Articolo del: 06/02/2010

Sezione: Studi gnoseologici
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Dialoghi sulla libertà (14)

14° Dialogo

L: Ho da dirti una cosa che spero ti farà piacere.
R: Cosa?
L: Se vuoi, la prossima settimana potremo incontrarci di nuovo.
R: Questa, sì, ch’è una bella notizia!
L: Così potremo dedicarci alle “ultime questioni”.
R: Quale argomento migliore per un ultimo incontro!
L: Bene! Cominciamo allora a parlare dell’individualità e della specie.
R: Che cosa rappresenta, logicamente, la specie?
L: Rappresenta la forma o la qualità: cioè il concetto quale essere determinato o essenza.
R: Ma non hai detto che il concetto non ha forma?
L: Attento! Il concetto non ha forma, ma è forma.
R: E l’individualità, invece, che cosa rappresenta?
L: L’individualità, cioè l’Io, rappresenta l’unità o l’insieme di tutti i concetti o, se vuoi, il Concetto dei concetti.
R: Il tipo “stenico” e quello “astenico”, di cui hai parlato anche l’altra volta, sono quindi due specie?
L: In un certo senso, sì. Si tratta di due forme caratteriali che dovrebbero essere subordinate all’Io.
R: Se l’individualità è l’Io, allora tutto il resto è specie?
L: Più o meno, a seconda dei livelli. Nel corso del tempo, come sai, sono state tentate varie classificazioni delle costituzioni, dei temperamenti e dei caratteri, ma nemmeno una, non a caso, degli Io.
R: E perché?
L: Perché si presta a essere classificato solo ciò che è più o meno collettivo, e non ciò ch’è individuale, e quindi irripetibile.
R: L’individuo appartiene comunque a un gruppo: che so, a una nazione, a un popolo, a una stirpe o a una famiglia.
L: Non solo, ma appartiene anche al sesso maschile o femminile.
R: Ammetterai che non è facile, tra questa congerie di elementi collettivi, discernere quello individuale.
L: Eppure è l’Io a utilizzarli o giostrarli. Come un pittore, per realizzare il suo dipinto, si serve dei colori di cui dispone, così l’individuo, per realizzare se stesso, si serve degli elementi che la natura e la cultura, o se vuoi il destino, gli mettono a disposizione.
R: La specie dovrebbe essere perciò il mezzo e l’individualità il fine?
L: D’altronde, delle due, l’una: o è l’individuo a esprimersi per mezzo della specie; o è la specie a esprimersi per mezzo dell’individuo. Quando di qualcuno si dice, ad esempio, che è “tutto suo nonno” o “tutto suo padre”, vuol dire che si è identificato con un altro, e ignora quindi se stesso come Io.
R: Il che significa che l’individualità è presente anche quando la s’ignora?
L: Certo. Se affermassi: “Io sono la specie”, sarei appunto io ad affermarlo: a predicarmi cioè come “specie” e a identificarmi con questo concetto.
R: Nessuno, però, è totalmente individuo o totalmente specie.
L: Senza dubbio. L’individuo si distingue e si emancipa solo in modo graduale da quanto è in lui specie: vale a dire, carattere, temperamento e costituzione.
R: Non ti sembra che la natura e la specie condizionino soprattutto i rapporti tra l’uomo e la donna?
L: Ha detto infatti Rilke: “L’uomo ama solo come maschio, non come uomo”.
R: Ammiro molto Rilke e ricordo bene queste sue parole. Si trovano, se non sbaglio, nelle Lettere a un giovane poeta. C’è anche un altro passo di questo libro sul quale rifletto spesso, tanto che l’ho imparato a memoria.
L: Quale?
R: Recita così: “Il grande rinnovamento del mondo forse in questo consisterà, che uomo e fanciulla, liberati da tutti gli errori e disgusti, non si cercheranno come opposti ma come fratelli e vicini, e si uniranno come creature umane, per portare in comune, semplici, gravi e pazienti, il difficile sesso che è loro imposto”.
L: Davvero bello, non lo ricordavo. Comunque è vero: soprattutto la condizione della donna viene per lo più determinata, socialmente, dall’appartenenza alla sua specie, e non dalla sua individualità.
R: Stando a quanto mi hai insegnato, una cosa è però l’individualità, altra la coscienza dell’individualità.
L: Certo. Per questo abbiamo detto che l’Io è presente anche quando lo s’ignora: ossia, quando non è ancora cosciente di sé. Un neonato, ad esempio, è un Io, ma non ha ancora coscienza dell’Io che è.
R: Qualcuno ha detto, in proposito: “Se fossi re e non lo sapessi, sarebbe come se non lo fossi”.
L: Potremmo quindi dire, parafrasando: “Se fossi un Io e non lo sapessi, sarebbe come se non lo fossi”. Il guaio, tuttavia, è che, ignorando di essere degli Io, c’identifichiamo con la specie e mortifichiamo così la nostra esistenza. L’esistenza dell’uomo, infatti, non è determinata, come in tutti gli esseri della natura, dal suo essere, bensì dalla sua coscienza dell’essere o dalla sua autocoscienza.
R: Se ho ben capito, però, l’autocoscienza nasce come coscienza dell’ego, e non come coscienza dell’Io spirituale.
L: E’ così. La prima autocoscienza matura al termine della cosiddetta “età evolutiva” e si presenta, in quanto effetto dell’identificazione dell’Io col corpo, come autocoscienza egoica: come coscienza, ad esempio, maschile o femminile dell’Io.
R: Allora l’”io corporeo”, di cui parlano alcuni psicologi, non esiste?
L: Non solo non esiste, ma è anche un bell’esempio di realismo ingenuo: si crede che esista un “io corporeo” laddove esiste invece una coscienza corporea dell’Io.
R: Stando così le cose, e ripensando a quanto ci siamo detti nei nostri incontri precedenti, dovrebbero allora darsi ulteriori livelli di autocoscienza: al di sopra del primo, corporeo o spaziale, se ne dovrebbero infatti dare un secondo temporale, un terzo qualitativo, e un quarto, che non saprei però come definire.
L: Potremmo definirlo “essenziale”, in quanto è solo a questo livello che si realizza la piena autocoscienza. Al primo livello, l’Io s’identifica con il corpo fisico-spaziale, al secondo, con il corpo vivente-temporale, e al terzo con l’anima, che gli dà di sé una coscienza psichica o caratteriale.
R: E’ a questo terzo livello che si ha la soggettività, e non l’individualità?
L: Certo. L’Io psichico o psicologico sta al di sotto dell’Io spirituale.
R: Prima di arrivare a se stesso, l’Io si media dunque a tre livelli diversi?
L: Non dimenticare, però, che il primo, quello spaziale, è il livello della coscienza ordinaria, mentre il secondo, quello temporale, e a maggior ragione il terzo, quello qualitativo, sono livelli di coscienza superiori. In ogni caso, è solo al quarto livello che l’Io si porta, tanto al di là del suo essere inconscio e immediato, quanto al di là dell’autocoscienza mediata, realizzando così un’autocoscienza insieme mediata e immediata.
R: Sai che cosa dice al riguardo Johannes Tauler?
L: No, che dice?
R: Dice, rivolgendosi a Dio: “Io ho girato e cercato dovunque nel mondo e non Ti ho trovato: perché Tu eri dentro e io fuori, Tu eri presso di me ed io ero molto lontano da me stesso”.
L: E’ un bel pensiero. Tuttavia, se non fosse stato un mistico, trovando Dio avrebbe trovato se stesso e il mondo, e trovando se stesso e il mondo avrebbe trovato Dio. Sai piuttosto, riguardo a ciò ch’è mediato o immediato, come risponde l’Onnipotente ai Deva che, raccolti intorno al suo trono, gli domandano chi Egli sia?
R: No, come?
L: Risponde: “Se oltre a me ci fosse un altro, mi descriverei per mezzo suo”.
R: E alla stessa domanda, rivoltagli da Mosé, Dio risponde: “Io sono colui che sono”.
L: Aggiungendo: “Dirai così ai figli d’Israele: Io-sono mi ha inviato da voi”.
R: Mi sembra importante realizzare, in effetti, che la vera autocoscienza ha un carattere insieme mediato e immediato. Julius Evola, ad esempio, sostiene che si potrebbe fare qualcosa di meglio che non limitarsi a pensare o conoscere l’Io: che si potrebbe cioè esserlo o possederlo.
L: Ha ragione. Ma se non si arriva a esserlo o possederlo in virtù di una libera, graduale e paziente evoluzione dei livelli di autocoscienza che abbiamo distinto, si corre il rischio di ricadere nella semplice immediatezza: cioè in quella della volontà naturale, che si presta non tanto a essere “posseduta” quanto piuttosto a “possedere”, magari in forma di “volontà di potenza”. Senti che cosa dice in proposito Hegel: “Si sa in modo immediato ciò che è superiore, ma vi si perviene solo grazie ad una mediazione. Ogni pensare è immediato, ma proprio il pensare è, in se stesso, un processo, è movimento, vita; ogni vita è movimento e processo, è qualcosa di mediato, e tanto più la vita dello spirito: essa consiste nel passare da un gradino all’altro, da ciò che è puramente naturale e sensibile a ciò che è spirituale, e questo è mediazione”.
R: Chiarissimo. Potremmo quindi dire, tornando a noi, che, nella natura, gli individui sono esemplari della specie, mentre, nell’uomo, l’individualità è la specie?
L: Senz’altro! Ogni pianta o animale è infatti un esemplare della specie, mentre ogni uomo è una specie a sé: cioè a dire un Io chiamato a umanizzare la propria natura animale, vegetale e minerale.
R: Ma al di sopra della specie non c’è il genere? Mi sembra che Kant chiami appunto genus il concetto superiore e species quello inferiore.
L: E’ vero. Al di sopra delle molteplici specie vegetali c’è infatti la pianta archetipica o Urpflanze di Goethe.
R: E anche al di sopra delle diverse specie animali c’è un animale archetipico o Urtier?
L: C’è, ed è l’uomo. Nell’anima umana, ad esempio, sono presenti tutte le specie animali.
R: E anche al di sopra dei diversi uomini, in quanto specie a sé, c’è un uomo archetipico o Urmensch?
L: C’è perfino questo, ed è il Logos o il Cristo: ossia, l’Ecce homo, il Genere umano o, come lo chiama Steiner, il “Rappresentante dell’umanità”.
R: Mi pare di capire, però, che l’Urpflanze e l’Urtier, rispetto alle piante e agli animali, sono trascendenti, mentre il Logos, rispetto all’uomo, è immanente.
L: Hai ragione. Il Logos, in quanto fattosi “carne”, inabita l’Io spirituale di ogni uomo.
R: Solo sul Logos si può perciò fondare una vera socialità o fraternità.
L: E non dice appunto il Cristo: “Senza di me non potete far niente”?
R: E’ dunque impossibile realizzare una vera socialità o fraternità se non si tiene conto della realtà del Logos o dell’Io-sono, quale fondamento comune di tutti gli Io.
L: Non solo, ma è anche impossibile realizzarla se si sottovaluta o s’ignora la natura a-sociale o anti-sociale dell’ego. Fatto sta ch’è impossibile immaginare una comunità fatta di uomini fisicamente e psicologicamente uguali, ma è possibile immaginarne una fatta di uomini che, pur essendo diversi, si pensano, si sentono e si vogliono uguali o fratelli in Cristo, e capaci quindi di amare.
R: Penso si corra altrimenti il rischio che, in luogo della libertà e dell’uguaglianza spirituale o morale, subentrino la costrizione, l’uniformità, il conformismo o, come si dice oggi, l’omologazione.
L: E la storia non ha appunto dimostrato che quando si è tentato di realizzare politicamente l’uguaglianza è andata a finire proprio così? Nota, peraltro, che in due delle parole che hai usato, “uniformità” e “conformismo”, è contenuto il termine “forma”. Già questo dovrebbe farci capire che non ci troviamo alle prese con lo spirito o con l’Io, che in tanto è libero in quanto è privo di forma, bensì con le realtà signate o naturali della psiche e del corpo.
R: Un’ultima cosa: come si fa a conoscere l’Io altrui se la sua realtà, da quanto ho capito, non si presta a essere oggettivata?
L: Ricorda: “il simile conosce il simile”. Di fronte a tutti gli “oggetti”, l’Io è chiamato a integrare il percetto col concetto, mentre, di fronte a un altro Io, cioè di fronte a un altro soggetto, deve essere capace di farsi in qualche modo da parte per poterlo accogliere in sé.
R: E’ questa l’intuizione? Ho letto, da qualche parte, che questo termine deriverebbe da in-theos-ire e indicherebbe un atto in grado di raggiungere l’essenza dell’oggetto.
L: E’ grazie all’intuizione, infatti, che raggiungiamo, per così dire, l’Io altrui, e che l’Io altrui raggiunge il nostro. Ma si tratta di un fenomeno estremamente sottile e complesso che non è il caso, adesso, di affrontare.
R: D’accordo. Purtroppo ti devo lasciare. Mi consola però il fatto di sapere che potremo incontrarci ancora una volta.
L: Non ti preoccupare. Ti aspetto qui tra sette giorni.
R: Contaci!
L: Allora arrivederci.
R: Arrivederci.

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Lucio Russo
 
Rudolf Steiner