Articolo del: 30/01/2013

Sezione: Scienza e coscienza
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Massime antroposofiche 137/138/139 – 2°

Questa grandiosa idea del divenire della terra viveva un tempo nell'umanità. Da quello che ancora ne rimane nel medioevo, traspare solo in scarsa misura quella grandiosità. Per poter giungere a tale conoscenza, bisogna risalire con lo sguardo veggente fino a epoche remotissime, perché anche i documenti fisici che abbiamo non rivelano quel che esisteva nelle anime degli uomini, se non a chi sa penetrarli con lo sguardo spirituale” (p. 141).

Abbiamo visto, una sera (lettera 30 novembre 1924), che fine ha fatto il mito di Edipo, una volta caduto nelle mani di Freud.
D’altro canto, una cosa è il mito (che la sa più lunga, come affermato più volte da Steiner, della scienza contemporanea), altra la coscienza del mito.
La coscienza intellettuale, non essendo all’altezza (immaginativa) del mito, non può comprenderlo (così come, lo abbiamo detto, non può comprendere il sogno).
Per comprendere davvero un mito (o un sogno) occorre infatti sviluppare la coscienza immaginativa, nonché, almeno in parte, quella ispirata.
(Chi voglia farsi un’idea del vero significato dei miti legga, di Steiner: Miti e Misteri dell’Egitto [5] e Leggende e misteri antichi, nella loro occulta verità [6].)

Orbene, l’uomo non è in grado di potersi tenere lontano dalla terra quanto lo fa il mondo animale. Nel dire questo, ci accostiamo tanto al mistero del genere umano, quanto a quello del mondo animale. Tali misteri si rispecchiano nel culto degli animali dei popoli antichi, soprattutto degli Egizi. Negli animali si vedevano degli esseri che sono ospiti della terra; esseri nei quali si può osservare l’essere e l’effetto operante del mondo spirituale limitrofo al terrestre. E nell'unione della figura umana con quella animale, che ci si rappresentava in immagini, ci si ponevano dinanzi le figure di quegli esseri elementari intermedi che nel divenire universale sono sì sulla via verso l’umanità, ma che non entrano nell’elemento terrestre per non diventare uomini. Esistevano siffatti esseri intermedi. Raffigurandoli, gli Egizi non facevano altro che esprimere quanto vedevano. Ma quegli esseri non possiedono la piena autocoscienza dell’uomo. Per ottenerla, l’uomo dovette entrare nel mondo terrestre in modo completo, in modo tale da accogliere entro la propria natura qualcosa della natura della terra” (p. 141).

Abbiamo detto che l’anima razionale-affettiva è attenta al concetto, mentre l’anima cosciente è attenta all’oggetto (della percezione sensibile).
Consideriamo, però, che essere attenti all’oggetto vuol dire essere attenti anche al soggetto: non si può avere infatti una piena coscienza del non-ego o dell’altro da sé se non si ha una piena coscienza dell’ego o di sé.
Per poter approdare all’autocoscienza, per poterci cioè conoscere come soggetti abbiamo avuto dunque bisogno di avere di fronte a noi degli oggetti (“Si acquista infatti la coscienza dell’io – dice appunto Steiner - solamente imparando a distinguere se stessi dagli oggetti esteriori”) (7).
Perché questo fosse possibile è stato però necessario che scendessimo fin giù nel corpo fisico, giacché solo a questo livello, non potendosi i corpi compenetrare, si realizza una radicale alterità.
Ecco perché l'anima cosciente è legata al corpo fisico.

L'uomo dovette sottostare al fatto che questo mondo terrestre è l’opera compiuta degli esseri divino-spirituali collegati con l’uomo, ma appunto s o l t a n t o l ‘ o p e r a c o m p i u t a. E poiché è solamente l’opera compiuta, staccata dal suo principio originario, appunto per questo vi hanno accesso le entità luciferiche ed arimaniche” (pp. 141-142).

Potremmo paragonare “l'opera compiuta, staccata dal suo principio originario” a una scultura finita, e per ciò stesso “staccata” dal suo autore. Come a questa hanno accesso i mercanti d’arte, così a quella hanno “accesso le entità luciferiche e arimaniche”.
Abbiamo detto e ripetuto che l’opera compiuta è il cadavere dell’Entità divino-spirituale originaria. Che cosa dice infatti il Vangelo? “Dovunque sarà il cadavere, ivi si raduneranno gli avvoltoi” (Mt 24,28).
E non basta guardarsi oggi intorno per constatare che mai, forse, si sono visti a raduno tanti avvoltoi?

Ne deriva per l'uomo la necessità di fare di quest'opera compiuta, permeata da Lucifero e da Arimane, la dimora di una parte della sua vita, quella terrena.
Questo è ancora possibile, senza che l’elemento umano si stacchi permanentemente dalla sua originaria sfera divino-spirituale, fino a che l’uomo non è ancor giunto allo sviluppo della sua anima razionale o affettiva
[finché non è giunto, cioè, varcando la soglia dall’alto in basso, a dare alla coscienza il supporto del corpo eterico]. Ma giunto qui, ha luogo nell’uomo una corruzione del suo corpo fisico, del suo corpo eterico e del suo corpo astrale. La scienza antica conosceva questa corruzione come qualcosa che vive nell’entità umana. Si sapeva che essa era necessaria perché nell’uomo la coscienza potesse progredire fino all'autocoscienza.
(…)Tuttavia, nelle epoche precedenti lo sviluppo dell’anima razionale o affettiva, l'uomo era ancora talmente unito con le forze della sua primordiale origine divino-spirituale
[ad esempio nell’anima senziente, supportata dal corpo astrale], che queste forze, dalle loro sedi cosmiche, potevano mantenere in equilibrio le forze luciferiche ed arimaniche che in terra si accostavano all’uomo. Allora, da parte dell’umanità, per cooperare a questo equilibrio bastava che nei miti del culto e dei misteri si svolgesse l’immagine dell’entità divino-spirituale che penetra nei regni di Lucifero e di Arimane, e ne risorge vittoriosa. Nei tempi precorrenti il mistero del Golgota si riscontravano quindi, nei culti dei popoli, delle rappresentazioni in immagini di quello che poi diventò realtà nel mistero del Golgota.
Dopo che si fu sviluppata l’anima razionale o affettiva, solo la realtà poté salvaguardare l’entità umana dal distacco dalle sue entità divino-spirituali. Nell’organizzazione dell’anima razionale o affettiva, vivente di elementi terrestri durante la sua esistenza terrestre, il divino doveva penetrare interiormente come entità anche nella sfera terrestre. Ciò avvenne quando il logos divino-spirituale, il Cristo, congiunse con la terra il suo destino cosmico in favore dell’umanità. Proserpina era discesa nella sfera terrestre per liberare il mondo vegetale dal doversi formare di soli elementi terrestri. Questa è la discesa di un’entità divino-spirituale nella natura della terra. Anche Proserpina ha una specie di “risurrezione”, ma annuale, in successioni ritmiche.
Di fronte a questo evento, che si verifica sulla terra quale fatto cosmico, sta la discesa del logos per l’umanità. Proserpina discende per riportare la natura al suo orientamento originario. Questo processo deve avere per fondamento il ritmo, perché il divenire della natura si svolge in ritmi. Il logos discende nell’umanità. Questo avviene una sola volta durante l'evoluzione dell’umanità, perché questa evoluzione è soltanto un anello in un gigantesco ritmo universale nel quale l’umanità, prima di essere umana, era tutt’altra cosa che "umanità", e sarà tutt’altra cosa poi, mentre invece la vita vegetale, come tale, si ripete in ritmi brevi
” (pp. 142-143).

Non so se sapete che al Verano (il cimitero monumentale di Roma) c’è una vecchia tomba sulla quale è scritto (mi pare di averlo già detto): “Noi fummo come voi siete, voi sarete come noi siamo”.
Ebbene, è questo un pensiero che potrebbe essere rivolto dalle entità superiori a quelle immediatamente inferiori, a tutti i livelli della scala gerarchica: dagli Arcangeli, ad esempio, agli Angeli, dagli Angeli agli uomini o dagli uomini a “quegli esseri elementari intermedi che nel divenire universale sono sì sulla via verso l'umanità, ma che non entrano nell’elemento terrestre per non diventare uomini”.
Viene qui fatta però una distinzione tra gli eventi della natura, nella quale Proserpina/Persefone (“discesa nella sfera terrestre per liberare il mondo vegetale dal doversi formare di soli elementi terrestri”) s’incarna e disincarna ritmicamente (come mostra l’avvicendarsi delle stagioni), e il Mistero del Golgota che si verifica una volta sola.
E perché? Perché si tratta di un evento che chiude un intero ciclo dell’evoluzione terrena e cosmica, aprendone al contempo un altro “apocalittico”: rivolto cioè al futuro (dice appunto Steiner: “Quasi come un’ultima conclusione di quanto è stato impresso all’uomo su Saturno, Sole e Luna, si è svolto sulla Terra l’evento del Cristo, che ha dato all’uomo il dono supremo, la facoltà di vivere nella prospettiva dell’avvenire,…” (8).

Per il genere umano, dall’epoca dell’anima cosciente in poi, è una necessità il vedere in questa luce il mistero del Golgota, poiché già nell’epoca dell’anima razionale o affettiva vi sarebbe stato il pericolo del distacco dell'uomo dalla spiritualità, se non fosse avvenuto il mistero del Golgota. Nell’epoca dell’anima cosciente dovrebbe avvenire un totale oscuramento del mondo spirituale per la coscienza dell’uomo, se l’anima cosciente non riuscisse a fortificarsi tanto da poter volgere indietro lo sguardo con comprensione verso la sua origine divina. Se vi riesce, essa trova allora il logos universale, quale entità capace di ricondurla indietro. Essa si compenetra dell’immagina potente che rivela quello che è avvenuto sul Golgota” (p. 143).

Quello che stiamo oggi vivendo e patendo, nella nostra coscienza, è per l’appunto “un totale oscuramento del mondo spirituale”.
“La Luce risplende fra le tenebre, – dice Giovanni - ma le tenebre non l'hanno ricevuta”; e prosegue: “La luce, quella vera, che illumina ogni uomo, veniva nel mondo. Era nel mondo, e il mondo fu creato per mezzo di lui, ma il mondo non lo conobbe. Venne in casa sua e suoi non lo ricevettero. Ma a quanti lo accolsero…” (Gv 1,5 e 9).
Notate questo “accogliere” o recipere, giacché allude al “recipiente” o al Vas al quale ho già fatto cenno.
Come la Vergine “accoglie” il Logos, e come Giovanni “accoglie” la Vergine, così ciascuno di noi è chiamato ad “accogliere”, facendo della propria anima un “calice”, il sangue (l’”Io sono”) del Cristo-Gesù (“Gesù dunque, vedendo sua Madre e lì presente il discepolo che egli amava, disse a sua Madre: “Donna, ecco il tuo figlio”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua Madre”. E da quel momento il discepolo la prese con sé” – Gv 19, 26-27).
Pensate ai rododendri. Sapete che cosa fanno? Fioriscono tra la fine di aprile e i primi di maggio, e subito dopo essere sfioriti formano i nuovi boccioli: questi rimangono nel loro stato per tutto il resto dell’anno e si schiudono solo nella primavera successiva.
Ebbene, l’ego è chiuso in se stesso come questi boccioli, ma attende invano, per schiudersi, la sua primavera, giacché Arimane lo mantiene, congelandolo, nel suo stato di difesa, di paura e di “rattenimento”.
Dice invece la Vergine: “Fiat mihi secundum verbum tuum”. Ciò che importa, infatti, è che sia fatta la volontà di Dio, perché sarà fatta la nostra volontà solo se sarà fatta la Sua (recita il Pater Noster formulato da Steiner, l’ho già ricordato: “La Tua volontà sia da noi attuata quale tu l'hai posta nella nostra intima essenza”).
Fatto si è che la lotta di Michele è in primo luogo una lotta “culturale”. So che questo termine, ormai abusato e logoro, potrebbe generare dei fraintendimenti o degli equivoci “dialettici” (Scaligero); proprio per questo, però, dovremmo impegnarci a restituirgli il suo originario e vero valore.
Come coltiviamo infatti la terra perché ci dia frutto, così dovremmo coltivare la nostra anima perché ci dia, quale frutto, la nostra umanità (“La donna quando dà alla luce, è nel dolore perché è giunta la sua ora; ma quando il bambino è nato, non ricorda più l’angoscia, per la gioia che è venuto al mondo un uomo” – Gv 16,21).
Fatto sta che i mali del nostro tempo derivano anzitutto dal fatto che la cultura è divenuta ormai sterile e impotente, quando non addirittura nociva o tossica (in quanto asservita alla vanità o al potere).
Si organizzano, per dirne solo una, dei “Festival della mente”, ma si sarebbe di certo più sinceri se si organizzassero dei “Festival di chi mente” o dei “Festival della menzogna”, oppure ci si dicesse, come Faust: “Ahimè!, ho studiato, da cima in fondo e con ardente zelo, filosofia e giurisprudenza e medicina e, purtroppo, anche teologia. Eccomi qui, povero pazzo, e ne so quanto prima! Vengo chiamato maestro, anzi dottore e già da dieci anni meno, per il naso, in su ed in giù, in qua ed in là, i miei scolari” (9).
Nel settembre del 1973, Aleksandr Solženicyn indirizzò ai dirigenti dell’allora Unione Sovietica una lettera aperta, intitolata appunto: Vivere senza menzogna (10); e Steiner afferma: “Oggi siamo in opposizione al nostro tempo, se vogliamo porci al servizio della verità spirituale; è necessario ricordarlo per vedere chiaro come dobbiamo atteggiarci nei nostri cuori, se vogliamo concorrere a portare il messaggio spirituale e a rappresentare la nuova vita spirituale, necessaria all’umanità” (11).
Dobbiamo dunque impegnarci a liberare noi stessi e il mondo dalla menzogna, così “da poter volgere indietro lo sguardo con comprensione” verso la nostra “origine divina”.
Ricordiamoci che questa lettera è dedicata ai “pensieri di Natale” e al “mistero del Logos”. “Volgere indietro lo sguardo con comprensione” vuol dire “ricordare”, e sappiamo che Steiner chiama il Natale la “festa del ricordo”: del ricordo di quella nostra “origine divina” (ex Deo nascimur) che viene sistematicamente oscurato e cancellato, ad esempio, dal darwinismo e dall’evoluzionismo materialistici.
Teniamolo sempre presente: chi vuol sapere dove deve andare, deve sapere da dove viene.
Per questo, le entità arimaniche ci indicano non dove dobbiamo andare, ma la nostra provenienza dall’animalità. Ben sanno, infatti, ch’è sufficiente alterare la coscienza del nostro passato per alterare quella del nostro futuro, e raggiungere così lo scopo (dis-umano o in-umano) che si prefiggono.
E come alterano la coscienza del nostro passato? Insegnando, ad esempio (come si fa oggi), che l’uomo è un “incidente congelato” dell’evoluzione, uno “psicozoo” o uno “scimmione intelligente”, e che la cosiddetta “anima” non è che il riflesso della vita del corpo (un suo “epifenomeno”).
Sapete, in definitiva, qual è il guaio? E’ che oggi, incontro ai dati forniti da strumenti di rilevazione sempre più evoluti e raffinati, viene portato un pensiero sempre meno evoluto e raffinato, e per ciò stesso incapace di metterli in giusto rapporto tra loro.
E’ per questo, come sottolineato più volte da Steiner, che la scienza dello spirito può trovarsi in contraddizione con le “teorie” elaborate dagli scienziati, ma mai con i “dati” o con i “fatti” che risultano dalle loro osservazioni e ricerche.
Ma torniamo al Mistero del Golgota.
Sapete che un ciclo di conferenze di Steiner è intitolato: Da Gesù a Cristo (12). La nostra via (di conoscenza), non va però “da Gesù a Cristo”, bensì, come quella di Paolo, “da Cristo a Gesù”. Paolo, infatti, prima ha incontrato il Cristo (quale entità spirituale) e poi ha riconosciuto Gesù (quale personalità storica).
Anche noi, dunque, per riconoscere Gesù, dovremmo incontrare prima il Cristo. Ma come? A questo interrogativo, Steiner risponde non solo con il ciclo di conferenze dal titolo: Come ritrovare il Cristo? (13), ma con tutto il suo insegnamento.
Mi limiterò perciò a fare due brevissime considerazioni.
La prima è questa: sappiamo che ogni animale è “un esemplare della specie” (di un Io collettivo che risiede nel mondo astrale), mentre “ogni uomo è una specie a sé” (un Io individuale) (14), i cui esemplari sono le diverse personalità storiche in cui s’incarna nel corso delle sue ripetute vite terrene.
Ma sappiamo anche che la “specie” è subordinata al “genere”, e che dobbiamo perciò porre, “al di sopra” di ogni uomo (quale “specie a sé”), il “genere umano”.
Bene, e chi è questo “genere umano” (quel genere ch’è “immutato - come osserva Hegel - nelle sue specie”, giacché “le specie non son diverse dall’universale, ma soltanto fra loro” (15)? E’ il Cristo, il Logos o l’”l’Io sono”, che Steiner chiama, proprio per questo, il “Rappresentante dell'umanità”.
Ciò vuol dire che, in virtù della presenza dell’Io, ci è dato avere (sul piano fisico-corporeo) coscienza (rappresentativa) di noi stessi quali “ego”, mentre in virtù della presenza del Cristo (nell’Io), ci è dato avere coscienza (intuitiva) di noi stessi quali “Io spirituali”: ossia quali realmente siamo, e quali continueremo coscientemente a essere dopo la morte (spiega infatti Steiner: “Possiamo avere questa sensazione solo se varchiamo nel modo giusto la soglia della morte, accompagnati cioè dal sentimento: “Siamo morti nel Cristo” [in Christo morimur]. Questo essere collegati al Cristo ci dà la possibilità di guardare nel mondo spirituale, in un certo senso, anche con l’occhio animico del Cristo, di vedere noi stessi come un essere-io tra gli altri esseri spirituali”) (16).
Come vedete, meditando sulla natura dell’autocoscienza spirituale, tanto da arrivare a scovarne la radice (ossia l’Essere che ci fa in questo caso da “specchio”), si scopre la presenza (in noi) del Cristo (dell’”Io sono” divino), e si riconosce allora, al pari di Paolo (ma sul piano dell’anima cosciente), la realtà di Gesù.
La seconda è questa: abbiamo visto che la scienza comincia con l’essere scienza del mondo inorganico. Ma che cosa c'è nell'uomo di così vivo da permettergli di conoscere ciò ch’è morto? Se fossimo morti, se fossimo cioè solo opera compiuta, come lo è il mondo inorganico, tale conoscenza ci sarebbe ovviamente impossibile. Evidentemente c'è qualcosa, in noi, ch’è al di sopra di questo livello.
Che cosa insegna, infatti, il cosiddetto “principio pedagogico fondamentale” indicato da Steiner? Che per agire sul corpo fisico si deve muovere dal corpo eterico; che per agire sul corpo eterico si deve muovere dal corpo astrale; che per agire sul corpo astrale si deve muovere dall’Io.
Per conoscere il mondo fisico (morto), dobbiamo quindi muovere dal mondo eterico (vivo), ossia da quel mondo che, essendo stato ri-vivificato dal Cristo (dal Cristo eterico), ci dà la facoltà (mediante lo Spirito Santo) d’illuminare con la luce del pensiero le tenebre della percezione (sensibile).
Voglio aggiungere ancora una cosa. Ho cominciato a leggere, in questi giorni, Economia spirituale e reincarnazione di Steiner (17). Sapete che cosa vi si dice? Che il nostro tempo ricorda, in qualche modo, quello dell’ultimo periodo dell’Atlantide, quello precedente, cioè, il cosiddetto “diluvio universale”.
C’erano allora le sedi dei misteri, ch’erano insieme scuole e luoghi di culto, e le “figure oracolari”, così le chiama Steiner, dei grandi maestri. Queste, in quanto dotate di un elevato grado di veggenza, venivano riconosciute e onorate come “guide”, mentre poco o niente venivano considerati quelli che non solo non possedevano quasi più la veggenza, ma cominciavano anche a sviluppare l’intellettualità.
Ma che cosa successe quando ci fu la catastrofe atlantica? Che la grande guida dell'”Oracolo solare” (dell’Oracolo del Cristo), detta il “Manu”, per fondare la prima civiltà post-atlantica, scelse e portò con sé i secondi, e non i primi.
(“I compagni dell’iniziato del Cristo erano uomini d’intelletto molto sviluppato, ma che avevano meno esperienza nel campo soprasensibile di tutti gli altri uomini di quel periodo. L’iniziato che li guidava emigrò con essi dall’occidente all’oriente, in una contrada dell’interno dell’Asia. Egli voleva per quanto possibile preservarli dal contatto con gli uomini meno progrediti nello sviluppo della coscienza” [18].)
Ebbene, al posto delle sedi dei misteri, abbiamo oggi le Università, al posto delle “figure oracolari” abbiamo gli intellettuali o i maìtres à penser, e al posto dei “paria” abbiamo coloro che cercano, come noi, di muovere verso il futuro (verso l’umano), cominciando con lo sviluppare, al di là di quella intellettuale, la coscienza immaginativa.
Mi disse una volta Scaligero: “In tempi di diluvio, bisogna costruire l'arca”; si riferiva ovviamente a un’arca interiore: ossia a un’arca animica atta a custodire i germi di un mondo futuro.
Non preoccupiamoci, dunque, delle critiche o delle beffe degli odierni “Soloni”; cerchiamo piuttosto di farci forti della nostra persuasione e della nostra esperienza, ch’è esperienza non solo della testa, ma anche dell’anima e del cuore.
Ascoltate queste parole di Steiner: “ Non si rinunci al dramma della conoscenza / in favore di una grammatica della conoscenza; / né sia d’ostacolo il timore di precipitare nell’abisso / dell’isolamento individuale, poiché da questo abisso / si riemerge in compagnia di numerosi spiriti / con i quali si sente d’essere apparentati; / …” (19).
Abbiatevi a “pigliare questa generalità” (così si esprime il “Frate” ne La Mandragola di Machiavelli): oggigiorno si parla e si discute di tutto, ma non si è persuasi di niente.
La “persuasione” (così come l’intendeva ad esempio Michelstaedter) (20) è forte quanto la “fede”, ma viene raggiunta attraverso la conoscenza.

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Lucio Russo
 
Rudolf Steiner