Articolo del: 27/12/2009

Sezione: Studi gnoseologici
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Dialoghi sulla libertà (12)

12° Dialogo

R: In vista del nostro incontro di oggi, ho ripreso in mano i miei appunti, e mi sono soffermato su quelli relativi alla percezione e alla rappresentazione.
L: Hai fatto bene, perché è possibile chiarire l’idea della fantasia morale solo avendo ben presenti le interrelazioni dinamiche tra il concetto, la rappresentazione e la percezione.
R: Vale a dire, tra l’universale, il particolare e l’individuale o, come preferisci dire tu, il singolare.
L: Esattamente. Nel conoscere muoviamo infatti dal dato singolare della percezione, risaliamo al dato universale del concetto, e, dopo averli riuniti, discendiamo nella sfera particolare della rappresentazione.
R: Dicesti appunto che la rappresentazione è un concetto ch’è stato una volta riunito a una percezione.
L: E che si è quindi “personalizzato”. Ti ricordi del nostro esperimento con il concetto di cane e con la sua rappresentazione?
R: Come no! E’ quello che mi ha permesso di realizzare ch’è possibile rappresentarsi un cane, ma non il cane.
L: E osservammo pure, allora, ch’è solo in virtù dell’esperienza percettiva che il concetto si tramuta in rappresentazione.
R: Mi sembra, tuttavia, che nell’attività morale le cose stiano diversamente.
L: Hai ragione. In questa, muoviamo infatti dal piano universale del concetto e non da quello singolare della percezione, e la rappresentazione, a meno che non sia data, dobbiamo di volta in volta crearla.
R: Vale a dire?
L: Vedi, l’Io, nel caso dell’attività conoscitiva, crea la rappresentazione operando una sintesi di percetto e concetto, mentre in quello dell’attività morale, mancando il percetto, deve creare la rappresentazione, estraendola, per così dire, dal concetto.
R: Ricorrendo all’immaginazione o alla fantasia?
L: Proprio così. In mancanza dell’aiuto fornitogli dalla percezione, l’Io, per dare forma al concetto, deve ricorrere alla forza della propria volontà.
R: Sarebbe giusto dire allora che la rappresentazione è un’immaginazione di ciò che ci trasmettono i sensi, mentre l’immaginazione è una rappresentazione di ciò che ci trasmette lo spirito?
L: Più che giusto! Ciò che conta, in ogni caso, è realizzare che il concetto, prima di poter prendere corpo nell’azione, deve prendere forma nell’anima.
R: Cosa che nel conoscere, se ho ben capito, non serve, in quanto il concetto ha già preso corpo nell’oggetto e si presenta all’Io quale essenza dell’oggetto stesso.
L: Esatto!
R: Volendo dar corpo, che so, al concetto di amore per il prossimo, dovremo dunque immaginare in che forma questo principio universale si possa incarnare nella situazione in cui ci troviamo.
L: E la forma sarà frutto appunto della fantasia o dell’immaginazione morale.
R: La fantasia o l’immaginazione morale crea dunque, a partire da un solo concetto, tante rappresentazioni quante sono le situazioni in cui l’Io si trova ad agire.
L: Colmando così il vuoto che divide il principio universale dall’azione individuale: proprio quel vuoto che ci si sforza altrimenti di colmare mediante la “casistica” o la “precettistica”.
R: Mi è venuto un dubbio.
L: Quale?
R: Prima hai detto che l’Io ricava la rappresentazione morale dal concetto senza l’aiuto della percezione; poi hai detto che tale rappresentazione deve essere adeguata alla situazione, e quindi al mondo della percezione. Non è contraddittorio?
L: No. Se ricordi, abbiamo parlato, qualche tempo fa, della necessità di distinguere il concetto conoscitivo dal concetto morale, o il giudizio di fatto dal giudizio di valore. Ora, il dato percettivo svolge una funzione essenziale nel costituirsi del giudizio conoscitivo, ma non nel costituirsi di quello morale. In questo caso, infatti, il primo rappresenta solo il presupposto del secondo.
R: Potresti farmi un esempio?
L: Volentieri. Immagina che Tizio osservi un uomo che chiede la carità; se fosse cosciente di quello che fa direbbe: “Percepisco un dato che penso come mendicante”. Ebbene, finché si limita a riunire, nell’anima, il dato percettivo a quello concettuale, dal punto di vista morale non succede ancora niente. Quale dato conoscitivo quel mendicante è infatti lo stesso, tanto per chi gli fa l’elemosina, quanto per chi gliela nega.
R: La decisione di fargli o non fargli l’elemosina dipende dunque da un altro giudizio?
L: Sì, da un giudizio morale che presuppone, come ho detto, quello conoscitivo o fattuale. Sul piano morale i concetti si presentano in veste di valori. Si potrebbe addirittura dire che il concetto è “uno e trino”, in quanto la sua realtà spirituale viene sperimentata dal pensare come verità, dal sentire come bellezza, e dal volere come bene o, per l’appunto, come valore.
R: Per tornare alla mia domanda, mi hai detto dei casi in cui le rappresentazioni vanno create, ma non di quelli in cui invece sono date.
L: E’ semplice: le rappresentazioni sono date quando il soggetto, per dar forma al proprio agire, si rifà, più o meno scientemente, alle proprie passate esperienze, all’esempio degli altri o a modelli di comportamento che gli siano stati in qualche modo proposti o imposti.
R: Ma non è quello che capita tutti i giorni?
L: Purtroppo sì. Agli spiriti non-liberi i motivi si danno subito come rappresentazioni provenienti, in un modo o nell’altro, dal passato. Sono rappresentazioni che si sentono perciò in dovere di apprendere, e non di creare.
R: Vale a dire, di riprodurre, e non di produrre.
L: Appunto. Del resto, se per il conoscere ci si rivolge al passato, anche per i principi morali, quali meri oggetti o contenuti di conoscenza, ci si deve rivolgere al passato.
R: Capisco. Tornando alla fantasia morale, penso comunque che l’Io, dopo aver tradotto il concetto in immagine, debba poi tradurre questa in comportamento.
L: E’ vero. Nell’attività conoscitiva si va prima dal corpo allo spirito, e poi dallo spirito all’anima, mentre, in quella creativa, si va prima dallo spirito all’anima, e poi dall’anima al corpo. E come per passare dallo spirito all’anima serve la fantasia morale, così per passare dall’anima al corpo serve una “tecnica morale”.
R: Una “tecnica morale”?
L: Sì, una “tecnica”. Non dimenticare che l’uomo non crea i contenuti di percezione, bensì modifica quelli esistenti; e questi, per poter essere modificati, devono prima essere conosciuti. Chiunque voglia trasformare la realtà deve scoprire prima le leggi che la governano, poi il modo in cui può intervenire per modificarla.
R: Potremmo dire che questi due momenti corrispondono, rispettivamente, a quello della diagnosi e a quello della terapia?
L: E perché no? Come la diagnosi deve precedere la terapia, e la terapia deve dipendere dalla diagnosi, così il conoscere deve precedere l’agire, e l’agire deve dipendere dal conoscere.
R: Mi sembra però di capire che quello della tecnica morale è un problema di competenza, e non di fantasia o d’immaginazione.
L: Oggi si direbbe infatti di “know how”. La tecnica la si può apprendere, in quanto ha natura di “sapere”. Può anche capitare che persone dotate di fantasia morale non dispongano delle necessarie competenze, così come può capitare che altre dotate delle necessarie competenze non dispongano di fantasia morale.
R: Potrebbero però collaborare tra loro.
L: Certo, ma i competenti o i tecnici dovrebbero essere allora disposti a farsi orientare da chi dispone di fantasia morale.
R: Il che, in tempi di tecnocrazia, non è certamente facile... Sai comunque che cosa sto pensando?
L: Che cosa?
R: Sto pensando che se le idee morali, quali oggetti o contenuti di conoscenza, non possono essere che trasmesse o tramandate, come fa allora la morale a evolversi? Come fa, cioè, un nuovo valore a sorgere e a imporsi?
L: Ma vedi, mai come in questo caso è necessario avere presente quanto ci siamo detti sui rapporti del conoscere col passato e del creare col futuro. Di solito, chi si trova di fronte a una difficoltà, torna con la memoria al passato per cercare un modello di comportamento che gli faccia da guida.
R: Va cioè prima dal presente al passato, e poi torna dal passato al presente.
L: Uno “spirito libero”, invece, va prima, per così dire, dal presente al futuro, e poi torna dal futuro al presente. Il processo creativo che trasforma l’idea ante rem nell’idea in re è infatti un processo che, grazie all’idea intuita, va dal presente al futuro, e, grazie all’idea realizzata, torna dal futuro al presente.
R: E’ l’idea a costituire il presente?
L: No, è l’Io. Il presente, che si dà dove s’incontrano, nel tempo, il passato e il futuro, non è infatti che un fugace riflesso dell’eterno: ossia, del mondo sovraspaziale, sovratemporale e adimensionale dell’Io.
R: Mi hai fatto ricordare una cosa. Tempo fa, mentre viaggiavo in autostrada, vidi che sulla carreggiata opposta si era formata una coda a causa di un incidente.
L: E allora?
R: Allora, dopo essermi lasciato alle spalle quella lunga fila di macchine ferme, e mentre osservavo quelle che ancora sfrecciavano nella direzione opposta alla mia, pensai: “Poveretti, non sanno che cosa li aspetta!”.
L: Conoscevi infatti il loro futuro.
R: Già. Arrivai così a concludere che il loro futuro era il mio passato, e il loro passato era il mio futuro, perché procedevamo in due direzioni opposte. Fu in quella occasione, come puoi ben capire, che cominciai a dubitare dell’ordinaria nozione del tempo.
L: E l’esperienza ti è servita?
R: Credo di sì, perché mi ha insegnato, diciamo così, a muovermi nel tempo. Grazie a questo, ad esempio, non mi è difficile ora capire che, nel creare, la cosa è non solo il futuro dell’idea, ma anche il presente dell’idea in forma di scopo.
L: Pensa, infatti, se ti venisse in mente di costruirti una casa. Per realizzarsi, questa idea dovrebbe prima prendere forma in un progetto. Anche in questo caso, come vedi, la casa reale sarebbe non solo il futuro della casa ideale, ma anche il presente della casa ideale in forma di progetto.
R: In effetti, quella presente sarebbe la rappresentazione della casa reale, e non la casa reale. Sto comunque pensando che se le cose stanno così, l’evoluzione muove allora dal futuro al presente, e non, come in genere si crede, dal passato al presente.
L: E’ vero. Una cosa è la direzione in cui muove l’evoluzione, altra quella in cui muove la nostra coscienza dell’evoluzione. Dal momento che, per conoscere l’evoluzione, risaliamo dal presente al passato, siamo portati però a immaginare che le forze creatrici vadano, all’opposto, dal passato al presente: che spingano cioè, come una vis a tergo, dal passato al futuro, attraverso il presente.
R: Riconosco che non è facile stabilire, in base alla sola osservazione, se l’evoluzione sia il risultato di forze che spingono dal passato verso il futuro o di forze che dal futuro attraggono il presente. Sappiamo solo che si ha un’evoluzione quando quello ch’è posteriore si sviluppa, per via naturale, da ciò ch’è anteriore.
L: E questo lo scopriamo muovendo appunto a ritroso. Così abbiamo accertato, ad esempio, che i rettili derivano dai lontani protoamnioti. Ma se fossimo vissuti al tempo dei protoamnioti, mai avremmo potuto predire il loro futuro di rettili.
R: Per l’evoluzione, vale dunque il post-dire, e non il pre-dire: vale solo, cioè, “il senno del poi”. A proposito di modi di dire, il fatto che le idee che si presentano come prospettive o progetti usiamo definirle “attraenti” dà proprio il senso di forze che dal futuro attirano il presente.
L: Come vedi, abbiamo sempre da imparare dal genio del linguaggio.
R: L’ho pensato anch’io, quando, riflettendo sulla differenza tra lo spirito e l’anima, mi sono reso conto che, nel parlare, diciamo che uno spirito ci “anima”, e non che un’anima ci “spirita”. In tutti i modi, quello che dicevamo mi fa pensare anche a un’altra cosa. Muovendo il nostro studio della storia dal presente al passato, ce la fa immaginare come un movimento che va, viceversa, dal passato al presente.
L: Il che conferma quanto stavamo osservando.
R: Perché sia possibile un’evoluzione devono quindi penetrare nel presente delle forze che provengono dal futuro?
L: Proprio così. Prova a immaginare, ad esempio, un povero che, avendo ricevuto inaspettatamente una cospicua eredità, diventi improvvisamente ricco. Dovrebbe essere chiaro, in questo caso, che ciò ch’è posteriore si sviluppa, sì, da ciò ch’è anteriore, ma non a causa di questo. Una cosa è infatti, come hai ricordato anche tu, il nesso temporale, espresso dal concetto uno dopo l’altro o uno prima dell’altro, altra il nesso causale, espresso dal concetto uno per mezzo dell’altro. Chi sarebbe disposto a sostenere che l’uomo del nostro esempio è oggi ricco a causa o per mezzo del fatto che ieri era povero?
R: Penso nessuno.
L: E credi che se lo avessimo conosciuto nel suo stato di povertà, avremmo potuto prevedere che quella condizione si sarebbe un giorno mutata in uno stato di ricchezza?
R: No di certo. La sua condizione è cambiata solo a causa dell’eredità: cioè di un fatto nuovo.
L: Ebbene, ogni mutazione o salto di qualità, si determina unicamente perché, attraverso il presente, il futuro modifica il passato. Sul piano umano, è il volere dell’Io a manifestarsi nel tempo quale futuro. Nell’evoluzione morale del mondo, sono perciò gli uomini, in quanto portatori d’idee, a fare in modo cosciente quanto la natura fa, a un altro livello, in modo incosciente.
R: Sono cioè gli uomini a modificare la realtà sensibile o il mondo percettivo. A quanto vedo, il tuo “individualismo etico” porta o eleva l’evoluzionismo dal piano naturale a quello spirituale.
L: E’ infatti l’evoluzione morale ad avere per meta lo “spirito libero”.
R: Ossia è l’uomo ad avere per meta l’uomo.
L: O, come direbbe Hegel, è l’uomo “in sé”, o l’uomo naturale, ad avere per meta l’uomo “in sé e per sé”, o l’uomo spirituale. Ma è venuta l’ora di andare. Dal momento che abbiamo parlato del giudizio morale quale giudizio di valore, potremmo occuparci, la prossima volta, del “valore della vita”, e quindi dell’ottimismo e del pessimismo. Che ne dici?
R: Ottimo!
L: Arrivederci dunque alla prossima settimana.
R: Arrivederci.

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Lucio Russo
 
Rudolf Steiner