Articolo del: 15/11/2009

Sezione: Studi gnoseologici
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Dialoghi sulla libertà (10)

10° Dialogo

R: Di tutto quello che hai detto la volta scorsa, mi ha colpito soprattutto una cosa.
L: Quale?
R: Hai detto che un comandamento, non essendo frutto di un’intuizione individuale, è un’idea nel soggetto, e non del soggetto.
L: Esatto.
R: E hai detto pure che il dovere è un volere che, non essendo stato riconosciuto vero dal pensare e bello dal sentire, viene attribuito a un non-Io.
L: Non mi sembra di aver usato proprio queste parole, ma comunque è così.
R: Ma che cos’è questo “non-Io”? Qual è la sua natura?
L: Questi interrogativi ci riportano direttamente al tema del monismo. Ricorderai che in uno dei nostri primi incontri osservammo che la conoscenza muove dalla contrapposizione o dal dualismo di soggetto e oggetto.
R: Lo ricordo bene. Distinguemmo anche le concezioni che affermano il soggetto a danno dell’oggetto da quelle che fanno il contrario.
L: Specificando che le prime poggiano in specie sul sentire, e quindi su un subconscio soggetto razionale, affettivo, mistico o estetico, mentre le seconde poggiano in specie sul volere, e quindi su un inconscio oggetto fisico o metafisico.
R: Su un oggetto, fisico o metafisico, che viene però concepito, se ben ricordo, come un soggetto ignoto e trascendente.
L: Un soggetto che per alcuni è rappresentato dalla materia, per altri invece dall’essere o dallo spirito.
R: Mi viene in mente, al riguardo, un libro di Viktor Frankl, intitolato: Dio nell’inconscio.
L: Ovvero, il Deus absconditus di Isaia e Pascal. Dandosi comunque, in un caso come nell’altro, il non-Io come Io e l’Io come non-Io, non c’è posto per la libertà. Nel caso del materialismo vige infatti la costrizione delle leggi naturali, mentre in quello dello spiritualismo vige la costrizione delle leggi morali.
R: Se ho ben capito, il non-Io dei materialisti è frutto della proiezione dell’Io sull’oggetto-cosa, mentre il non-Io degli spiritualisti è frutto della proiezione dell’Io sull’oggetto-forza, cioè a dire sulla volontà.
L: Su un’entità metafisica giudicata proprio per questo “onnipotente”. Dagli uni e dagli altri viene insomma ritenuto attivo l’oggetto, che viene considerato per ciò stesso soggetto, e passivo il soggetto, che viene considerato per ciò stesso oggetto.
R: In effetti, un soggetto passivo non può figurare quale soggetto della volontà, ma deve per forza figurare come suo oggetto.
L: Come oggetto, magari, della volontà di un altro individuo, di un gruppo o di una qualche autorità sociale, politica o religiosa. Ma c’è dell’altro.
R: E cioè?
L: C’è la cosiddetta “voce della coscienza”. In questo caso, si ha a che fare con un’autorità interna, e non esterna. Si pensa, a torto o a ragione, di udire nella coscienza la voce dello spirito o dell’Io, ma non si conosce lo spirito o l’Io di cui si ode la voce.
R: Vuoi dire che se ne coglie la sola manifestazione?
L: Proprio così. L’essenza dello spirito o dell’Io viene allora proiettata su un’entità extraumana, il cui volere si presenta all’uomo come un dovere. Von Hartmann, ad esempio, parla di un “ordinamento divino del mondo”, e assegna all’uomo il compito di eseguire la volontà, i decreti o le intenzioni di un’entità superiore.
R: E che accadrebbe, se venisse ritirata questa proiezione?
L: Si scoprirebbero l’Io subcosciente del sentire e l’Io incosciente del volere all’interno dell’Io cosciente del pensare: si dimetterebbe così ogni trascendenza o alienazione e si sarebbe finalmente degli “spiriti liberi”.
R: Mi sembra dunque di capire che tanto le azioni imposte dalla natura quanto quelle imposte dalla cultura, ossia dalle leggi morali, sono soltanto delle tappe del processo evolutivo che porta alla libertà dello spirito, e quindi alla vera moralità.
L: Fatto si è che l’evoluzione della moralità va di pari passo con quella della coscienza, ed è pertanto da questa che lo spirito attende di essere restituito alla propria vita, alla propria luce e al proprio calore: in breve, a se stesso.
R: Ne deduco che lo “spirito libero”, in quanto concetto dell’uomo, può incarnarsi solo nell’individuo.
L: La moralità di un collettivo dipende infatti da quella degli individui che lo compongono. Una vera socialità o fraternità può perciò esistere solo in una comunità di “spiriti liberi”. “Vivere nell’amore per l’azione – ha detto Rudolf Steiner – e lasciar vivere nella comprensione della volontà altrui è la massima fondamentale degli uomini liberi”.
R: Se il mondo spirituale o delle idee è uno, le più profonde intenzioni di due “spiriti liberi” non possono in effetti che concordare.
L: Certo. Un uomo libero non pretende dall’altro una concordanza, ma se l’aspetta, poiché sa che è insita nella sua più profonda e vera natura.
R: Mi pare, però, che ci sia un contrasto tra il carattere universale dell’idea intuita e quello individuale dell’azione umana deputata a darle, come si dice, “corpo”.
L: Ma vedi, il contrasto vale solo per l’intelletto e per il pensiero “calcolatore” che lo contraddistingue. Non appena si riesce a vincere l’inerzia della logica formale o binaria, si dissolve. Mettendo in movimento il pensiero, l’Io può infatti afferrare quel moto pendolare vivente che senza sosta risale, per via induttiva, dall’individuale all’universale e discende, per via deduttiva, dall’universale all’individuale.
R: Non mi è chiaro.
L: Pensa al contrasto che c’è tra il conoscere e il creare. Si conosce ciò che già esiste, mentre si crea ciò che ancora non esiste. Dal momento, però, che ex nihilo nihil fit, quello che ancora non esiste nel tempo e nello spazio, in tanto può essere creato, in quanto è già in quel mondo delle idee che è, a sua volta, nell’Io. Tutto ciò che esiste quale prodotto dell’agire umano, prima di essere realizzato nella sfera sensibile della percezione, deve essere quindi intuito in quella extrasensibile del pensiero.
R: Vuoi dire, in altre parole, che l’idea quale potenza preesiste all’idea quale atto, e che è appunto nel passaggio dalla potenza all’atto che l’universale si fa individuale?
L: Non dimenticare, tuttavia, che questo vale per il creare o l’inventare, e non per il conoscere o lo scoprire.
R: Convengo che i pensieri, mediante il creare o l’inventare, si fanno cose, mentre le cose, mediante il conoscere o lo scoprire, si fanno pensieri.
L: Come vedi, è sempre attivo quel vivo moto pendolare che tramuta il pensare nel volere e il volere nel pensare, il concetto nel percetto e il percetto nel concetto o il creare nel conoscere e il conoscere nel creare. In realtà, è il cuore dell’Io a pulsare, mutando incessantemente la diastole del momento universale nella sistole di quello individuale, e viceversa.
R: Se la sfera dell’universalità è quella dello spirito e la sfera dell’individualità è quella del corpo, la sfera intermedia dell’anima è allora quella della particolarità?
L: Logicamente, è così. Dobbiamo però superare questo piano astratto, osservando, ad esempio, come la rappresentazione si formi, nell’anima, proprio in virtù dell’unione dell’individualità o, per meglio dire, della singolarità del percetto con l’universalità del concetto.
R: Nella creazione, così come nell’agire morale, il percetto, ossia il dato individuale o singolare della percezione, non esiste ancora, in quanto deve essere appunto creato. Come fa allora l’idea intuita a tramutarsi in rappresentazione dell’anima senza l’apporto della percezione?
L: In questo caso, come spero vedremo meglio in seguito, l’Io deve svolgere da solo quel lavoro che, nella cognizione sensibile, svolge con l’aiuto della percezione. Sul piano ordinario, l’Io crea, con l’aiuto della percezione, la rappresentazione bidimensionale e l’immagine percettiva tridimensionale. A un altro livello, l’Io crea, senza l’aiuto della percezione, la fantasia o, più precisamente, l’immaginazione.
R: Senza fantasia o immaginazione non è possibile, in effetti, alcuna creazione.
L: E nemmeno, quindi, una creazione morale.
R: Mi dispiace, ma devo già lasciarti. Di che cosa vogliamo parlare la prossima volta?
L: Per il nostro prossimo incontro, pensavo di proporti questo tema: “scopo del mondo e scopo della vita”. Che ne dici?
R: Mi sembra interessante. Allora d’accordo, e arrivederci.
L: Arrivederci.

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Lucio Russo
 
Rudolf Steiner