Articolo del: 10/09/2013

Sezione: Scienza e coscienza
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Massime antroposofiche 162/163/164 - 2°

Anche qui l’anima dipinge, ma ora dipinge il passato che vive nella propria interiorità umana. Anche durante questo dipingere non deve formarsi nella coscienza alcuna realtà durevole, ma soltanto una immagine che sorge e svanisce.
Così nell’anima umana si collegano il rappresentare percepiente e il ricordare.
Ma le forze della memoria tendono incessantemente ad essere più di quanto possano se l’uomo, come essere autocosciente, non deve perdere se stesso.
Nel divenire umano le forze della memoria sono infatti residui del passato, e come tali appartengono al dominio di Lucifero. Questi tende a condensare nell’essere umano le impressioni del mondo esterno, in modo che esse continuamente splendano come rappresentazioni nella coscienza.
Tale tendenza di Lucifero sarebbe coronata da successo, se non le si contrapponesse la forza di Michele. Essa non permette che ciò che viene dipinto nella luce interiore si irrigidisca a sostanzialità di essere, ma lo mantiene nell’immagine che sorge e svanisce
” (pp. 188-189).

Abbiamo visto che Lucifero vorrebbe trattenerci nel passato (“Il ricordo – dice Johann Paul [1763-1825] – è l’unico paradiso dal quale non possiamo venire cacciati”). Per la coscienza immaginativa (michaelita), rivolta al futuro, l’immaginare di Lucifero è dunque un ostacolo.
Dice Steiner: “Essa [la forza di Michele] non permette che ciò che viene dipinto nella luce interiore si irrigidisca a sostanzialità di essere, ma lo mantiene nell’immagine che sorge e svanisce”.
Che cosa significa? Significa che la forza di Michele mantiene “ciò che viene dipinto nella luce interiore” (l’immagine mnemonica, legata al passato) allo stato di un non-essere “che sorge e svanisce”.
Immaginiamo, ad esempio, di “andare - come si dice - in collera”. Ebbene, quando siamo “in collera”, siamo tutt’uno con la collera, siamo tutt’uno, cioè, con un essere e con una forza che, impadronendosi di noi, usurpa il ruolo dell’Io.
Ciò dimostra che l’autocoscienza ordinaria, incontrando l’essere (sia esso quello della collera o di qualsiasi altra realtà interiore o esteriore), può venire sopraffatta.
Che cosa accadrebbe, dunque, se la nostra coscienza del “ricordo in sé” (l’immagine mnemonica) fosse un essere anziché un non-essere? E’ presto detto: che verremmo a tal punto sopraffatti dal passato da non poter più portare avanti la nostra evoluzione, procedendo verso la nostra meta: ossia, verso la piena umanità (l’“Ecce Homo”).
Per questo Michele fa sì che nella coscienza penetri non l’essere del ricordo (il “ricordo in sé”), ma il suo non-essere (l’immagine del “ricordo in sé”) che non costringe, poiché è dotato di forma, ma non di forza.
In che cosa consiste dunque la nostra libertà (“da”)? Nel vivere, con la coscienza ordinaria, nella sfera del non-essere, e non in quella dell’essere.
Ascoltate quanto dice Paolo Flores d’Arcais, in questo libro: “Se l’Essere è, l’etica si spegne in obbedienza. Si tratta solo di ri-conoscere la necessità. La libertà diventa solo libertà di piegarsi. Non c’è scampo: il cosmo dell’Essere risuona solo di un immane, corale, ininterrotto, ineludibile Sì” (9).
Com’è vero, però, che se c’è l’essere, c’è la necessità, così è vero che se c’è la libertà (il No, di cui parla, come abbiamo visto, Bertrando Spaventa – lettera 25 gennaio 1925), c’è il non-essere.
Lo abbiamo detto e ripetuto: gli animali, le piante e i minerali non sono liberi proprio perché sono esseri. Per loro l’essere è un dover-essere, ossia un poter essere solo quel che si è. Noi, invece, per essere “uomini”, e non, come dice Schiller, “barbari” o “selvaggi”, dobbiamo lottare, impegnando tutti noi stessi.
Che cosa vorrebbe dunque Lucifero? Vorrebbe portare il non-essere del presente verso l’essere del passato, e non verso quello del futuro.
Potremmo perfino dire, volendo, che il non-essere rappresenta un’occasione per tutti: per l’uomo, quella della libertà (“da”); per gli ostacolatori, quella di asservire l’uomo ai loro fini (dis-umani o in-umani); per Michele, quella di esortare l’uomo a colmare, in libertà, il non-essere con l’essere del Cristo, e non, come vorrebbe Arimane, con l’essere del cervello, del corpo o della materia, né, come vorrebbe Lucifero, con l’essere particolare dell’anima (del sentire), anziché con quello universale dello spirito (del pensare o del conoscere).

La forza eccedente, che per opera di Lucifero urge dall’interiorità umana, nell’epoca di Michele verrà trasformata in forza immaginativa perché a poco a poco, nella generale coscienza umana intellettuale, penetrerà la forza dell’immaginazione. Con questo però l’uomo non caricherà di una realtà duratura la sua coscienza del momento; questa rimarrà attiva in immagini che sorgono e svaniscono. Ma con le sue immaginazioni l’uomo si eleva ad un mondo spirituale superiore, come con i suoi ricordi si immerge nella propria entità umana. Egli non trattiene le sue immaginazioni dentro di sé; esse sono iscritte nell’essere del cosmo; e da questo l’uomo può sempre di nuovo dipingersele nella vita rappresentativa di immagini” (p. 189).

Grazie a Michele, avremo delle immaginazioni (“che sorgono e svaniscono”) il cui contenuto verrà attinto non dalla sfera personale, che ci parla solo del passato o di ciò ch’è stato e siamo stati, bensì dalla sfera cosmica, che ci parlerà anche del futuro o di ciò che sarà e saremo, se lo vorremo.
Miguel De Unamuno (1864-1936), ad esempio, afferma che il vero essere (dell’uomo) è appunto un voler essere: ossia, diciamo noi, un divenire.
L’esperienza immaginativa potrà dunque riferirsi, sia a ciò ch’è stato, sia a ciò che sarà, solo però se trasformeremo il dover-essere (della natura) e il non-essere (dell’ordinario intelletto) nel voler-essere dello spirito (vivente).
Quando saremo capaci di immaginazioni rivolte al futuro, non cesseremo quindi di ricordare. Lucifero continuerà infatti a gestire il passato, ma non potrà più utilizzare “la forza eccedente” che “urge dall’interiorità umana” per farci voltare le spalle al futuro, inducendoci a riposare sugli allori, a cullarci nei ricordi o a fare del passato il garante del presente, come avviene, ad esempio, quando ci si attiene alla tradizione o quando si crede che il lustro della genealogia o della stirpe certifichi il valore dell’individuo.
Dice Steiner: “Con le sue immaginazioni l’uomo si eleva ad un mondo spirituale superiore, come con i suoi ricordi si immerge nella propria entità umana. Egli non trattiene le sue immaginazioni dentro di sé; esse sono iscritte nell’essere del cosmo; e da questo l’uomo può sempre di nuovo dipingersele nella vita rappresentativa di immagini”.
Come con i ricordi (con le nostre immagini mnemoniche) ci immergiamo nella sfera individuale (soggettiva), così con le immaginazioni ci eleviamo alla sfera universale (spirituale).
Prendete, per dirne una, l’idea della triarticolazione dell’organismo sociale: non è (come molti credono) un’invenzione, un’opinione o una brillante idea di Steiner, bensì l’espressione immaginativa di un’oggettiva necessità della nostra evoluzione culturale, politica ed economica.
“Quando si parla di immaginazione, - dice infatti - non bisogna pensare a qualcosa di nebuloso e mistico al quale si arrivi ponendo nell’anima qualche cosa di oscuramente vivente in luogo del chiaro e avveduto intelletto, ma bisogna pensare a qualcosa che inizia da un uso completo e globale dell’avveduta conoscenza intellettiva, peraltro ulteriormente sviluppata mediante il potenziamento delle forze nascoste dell’anima, nel senso di un’attività dell’anima stessa che non viva nei concetti abituali, ma che viva in un primo tempo in un elemento immaginativo e che poi, nell’ulteriore sviluppo della sua attività, debba estrinsecarsi in concetti altrettanto chiari quanto quelli della stessa coscienza intellettiva” (10).

Viene così accolto dal mondo dello spirito ciò che Michele preserva dall’irrigidirsi nell’interiorità umana. Quello che l’uomo sperimenta della forza dell’immaginazione cosciente diviene al tempo stesso contenuto del mondo [oggettivo] . La possibilità che ciò avvenga è un risultato del mistero del Golgota. La forza del Cristo imprime nel cosmo l’immaginazione umana. La forza del Cristo che è collegata con la terra. Fino a quando essa non era collegata con la terra, ma agiva sulla terra dal di fuori come forza solare, tutte le forze di crescenza e tutti gli impulsi vitali scendevano nell’interiorità dell’uomo. Per loro mezzo l’uomo veniva configurato e mantenuto dal cosmo. Da che l’impulso-Cristo vive con la terra, l’uomo viene nuovamente restituito al cosmo nella sua entità autocosciente” (p. 189).

Abbiamo visto che il Cristo, in quanto fattosi “carne”, e quindi Spirito della Terra, agisce nella sfera eterico-fisica, e che, da questa, imprime all’evoluzione un impulso volto a creare, a partire appunto dalla Terra (in qualità di microcosmo o di germe), un nuovo macrocosmo.
“La forza del Cristo - dice Steiner - imprime nel cosmo l’immaginazione umana”. Ciò presuppone, quindi, che l’uomo abbia sviluppato la coscienza immaginativa, accogliendo nella sfera animico-spirituale, cosciente, l’impulso attivo nella sfera eterico-fisica, incosciente.
Solo così, infatti, le immaginazioni umane possono essere impresse, dal Cristo, nel cosmo.

L’uomo, da essere cosmico, è divenuto essere terrestre; egli ha la disposizione a ridiventare un essere cosmico, dopo essere diventato “se stesso” quale entità terrestre” (pp. 189-190).

L’abbiamo detto: il cosmo si è fatto (contraendosi) Terra, perché la Terra si faccia (espandendosi) cosmo; Dio si è fatto uomo, perché l’uomo si faccia Dio; l’uomo, da essere cosmico, si è fatto essere terrestre (ego), perché l’essere terrestre si faccia essere cosmico (Io).
Ma abbiamo anche detto che tutto ciò dobbiamo volerlo, poiché si tratta di processi che, non scendendo più “dal di fuori” nell’interiorità dell’uomo, possono raggiungere la loro meta solo con l’attiva e fervida partecipazione della nostra anima e della nostra coscienza (“Seppure Cristo – scrive Angelo Silesio – nasca mille volte a Betlemme ma non in te, tu resti perduto per l’eternità”) (11).

Nel fatto che l’uomo, nel suo rappresentare momentaneo, non vive nell’essere, ma soltanto in un riflesso dell’essere, in un essere-immagine, sta la possibilità dello svolgersi della libertà. È costrizione tutto ciò che nella coscienza è essere. Solo l’immagine non può costringere. Se, per sua impressione, qualcosa ha da accadere, deve accadere del tutto indipendentemente dall’immagine. L’uomo diventa libero per il fatto di sollevarsi con la sua anima cosciente fuori dall’essere, e di comparire nell’essere-immagine, privo di essere” (p. 190).

Questa è la chiave dell’antropologia antroposofica: ossia della sola antropologia che rende oggi giustizia, per dirla con Pico della Mirandola, alla “dignità dell’uomo”.
Sapete, infatti, che l’uomo, per gli attuali rappresentanti della scienza materialistica, quando non è una “macchina” (12), è allora il casuale prodotto di un “incidente congelato” dell’evoluzione, uno “psicozoo” (13), uno “scimmione intelligente” o uno “scimmione giocherellone” (14), oppure, come mi è capitato di leggere nel volantino pubblicitario di un’associazione vegetariana, un “animale erbivoro”.
Non abbiamo bisogno, però, di un’antropologia fatta (inconsciamente) dal minerale, dal vegetale o dall’animale ch’è in noi, ma di un’antropologia fatta (coscientemente) dall’umano ch’è in noi.
Ricordate quel passo in cui Bertrando Spaventa si interroga, in modo sofferto, sul e sul No, sull’essere e sul non-essere? Ebbene, è così che si scrive quando si ricerca la verità con tutto il cuore o con tutta l’anima.
Certo, Spaventa la ricerca da filosofo, mentre Steiner la ricerca da scienziato dello spirito; il che esige una partecipazione ancora più profonda del cuore e dell’anima (dice Schelling, pensando alla possibilità di tracciare “una nuova via per lo spirito umano”: “E’ difficile resistere all’entusiasmo quando si ha in mente questo grande pensiero” [15]; e Steiner stesso, riferendosi a L’iniziazione, confessa: “Ho scritto questo libro con il sangue della mia anima”) (16).
Ripeto: per poter essere liberi bisogna liberarsi dall’essere. Gli animali, ad esempio, sono soggetti all’essere della loro specie: a una specie ch’è per loro un dover-essere. Solo all’uomo è concesso di non dover-essere uomo, ma di poterlo voler-essere, in virtù della propria coscienza e della propria libertà.
Ma può anche non volerlo, e diventare allora una “bestia”. Non può infatti diventare un animale, ma può “imbestialirsi”, non può diventare un vegetale, ma può “vegetare”, non può diventare un minerale, ma può “irrigidirsi” (arrivando così ad avere un “cuore di pietra” o a essere, come si dice a Roma, “de coccio”).
Morale della favola: possiamo soltanto diventare “uomini” o “non-uomini”, il resto è fuffa.

Qui sorge un importante quesito: “L’uomo non perde forse l’essere, se con una parte della propria entità lo abbandona e si precipita nel non-essere?” ” (p. 190).

Il quesito, in altre parole, è questo: se i minerali, i vegetali e gli animali sono nell’essere, mentre noi siamo nel non-essere, non corriamo il rischio di precipitare dal non-essere nel nulla? Sì, lo corriamo (come dimostrano i cosiddetti “nihilisti”); per evitarlo, non possiamo far altro, però, che andare dal non-essere all’essere, o, per meglio dire, allo spirito (cioè all’essere autocosciente), intraprendendo il cammino indicato dalla scienza dello spirito: ossia, la via di Michele.

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Lucio Russo
 
Rudolf Steiner