Articolo del: 22/04/2010

Sezione: Cultura, politica ed economia
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Pensare il Novecento (2)

“Se la tradizione liberale – scrive Cubeddu – ha avuto come stella polare la teoria del “diritto naturale”, la teoria democratica si è invece sviluppata come una risposta alla domanda: a quali uomini bisogna affidare il potere? E se un tempo questi erano i più saggi, alla fine si è giunti a identificarli nei rappresentanti della maggioranza”; tra il “governo degli uomini” e il “governo della legge”, la democrazia sceglie il primo, mentre il liberalismo sceglie il secondo (23).
A tutt’oggi, però, al formale “governo della legge” (alla nomocrazia) liberale, non si è stati in grado di contrapporre che un “governo degli uomini” (una democrazia) di carattere quantitativo (“I capi della democrazia – lamenta appunto Bakunin – credono di fare un atto di profonda politica sacrificando la potenza dell’idea all’apparenza del numero”) (24).
E’ questo d’altronde il risultato di quell’attività dell’anima cosciente che, nella sua prima fase di sviluppo (scientifico-naturale), si basa sul “calcolabile”: vale a dire, sul “peso”, sul “numero” e sulla “misura” (25).
Vano (se non “infantile”, dice Paul Berman) (26) è pertanto opporre l’astratta e formale razionalità a quanto si fonda – come fa, o vorrebbe fare, il socialismo “scientista” (27) – sulla concretezza della quantità (28); a questa, si dovrebbe piuttosto opporre, ove se ne fosse capaci, una concretezza della qualità di carattere animico-spirituale.
Panfilo Gentile giunge perfino ad asserire che “la cosiddetta “questione sociale”, secondo l’opinione di molti, è il capo Horn e cioè il capo dei naufragi del liberalismo” (29).
Ma se è così, per quale ragione non interrogarsi allora, seriamente, sul significato profondo che rivestono, sia l’esplodere di tale “questione”, sia il simultaneo irrompere sul piano storico, politico e culturale del socialismo?
“Il vero impulso del socialismo – afferma Steiner – consiste nel fatto che gli uomini (...) davvero arrivino a realizzare, nella struttura sociale esteriore, la fraternità nel senso più ampio della parola. Naturalmente la fraternità vera non ha nulla a che fare con l’uguaglianza” (30).
E’ chiaro qui l’accenno ai tre celebri ideali della “libertà”, dell’“uguaglianza” e della “fraternità”. Questi, – come Steiner stesso ha più volte chiarito – anziché essere perseguiti in modo confuso (com’è avvenuto con la rivoluzione francese), dovrebbero essere realizzati su tre piani diversi: la libertà, su quello spirituale; l’uguaglianza, su quello politico o giuridico; la fraternità, su quello economico. A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, è dunque sorto nell’inconscio dell’umanità un nuovo impulso evolutivo (morale) che, all’origine (nel regolare Spirito del tempo), è unità o sintesi di forza e di forma: ovvero, di volere e pensare.
Si tratta di un impulso che, negli individui, risale, per così dire, dal basso verso l’alto, come una oscura forza della volontà (come quell’”istinto triarticolato” di cui parla Steiner) che necessita, per potersi realizzare creativamente, di essere integrata, dall’alto verso il basso, da una chiara forma di pensiero.
Che cosa è stata dunque, essenzialmente, la storia del Novecento? Nient’altro che la storia dei diversi, sciagurati e tragici tentativi (experimenta in corpore vili) di dare una qualche forma esteriore all’impulso interiore del socialismo.
A questo impulso si sono infatti richiamati (al fine di superare l’uomo e il mondo borghesi), sia il comunismo, sia il fascismo, sia il nazionalsocialismo: il primo, in modo materialistico e scientistico; il secondo, in modo spiritualistico e mitico; il terzo, in modo naturalistico e magico (31).
Scrive Giuseppe Bottai: “La validità storica del fascismo risiedeva, per l’appunto, in ciò: nell’opporre, a un socialismo germogliato da una filosofia materialistica, un socialismo scaturito da una filosofia spiritualistica. Era, sul piano spirituale e religioso, l’antitesi di una tesi accolta sul piano economico e sociale. In questo, e soltanto in questo, antisocialismo o, se si vuole, anticomunismo” (32). E Hitler, dal canto suo, dichiara: “Io non sono soltanto colui che ha saputo superare il marxismo, ma sono soprattutto il realizzatore di questa dottrina priva del suo dogmatismo giudaico-talmudico (...) Non sarà la Germania a diventare bolscevica, ma sarà il bolscevismo a diventare una specie di nazionalsocialismo. D’altronde ci sono più elementi di unità che di divisione tra noi e il bolscevismo. Soprattutto la mentalità veramente rivoluzionaria che in Russia è presente ovunque, dove non imperversano i marxisti ebrei. Ho sempre tenuto conto di questa circostanza e ho dato istruzioni che gli ex comunisti vengano ammessi immediatamente nel partito. Un socialdemocratico piccolo borghese o un bonzo sindacalista non diventerà mai un nazionalsocialista, un comunista sempre” (33).
Da uno stesso impulso, possono dunque sortire tanto effetti positivi quanto negativi: tutto dipende dalla qualità del pensiero che lo pensa e dal grado di coscienza che lo accoglie.
“Nei moti istintivi dell’umanità – avverte appunto Steiner – rumoreggia un elemento nuovo; nel pensare cosciente, le antiche idee non vogliono seguire i moti istintivi. Ma anche i moti istintivi migliori diventano barbarici e bestiali se non vengono illuminati da pensieri adeguati” (34).
E quali pensieri sarebbero “adeguati”? Unicamente quelli che appartengono ab ovo ai “moti istintivi”, e che, in qualità di pensare nel volere, si prestano a essere scoperti e portati alla luce esclusivamente dal volere nel pensare.
Nessun “moto istintivo”, può perciò essere creativamente integrato da un pensiero escogitato in modo freddo e astratto (ideologico) dall’intelletto o in modo caldo e istintivo dal sangue (35).
Il che vuol dire che la verità del socialismo risiede nella sua idea vivente (ch’è forma della forza e forza della forma), mentre la menzogna del socialismo (quella del comunismo, del fascismo e del nazismo) risiede nella sua idea astratta: ovvero, in quell’idea che, non essendo al contempo forza, deve necessariamente ricorrere, per imporsi, alla coercizione e alla violenza.
Per ora, dunque, la verità del socialismo – dice Steiner – “rumoreggia piuttosto nell’umana natura - neppure si può dire nelle anime umane – e in primo luogo nei temperamenti umani”; aggiungendo che il socialismo costituisce “la missione del quinto periodo postatlantico”, e che, in quanto tale, non potrà giungere a compimento che nel “quarto millennio” (36).
Come abbiamo visto, realizzare “la fraternità nella struttura sociale esteriore” significa dar corpo all’ideale liberale nell’ambito spirituale, all’ideale democratico nell’ambito politico o giuridico, e all’ideale socialista nell’ambito economico.
In quest’ultimo, ad esempio, gli uomini (in primo luogo, ovviamente, i lavoratori) hanno preso a rifiutare, seppure in modo non del tutto consapevole, l’idea che il lavoro venga considerato una “merce”.
Come già si sente inaccettabile l’idea di un “mercato” del pensiero o del sentimento, così si comincia a sentire inaccettabile l’idea di un “mercato del lavoro”: del lavorare, e non del lavorato. Il pensare, il sentire e il volere (il lavorare) sono attività dell’anima, e vendere la propria forza-lavoro come una “merce” vuol dire, in effetti, vendere l’anima (37).
Osserva, in proposito, Rutilio Sermonti (uno dei fondatori del Movimento Sociale Italiano, e poi di Ordine Nuovo e del Fronte Verde): “Dal punto di vista del capitale-titolare dell’impresa il lavoro non può essere che uno degli elementi del costo di produzione. Al pari delle materie prime, dell’ammortamento macchine e della energia motrice. Si arriva quindi al concetto di lavoro-merce, di “mercato di manodopera”, ecc.”; a questo fattore di “degradazione umana” si aggiunge il fatto che lo stesso lavoratore viene poi sollecitato con ogni mezzo a consumare quanto è stato prodotto: si fa in modo, cioè, che “i lavoratori spendano una aliquota maggiore dei loro introiti nell’acquisto di prodotti industriali (...) Si fa in modo che essi spendano in anticipo anche i loro guadagni futuri (...) Si fabbricano esigenze a getto continuo, e si dà poi modo ai “lavoratori” di soddisfarle attraverso “conquiste” salariali, in modo che il danaro torni a ingrossare il mucchio da cui erano state prelevate le buste-paga” (38).
Sermonti è convinto che, per uscire da questo circolo vizioso, occorre “respingere capitalismo e comunismo non per la loro effimera antitesi, ma per la loro sostanziale identità” (39). Infatti, tanto lo “Stato dei capitalisti” che il “capitalismo di Stato” non avrebbero alcuna possibilità – a suo dire - di “liberare i “lavoratori” dalla loro degradante posizione di strumenti viventi, che deriva prima di tutto dal considerarsi “lavoratori” e non uomini interi” (40).
Tale liberazione sarebbe invece possibile – dichiara - ove s’intraprendesse una terza via: quella del “corporativismo”.
Peccato, però, che il corporativismo fascista non abbia fatto altro che sostituire la soggezione dell’uomo all’economia con la soggezione dell’uomo allo Stato (dice Mussolini: “Tutto nello Stato, niente fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”) (41).
La prima dichiarazione della Carta del Lavoro (21/4/1927) recita ad esempio: “La nazione italiana è un organismo avente fini, vita, mezzi di azione superiori per potenza e durata a quelli degli individui divisi o raggruppati che la compongono. E’ una unità morale, politica ed economica che si realizza integralmente nello Stato fascista” (42).
In questa cornice, – recita la seconda dichiarazione – “il lavoro, sotto tutte le forme organizzative ed esecutive, intellettuali, tecniche, manuali, è un dovere sociale” (43).
Come si vede, il lavoro, anziché farsi espressione dei talenti individuali che muovono liberamente incontro ai bisogni altrui, si limita così a passare dalla subordinazione allo spirito del profitto alla subordinazione allo “spirito di caserma” (44).
Riferendosi alla politica industriale del nazionalsocialismo, Jacques Droz scrive infatti: “Il Dr. Ley crea il Fronte del Lavoro, che è destinato a sostituire nell’animo operaio il rispetto di una disciplina militare al fermento avvelenato della lotta di classe. Disponendo di mezzi notevoli, il Fronte del lavoro prende in mano tutta l’attività del lavoratore, anche i suoi svaghi che vengono seriamente studiati. Vigila perché senza possibilità di recriminazioni giunga fino all’ultimo operaio la volontà formale del governo” (45).
Nel fascismo e nel nazionalsocialismo, la dipendenza del lavoro dallo Stato assume dunque un grottesco carattere “marziale”, mentre, nel comunismo, assume un grigio carattere “burocratico”. Non a caso, Hitler, benché dichiari di “avere imparato molto dal marxismo”, giudica i comunisti “pignoli”, “dogmatici” e “meschine anime da bottegai e da scribacchini” (46).
Bruno Rizzi (uno dei fondatori del P.C.I.) asserisce appunto che la statalizzazione sovietica di tutti i mezzi di produzione e la sostituzione del mercato con la pianificazione non elimina la proprietà, ma si limita a trasferirla da una classe all’altra, determinando così un nuovo sfruttamento dei lavoratori da parte della burocrazia.
“In nessun paese capitalista o fascista del mondo – scrive – il proletariato si trova in simili tristi condizioni come nella Russia dei soviet. Non vi esiste libertà di parola, di riunione e di stampa. La delazione è all’ordine del giorno e lo stato è caratteristicamente poliziesco (...) La gerarchia è in auge ed il servilismo spinto agli estremi limiti. La gente vive in un ambiente di timore quasi le mura parlassero: ha un aspetto in pubblico e ne ha un altro in privato (...) Nell’opera di collettivizzazione della terra e d’industrializzazione del paese i funzionari statali e di partito scalzarono sempre il potere dei lavoratori fino a divenire i monopolizzatori dello stato (...) I burocrati con le loro famiglie formano all’incirca una massa di 15 milioni di abitanti (...) Avendo tutte le leve economiche nelle mani, salvaguardate da uno stato poliziesco espressamente eretto, la burocrazia è onnipotente (...) Tra i burocrati (funzionari, tecnici, poliziotti, ufficiali, giornalisti, scrittori, mandarini sindacali e tutto il partito comunista in blocco) è nata una solidarietà di classe le cui malefatte si riversano naturalmente sui lavoratori legati come servi alla macchina economica statale, che i burocrati per colmo d’irrisione dichiarano organo della classe operaia (...) Giornalisti e scrittori hanno l’incarico d’ingannare “scientificamente” il gran pubblico (...) Per noi, dalla Rivoluzione d’Ottobre e dal suo rinculo, è uscita una nuova classe dirigente: la burocrazia” (47).
Per queste idee (del 1939), Rizzi fu espulso dal Partito Comunista; il tempo è però galantuomo, e le ha ormai confermate. Scrive ad esempio James O’Connor: “Ad Est, la tensione tra il potere politico e la performance economica si è verificata al più alto livello nell’Urss degli anni ’80, dove alla fine del decennio 18 milioni tra burocrati di stato e delle imprese pubbliche paralizzavano non solo l’economia ma anche il sistema politico” (48).
“Carlo Marx e i suoi seguaci – aveva d’altronde previsto Steiner (nel 1919) – hanno bensì chiamato alla lotta gli uomini di una data classe sociale; ma hanno dato loro soltanto quei pensieri che avevano presi dalle classi che volevano combattere. Perciò, anche se la lotta dovesse condurre al fine da molti auspicato, nulla di nuovo potrebbe risultarne, ma solo il vecchio, guidato da uomini appartenenti a una classe diversa da quella che ha retto il timone fino adesso” (49).
(continua)

Note:

23) R.Cubeddu: op. cit., p. 47;
24) M.A.Bakunin: Là dove c’è lo Stato non c’è libertà – DEMETRA, Bussolengo (VR) 1996, p. 95;
25) R.Steiner: Massime antroposofiche - Antroposofica, Milano 1969, p. 146;
26) cfr., Il liberalismo e i suoi nemici, 14 novembre 2004;
27) secondo Steiner, il marxismo altro non è che “scienza naturale divenuta interamente scienza sociale” (Risposte della scienza dello spirito a problemi sociali e pedagogici, Milano 1974, p. 131); e Fabio Giovannini ribadisce: “Il paradigma scientista viene accolto da Marx proprio nell’atto della fondazione di un nuovo comunismo, già negli anni giovanili” (Se tornasse il comunismo – Il Minotauro, Milano 1996, p. 19);
28) nota Steiner: “Non esiste maggior antitesi fra le idee magari astratte, ma pur luminose nella loro astrattezza, degli anni 1840-1848 e le altre idee che, nel secolo XIX e in tutto il mondo civile, sono state chiamate “alti ideali umani”, tali considerati fino ai giorni nostri e alla fine coinvolti nella catastrofe” [della prima guerra mondiale] (Lo studio dei sintomi storici, p. 89);
29) P.Gentile: L’idea liberale – Garzanti, Milano 1955, p. 53;
30) R.Steiner: Lo studio dei sintomi storici, p. 215;
31) cfr., G.Galli: Hitler e il nazismo magico – Rizzoli, Milano 1993;
32) G.Bottai: Vent’anni e un giorno – Garzanti, Milano 1977, p. 54;
33) H.Rauschning: Colloqui con Hitler – Tre Editori, Roma 1996, pp. 170 e 121-122;
34) R.Steiner: I punti essenziali della questione sociale – Bocca, Milano 1950, p. 138;
35) dichiara Hitler: “Dobbiamo diffidare dell’intelletto e della coscienza e avere fiducia negli istinti (...) Veniamo etichettati come nemici dell’intelletto. Sissignore, lo siamo! Sono grato al mio destino di avermi risparmiato il privilegio statale dei paraocchi forniti da un’istruzione cosiddetta scientifica” (H.Rauschning: op. cit., p. 206);
36) R.Steiner: Lo studio dei sintomi storici, pp. 209-210;
37) osserva Steiner: “Per gli uomini più saggi [ad esempio, per Platone e Aristotele] era allora naturale che i nove decimi dell’umanità vivessero in condizione di schiavitù. Per noi oggi ciò non è più ovvio, anzi consideriamo che offenda la dignità umana chi pensi in questo modo. Che cosa è stato a mutare talmente la capacità di pensiero nell’ambito dell’umanità occidentale? E’ stato il cristianesimo. Il cristianesimo ha liberato gli uomini dalla schiavitù (...) Dopo il superamento della schiavitù, la tappa che resta da superare è che nessun lavoro umano possa essere merce. Questo è il vero punto saliente del problema sociale che il nuovo cristianesimo risolverà” (Esigenze sociali dei tempi nuovi, pp. 292-293). Pregnante, al riguardo, è questa considerazione di Nietzsche: “[gli uomini] devono lavorare nella fabbrica delle utilità generali prima di essere maturi – in quanto questo sarebbe un lusso che sottrarrebbe una quantità di forze “al mercato del lavoro”. Si accecano certi uccelli perché cantino meglio: io non credo che gli uomini di oggi cantino meglio dei loro avi, ma quello che io so, è che li si acceca per tempo” (F.Nietzsche: Sull’utilità e il danno della storia per la vita – Adelphi, Milano 2009, p. 61);
38) R.Sermonti: Valori corporativi – Ciarrapico, Roma 1984, pp. 59, 60, 61;
39) ibid., p. 51;
40) ibid., p. 35;
41) cit. in E.Giudici: Riflessioni sulla cultura del periodo fascista – ISC, Roma 1989, p. 12;
42) R.Sermonti: op. cit., p. 69;
43) ibid., p. 70;
44) alla base del corporativismo doveva esserci, in teoria, un libero moto associativo. Osserva però Bottai: “Un’associazione libera e volontariamente costituita non aveva altro mezzo che l’elezione, a difendere la sua libertà e volontà. Elettiva era la via maestra: la si abbandonò, per buttarsi alle scorciatoie delle investiture dall’alto, dietro il partito” (op. cit., p. 50);
45) J.Droz: Storia della Germania – Garzanti, Milano 1955, p. 105;
46) H.Rauschning: op. cit., pp. 172 e 171;
47) B.Rizzi: Il collettivismo burocratico – Sugarco, Milano 1977, pp. 34, 38, 39, 40 e 41;
48) J.O’Connor: op. cit., p. 53;
49) R.Steiner: I punti essenziali della questione sociale, p. 191.

 

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