dunque dalla sfera della necessità, tanto quelli che, avendo, come si dice, uno spiccato “senso del dovere”, sono naturalmente ubbidienti, quanto quelli che, avendolo poco sviluppato, sono naturalmente ribelli.
L: Non ne escono perché, quali soggetti o Io, si sono identificati con le loro rispettive nature. E’ come infatti se dicessero, gli uni: “Ubbidisco, dunque sono”; gli altri: “Disubbidisco, dunque sono”. Un uomo, vale a dire uno “spirito libero”, direbbe invece: “Io sono, dunque ubbidisco o disubbidisco a seconda delle esigenze della realtà che pensando riconosco”.
R: L’idea della libertà coincide dunque con quella dello “spirito libero”, e questa coincide, a sua volta, con l’idea dell’uomo?
L: Fatto sta che lo “spirito libero” è la più pura espressione della natura umana. Vero uomo, insomma, è soltanto colui che è veramente libero.
R: Ammetterai, però, che si tratta solo di un ideale!
L: Ma di un ideale che, in ciascuno di noi, tende costantemente a incarnarsi.
R: Se ho ben capito, a differenza di tutti gli altri esseri della natura, l’uomo deve incarnare da se stesso la sua idea.
L: Hai capito bene. L’uomo è l’unico essere in cui il dato immediato, cioè l’uomo quale oggetto di percezione o percetto, non coincide ancora con il dato concettuale, vale a dire con lo “spirito libero”. Se non ti dispiace, vorrei leggerti in proposito un passo di Rudolf Steiner che ho annotato.
R: Ti ascolto.
L: “Nell’oggetto di percezione uomo vi è, data, la possibilità di trasformarsi, come nel seme vegetale vi è, data, la possibilità di divenire pianta sviluppata. La pianta si trasformerà per virtù delle leggi oggettive che in lei risiedono; l’uomo rimane nel suo stato incompiuto, se non afferra in se stesso la materia della trasformazione e non si trasforma per forza propria. La natura fa dell’uomo soltanto un essere naturale; la società ne fa un essere che agisce secondo leggi; ma un essere libero egli può farsi solo da se stesso”.
R: Chiaro! Hai fatto bene a leggermelo.
L: Sono contento che tu l’abbia apprezzato.
R: Anche la moralità, come abbiamo detto della libertà e dell’amore, è dunque un soggetto; e un soggetto ch’è uno, ancora una volta, con l’essere dell’uomo.
L: Non si deve infatti pensare che si dà l’uomo perché si dia la moralità, bensì che si dà la moralità per mezzo dell’uomo.
R: E’ venuta l’ora di salutarci. Oggi ci siamo scambiati molte idee che mi faranno certamente riflettere. Hai qualcosa da proporre per la prossima volta?
L: Se ti va, direi di esaminare i rapporti che intercorrono tra questa idea della libertà e il monismo di cui abbiamo parlato nel corso dei nostri primi incontri.
R: D’accordo. Arrivederci allora alla prossima settimana.
L: Arrivederci.

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Lucio Russo
 
Rudolf Steiner