Articolo del: 27/02/2010

Sezione: Studi gnoseologici
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Dialoghi sulla libertà (15)

15° Dialogo

R: Dal momento che questo è il nostro ultimo incontro, vorrei porti, se non ti dispiace, alcune questioni.
L: Fa’ pure.
R: Cominciamo da questa: esiste o non esiste un “al di là”?
L: Vuoi dire una realtà che trascenda la nostra esperienza?
R: Che trascenda, sia i limiti dell’esistenza finita, sia quelli della conoscenza umana.
L: Sai che cosa ti direbbe Hegel?
R: No, che mi direbbe?
L: Te lo leggo: “Il mondo reale, non è da un’altra parte, non è nell’al di là, bensì è il mondo realmente esistente considerato nella sua verità, non in quanto può venir toccato ed in genere come si manifesta ai sensi: all’udito, alla vista, e così via”. Ricordi, comunque, che cosa abbiamo detto, a suo tempo? Che l’esistenza è finita solo per il percepire, e che i limiti del percepire vengono trascesi dal pensare.
R: Nel conoscere e nel creare?
L: Certo. Nel conoscere, si risale dalla singolarità del percetto al concetto, mentre nel creare, si discende dall’universalità del concetto al percetto per realizzare o modificare l’oggetto.
R: Il solo concetto e il solo percetto dunque non bastano?
L: Non bastano per la conoscenza sensibile. Il percetto, che è una parte della realtà, ci si dà per mezzo del corpo, mentre il concetto, che è l’altra parte della realtà, ci si dà per mezzo dello spirito. Solo la loro unione, nell’anima, ci dà la realtà completa.
R: Il pensare coglie quindi i concetti della realtà, mentre il percepire coglie la realtà dei concetti.
L: La coglie, sul piano ordinario, quale realtà sensibile e, sul piano intuitivo, quale realtà spirituale. Sai che il reale, per Hegel, è “unità di essere ed esistere”. Ebbene, il concetto, sebbene in forma determinata, ci dà l’essere, il percetto ci dà l’esistere, e il conoscere, coniugando l’uno e l’altro, ci dà il reale.
R: Si potrebbe dire che il cosiddetto “al di là” non è che l’essenza dell’al di qua, e che l’al di qua non è che l’esistenza dell’al di là?
L: Sicuramente. Potremmo anche dire che l’al di là non è che l’interno dell’al di qua, e che l’al di qua non è che l’esterno dell’al di là. Distinguiamo infatti la realtà esterna del mondo da quella interna dell’anima, ma ignoriamo che la realtà dello spirito, pur presentandosi all’interno, è esterna all’anima.
R: Potremmo dire, perciò, che costituisce l’”esterno dell’interno”?
L: Beh, se lo dicevano i maestri di Chartres, possiamo dirlo anche noi. Comunque, ciò che più importa, se si vuole superare davvero il dualismo di interiorità ed esteriorità, è realizzare che l’esterno dell’interno altro non è che l’interno dell’esterno: cioè l’essenza spirituale del mondo che sperimentiamo mediante i sensi fisici.
R: E dimmi, il singolo concetto viene afferrato dall’intelletto?
L: Sì. Ogni concetto non è che una tessera di quell’immenso mosaico costituito dal mondo delle idee; ed è in virtù della percezione sensibile e dell’intelletto che riusciamo a strappare, dal tessuto unitario di quel mondo, i singoli concetti. Questi, una volta isolati, vengono utilizzati dalla ragione per ricomporre, in modo cosciente e graduale, l’unità originaria.
R: Disponiamo dunque di tutto quello che serve per conoscere il mondo e noi stessi.
L: Fatto si è che l’uomo è mondo o, per essere più precisi, quella parte del mondo che percepisce e pensa, sia l’altra parte, sia se stessa. Solo a causa della percezione sensibile l’una si sperimenta opposta all’altra. Il pensare, superando tale opposizione, riunisce però l’uomo al mondo e a se stesso.
R: Come nasce allora l’idea, tanto diffusa, che il fondamento del reale si trovi al di là del mondo che ci circonda?
L: Nasce per il fatto che i concetti, e i rapporti che l’uomo, pensando, scopre tra questi, vengono ritenuti soggettivi. Una volta ridotta o snaturata in questo modo la realtà dei concetti e del pensare, si va poi alla ricerca di un qualche contenuto che, stando al di fuori del mondo esperito ed esperibile, ne garantisca la realtà.
R: Ma il pensare, dicesti, non è soggettivo.
L: In verità, non è né soggettivo né oggettivo, in quanto è proprio il pensare a porre tanto il concetto di soggetto quanto quello di oggetto. Anche i concetti non sono soggettivi, in quanto costituiscono quella parte della realtà che i sensi non sono in grado di afferrare. Va peraltro ricordato che anche il contenuto della nostra personalità soggettiva deriva dal mondo delle idee.
R: Ti riferisci all’Io?
L: No. L’Io, come il pensare, è al di là di soggetto e oggetto. Per “contenuto della nostra personalità soggettiva”, intendo quella parte del mondo delle idee assegnataci dal destino e alla quale si trova particolarmente legato il nostro sentire. Si tratta delle qualità di cui è intessuta l’anima, che, agendo in base alle forze della simpatia e dell’antipatia, si attraggono se affini e si respingono se contrastanti.
R: Non mi è chiaro.
L: Vedi, l’Io dispone di tutto il mondo delle idee, mentre l’anima o, diciamo meglio, la psiche ne dispone solo in parte.
R: Questo ha forse a che fare con quello che l’astrologia chiama “tema natale”?
L: Immaginativamente, sì. Dal momento che il mondo dei concetti è un mondo “astrale” o “stellare”, la parte di quel mondo assegnataci dal destino la potremmo anche considerare, in senso lato, una “costellazione”.
R: Come una parte più o meno grande, cioè, del cerchio zodiacale.
L: Del quale l’Io, non dimenticarlo, è però il centro. Per questo, ha la possibilità di acquisire, come dice Steiner, “nuove forze astrali” o, come dice James Hillman, di “fare anima”.
R: In ragione del fatto, immagino, che chi sta al centro possiede tutto il cerchio, e non solo una sua parte. Quella assegnataci è in rapporto allora col carattere?
L: Sì, perché il carattere dipende dal pensare e dal volere nel sentire, e quindi dal destino.
R: Sembra che Eschilo abbia giusto detto: “Il fato è il carattere”. Anche gli scopi, in quanto idee, non vengono dunque determinati da un al di là extraumano?
L: Dice Hegel che “fine” o “scopo” è “il concetto capace d’obiettivare se stesso”; ma un’idea, lo abbiamo detto, può diventare “fine” o “scopo” solo se è l’uomo a volerla.
R: Prima, se non sbaglio, deve essere però intuita.
L: Certo. Nel conoscere, prima la percezione ci dà l’oggetto e poi l’intuizione ci dà il concetto; nella creazione, viceversa, prima l’intuizione ci dà il concetto e poi la percezione ci dà l’oggetto.
R: Ossia l’oggetto creato. Mi sembra comunque che, dell’intuizione, si parli in genere in modo approssimativo o scorretto.
L: Purtroppo è così. Per Jung, ad esempio, l’intuizione sarebbe una “funzione” psichica da distinguere non solo da quelle del sentimento e della sensazione, ma anche da quella del pensiero.
R: Ti confesso che quando lessi Tipi psicologici questa distinzione mi lasciò assai perplesso.
L: Lo credo bene! Sarebbe come dire che, in natura, la realtà, che so, delle capre deve essere distinta non solo da quella minerale e da quella vegetale, ma anche dalla realtà animale.
R: Sarebbe assurdo. Le capre fanno parte del regno animale.
L: Così come l’intuizione fa parte del regno del pensiero, e non è perciò una funzione o una realtà a sé.
R: Anche se, ammetterai, ne costituisce una manifestazione molto particolare.
L: Hai ragione. L’intuizione concettuale è sui generis perché è caratterizzata dal fatto di essere, a un tempo, una percezione del concetto da parte dell’Io e una percezione dell’Io da parte dell’Io: in breve, una percezione dello spirito da parte dello spirito, e dunque un’autopercezione.
R: Non mi è chiaro.
L: Vedi, nell’intuizione concettuale l’intuente e l’intuìto coincidono: il soggetto dà la sua forza alla forma del concetto e il concetto dà la sua forma alla forza del soggetto.
R: C’è differenza tra questa intuizione concettuale e l’intuizione “empirica” di cui parla Kant nella sua estetica trascendentale?
L: Tenendo conto che, per lui, l’intuizione empirica si riferisce all’oggetto, e quindi al fenomeno, si potrebbe dire che l’intuizione empirica è una percezione sensibile, mentre l’intuizione concettuale è una percezione spirituale.
R: Perché hai parlato di un’“autopercezione”?
L: Immagina di percepire e pensare un albero. L’albero è un oggetto che sta fuori di te, e che tu, in qualità di soggetto, conosci. Se però decidi, in qualità di soggetto, di percepire e pensare te stesso, la situazione cambia, poiché ora l’Io percepisce e pensa l’Io.
R: In quanto si pone come oggetto.
L: Quello vero, però, è il soggetto che pone e non quello posto.
R: Stando a quanto abbiamo detto la volta scorsa, il soggetto si può porre però a livelli diversi.
L: Sì, ai diversi livelli dell’autocoscienza.
R: Se ben ricordo, si realizza l’autocoscienza egoica quando l’Io si pone nello spazio, e s’identifica quindi col corpo.
L: E questa, ormai lo sappiamo, è l’autocoscienza ordinaria, sensibile o intellettuale.
R: Se ne realizza invece una superiore quando l’Io si pone nel tempo e un’altra, a un livello ancora più alto, quando l’Io si pone nella qualità.
L: Giusto. Al primo di questi livelli superiori, l’autocoscienza riveste un carattere biografico, poiché l’Io si sperimenta come una realtà vivente o come un processo che si svolge, senza soluzione di continuità, dalla nascita alla morte; al secondo, riveste invece un carattere qualitativo, poiché l’Io si sperimenta come una realtà animica, e quindi estranea al tempo e allo spazio.
R: Pensi che queste due forme di autocoscienza possano essere in qualche modo rappresentate dal “vitalismo” e dallo “psicologismo”?
L: Direi di sì. E’ comunque al di là del terzo livello che l’Io è chiamato a passare dall’avere all’essere, in quanto non dispone più di livelli ai quali porsi o attraverso i quali mediarsi. Una cosa, infatti, è l’Io come spazio, come tempo o come anima, altra l’Io come Io.
R: E quindi?
L: E quindi l’Io, non potendosi più identificare con quello posto, deve risalire di nuovo il movimento del porre per arrivare al ponente e rientrare così in se stesso.
R: Immagino che, dicendo “posto”, hai inteso dire “pensato”, così come, dicendo “porre” e “ponente”, hai inteso dire “pensare” e “pensante”.
L: Esatto.
R: E’ arrivato il momento di salutarci. Lo dico con vero rammarico perché so che questo, almeno per ora, è il nostro ultimo incontro.
L: A Dio piacendo, riprenderemo forse, un giorno, le nostre chiacchierate.
R: Ti assicuro che continuerò a pensare a tutto ciò che hai detto.
L: Ed è questo che conta. Vedi, come l’uovo ha bisogno, per poter dar vita all’essere del pulcino, di essere amorevolmente covato, così il pensiero ha bisogno, per poter dar vita al suo stesso essere, ossia all’essere dello spirito, di essere amorevolmente meditato.
R: E’ così che ci si trasforma?
L: Certo. Un conoscere che non ci trasforma, che non ci migliora, che non ci rende più umani, non è un vero conoscere.
R: Così come penso che non sia un vero conoscere quello che non trasforma, non migliora e non rende più umano il mondo.
L: Se non ti dispiace, vorrei proporti dunque di salutarci e di allontanarci poi in silenzio, grati di aver potuto ricercare insieme e con gioia la verità.
R: D’accordo.
L: Allora arrivederci.
R: Arrivederci.


P.S.

Nel congedarmi, manzonianamente, dai miei “venticinque lettori”, vorrei invitarli a riflettere anche sul seguente brano di Hegel:
“I greci ed i romani – nonché gli asiatici – non sapevano niente del concetto per il quale l’UOMO IN QUANTO UOMO nasce libero, per il quale l’uomo è libero; Platone ed Aristotele, Cicerone ed i giuristi romani non conoscevano questa nozione, ed ancor meno la conoscevano i popoli, sebbene essa sola sia fonte del diritto. Certo sapevano che un [cittadino] ateniese, un [cittadino] romano, un INGENUUS, è libero; sapevano che esistono liberi E non liberi, ma non sapevano che l’uomo in quanto uomo è libero; l’uomo in quanto uomo significa l’uomo universale, l’uomo come si coglie nel pensiero e come il pensiero sa cogliere. Nel cristianesimo s’impose la dottrina che dinanzi a Dio ogni uomo è libero, in quanto Cristo ha liberato l’umanità; dinanzi a Dio si è tutti uguali, liberati per raggiungere la libertà cristiana: simili determinazioni rendono la libertà indipendente dalla nascita, dalla posizione sociale, dalla cultura, eccetera, ed è straordinario quanto in tal modo si progredisca, ma esse sono ancora diverse da questo: che l’essere libero compie il concetto di uomo” (G.W.F. Hegel: Lezioni sulla storia della filosofia – Laterza, Roma-Bari 2009, p. 574).

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Lucio Russo
 
Rudolf Steiner