Articolo del: 30/12/2013

Sezione: Scienza e coscienza
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Massime antroposofiche 174/175/176 - 2°

L’uomo trasporta dallo stato di sonno a quello di veglia questo processo, con i suoi effetti postumi. Tali effetti permangono allo stato di sonno, poiché l’uomo è sveglio solamente nella vita che è rivolta alla sfera del pensiero. Quello che avviene propriamente nella sfera della sua volontà, anche durante la veglia, è ravvolto in un’ottusità pari a quella nella quale è immersa tutta la vita animica durante il sonno. Ma nella vita volitiva dormiente il divino-spirituale continua ad operare durante lo stato di veglia. L’uomo è moralmente tanto buono o tanto cattivo, quanto può esserlo a seconda della vicinanza che nel sonno egli ha con gli esseri divino-spirituali. E se ne avvicina più o meno a seconda di come moralmente sono state le sue vite terrene precedenti” (pp. 208-209).

Le entità divino-spirituali che incontriamo durante lo stato di sonno, quando l’Io e il corpo astrale sono separati dal corpo eterico e dal corpo fisico, operano anche durante lo stato di veglia, nella sfera incosciente della volontà.
Dice Steiner: “L’uomo è moralmente tanto buono o tanto cattivo, quanto può esserlo a seconda della vicinanza che nel sonno egli ha con gli esseri divino-spirituali”.
In breve: “Dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei”. Dal momento che i pensieri sono esseri divino-spirituali, coltivare cattivi pensieri è come coltivare cattive amicizie: è una questione di affinità. Se non ci rendiamo degni di avvicinare le entità positive, ci si avvicinano quelle negative. Anche gli esseri divino-spirituali hanno un loro habitat: ci sono ambienti “psichici” che favoriscono l’attecchimento di quelli negativi, e ambienti “animici” che li tengono viceversa lontani.
Dovremmo dunque aver cura della nostra anima, così che le entità positive possano trovarvisi a loro agio e quelle negative a disagio. Insomma, più trascuriamo il corpo astrale e più questo attira i parassiti; più lo curiamo (mediante lo studio e la disciplina interiore) e più questo attira gli Angeli.
E’ anche questo lo scopo della catarsi o della purificazione del corpo astrale descritta nell’Iniziazione.
Rileggiamo: “L’uomo è moralmente tanto buono o tanto cattivo, quanto può esserlo a seconda della vicinanza che nel sonno egli ha con gli esseri divino-spirituali”.
Non facciamoci però ingannare dai sogni, perché può anche darsi che un santo ne abbia di brutti e un malvivente di belli.
Dal momento, tuttavia, che Dio “rimprovera - come afferma la Bibbia - quello che ama” (Pro 3,12), un malvivente che avesse bei sogni e dormisse sonni tranquilli dovrebbe preoccuparsi più di quanti, santi o meno, hanno invece degli incubi.

Dalle profondità dell’essere animico sveglio risuona ciò che durante il sonno, in comunione con il mondo divino-spirituale, si è potuto innestare nell’essere animico stesso. Ciò che così risuona dal profondo è la voce della coscienza” (p. 209).

Ripensiamo, ancora una volta, ai primi versi dell’inno dantesco alla Vergine: “Vergine madre, figlia del tuo figlio, / umile e alta più che creatura, / termine fisso d’etterno consiglio / …”.
“Termine fisso d’etterno consiglio”: è questa la vera “voce della coscienza” (la vera ispirazione).
Ricordate che cosa dissi quando studiammo La filosofia della libertà? Dissi, rifacendomi al titolo di una commedia di Eduardo, che la voce della coscienza è una voce “di dentro”, ma che non tutte le voci “di dentro” sono voci della coscienza.
“Di dentro”, infatti, parla Ave (Maria), la voce della coscienza (della “gloriosa donna de la mente”), ma “di dentro” parla anche Eva, la voce dell’incoscienza (“Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo” – Mc 7,15). A noi il compito d’imparare a distinguere l’una dall’altra, con l’aiuto di Michele.
Non dimentichiamolo mai: nessuno può andare al Padre, se non attraverso il Figlio; nessuno può andare al Figlio, se non attraverso lo Spirito Santo; nessuno può andare allo Spirito Santo, se non attraverso la Vergine-Sophia; nessuno può andare alla Vergine-Sophia, se non attraverso Michele.

Si mostra così come il processo, che la concezione materialistica del mondo inclina a spiegare soltanto dal lato naturale, risulta invece un fenomeno morale alla luce della conoscenza dello spirito.
Nella memoria opera in modo immediato nell’uomo sveglio l’essere divino-spirituale; nella coscienza morale quell’essere medesimo opera nell’uomo sveglio in modo mediato, cioè quale effetto postumo.
La formazione della memoria avviene nell’organizzazione nervo-sensoria; la formazione della coscienza morale si svolge come processo puramente animico-spirituale, ma nell’organizzazione del ricambio e delle membra
” (p. 209).

Abbiamo visto che una cosa è la forza della memoria (quale “facoltà”), altra il contenuto della memoria (il “ricordo in sé”), e altra ancora la forma della memoria (l’immagine mnemonica).
Nella “forza” della memoria dell’uomo sveglio è attivo, in modo immediato, l’essere divino-spirituale, mentre nella “formazione della memoria”, cioè nella formazione dell’immagine mnemonica (lettera 22 febbraio 1925), è attiva, in modo mediato, l’organizzazione neuro-sensoriale.
Dice Steiner: “Nella coscienza morale quell’essere medesimo opera nell’uomo sveglio in modo mediato, cioè quale effetto postumo”. Perché “postumo”? Perché il tipo o il grado di coscienza che abbiamo di quell’essere è frutto delle nostre precedenti vite terrene (del nostro karma).
“Nello stato di sonno - abbiamo infatti letto all’inizio di questa lettera – l’uomo è abbandonato al cosmo. Egli porta incontro al cosmo ciò che, nel discendere dal mondo spirituale-animico entro il mondo terrestre, egli ha in sé come risultato delle sue vite terrene precedenti”.
Ho detto, poco fa, che la voce della coscienza è una voce “di dentro”, ma che non essendo tutte le voci “di dentro” voci della coscienza, abbiamo il compito d’imparare a distinguerle.
Poiché tanto la voce della coscienza quanto quelle dell’incoscienza provengono dall’inconscio, abbiamo bisogno di una scienza che ci permetta di discernere gli spiriti, evitandoci così di prendere fischi per fiaschi: di scambiare, cioè, le forze negative per quelle positive, e viceversa.
Solo un pensiero e una coscienza capaci di mantenersi desti allorché varchiamo la soglia che divide la veglia (il conscio) dal sonno (dall’inconscio) possono evitarci di correre tale rischio.
Abbiamo detto e ridetto che la matematica, in quanto astratta, non ha alcun peso o spessore morale. Pensate, ad esempio, alla tavola pitagorica: è un capolavoro di chiarezza, d’ordine e di armonia (“La matematica può darci almeno un’idea di quel sentimento di superba chiarezza, di luminoso nitore, ch’è possibile trarre dal mondo concettuale”) (9). Nelle sfere del sentire e del volere non regnano però chiarezza, ordine e armonia, bensì oscurità, disordine e contrasti.
Al di là del confine che divide la sfera neuro-sensoriale dalla sfera ritmica e da quella metabolica possiamo perciò confondere il bene col male.
Come imparare dunque a distinguerli? Lo abbiamo detto: seguendo la via della conoscenza e risalendo così, grado a grado, quella “scala santa” che porta, attraverso Michele, alla Vergine-Sophia, poi allo Spirito Santo, poi ancora al Figlio e infine al Padre.
Solo lo Spirito Santo può permetterci infatti di distinguere, nella sfera del sentire, ciò che proviene dal Figlio da ciò che proviene da Lucifero, e solo il Figlio può permetterci di distinguere, nella sfera del volere, ciò che proviene dal Padre da ciò che proviene da Arimane.

Domanda: Non ti sembra che l’odierna e incessante esortazione a “essere noi stessi”, rivoltaci perfino dalla pubblicità, risulti, in questa luce, grottesca?
Risposta: Nel caso della pubblicità, avresti potuto anche dire “infera”, giacché ci esorta a comprare una cosa piuttosto che un’altra, per “essere” mediante l’“avere” (“Io valgo!”).
Fatto si è che l’Io c’è e opera. Quella che non c’è e non opera è invece la coscienza dell’Io. Dobbiamo dunque partire dall’ordinaria coscienza dell’Io quale “ego” per arrivare, passo dopo passo, alla coscienza dell’Io quale “Io o Sé spirituale”.
Tieni presente, peraltro, che più si sviluppa l’autocoscienza, più si diventa consapevoli e partecipi della realtà e dell’attività dell’Io, e meno si ha voglia di chiacchierare o discutere (scrive Paolo: “Accogliete colui che è ancora debole nella fede, e non discutete sulle opinioni” – Rm 14,1).
Te lo dico perché oggi, trovandoci quasi sempre alle prese con un intellettualismo che ama perversamente e sterilmente argomentare, ma non concludere (tant’è che discetta di tutto, ma non è persuaso di niente), dobbiamo non solo aprirci il varco in un’intricata foresta di menzogne, d’inganni e di illusioni, ma anche imparare a badare non tanto ai pensieri che vengono espressi, quanto piuttosto a ciò che si manifesta attraverso quei pensieri.
(A chi ritenesse eccessivo parlare dell’intellettualismo come di una “perversione” dell’intelletto, consiglierei di leggere un breve saggio di Franz von Baader [1765-1841], intitolato: Sull’analogia dell’istinto di conoscere e dell’istinto di generare [10].)
Dostoevskij ha detto, come sai: “Se Dio non esiste, tutto è permesso”. Se Dio non esiste, se non esistono, cioè, la verità, la bellezza e la moralità, tutto in effetti è permesso, perché tutto è allora vero, bello e buono. Ma se Dio esiste, se esistono, cioè, la verità, la bellezza e il bene, non tutto è permesso, e si è chiamati allora a cercare la verità per riconoscere il falso, il bello per riconoscere il brutto e il bene per riconoscere il male (“essendo il tentatore illusione e inganno, dai quali Tu ci liberi grazie alla luce della conoscenza di Te”).
Tieni conto, infine, che l’intellettualismo si emancipa dalla moralità legata alla legge o alla tradizione (propria dell’intelletto), ma, non approdando a una nuova e più alta moralità, cade nel baratro del relativismo, dell’indifferenza o del vuoto morale.
Ascolta, a proposito dell’amare “l’argomentare, ma non il concludere”, questa favola di Esopo: “Un cacciatore, che seguiva la pista di un leone, chiese a un taglialegna se ne avesse visto le tracce e se ne conoscesse la tana. “Posso mostrarti addirittura il leone in persona!” rispose l’interpellato. Ma il cacciatore, pallido per la paura e battendo i denti, ribatté: “Sto cercando solo la traccia, io, mica il leone!” (11).

Domanda: Il sogno è voce della coscienza morale?
Risposta: Spesso, sì. In un capitolo di Metamorfosi della vita dell’anima (12), Steiner spiega che l’uomo, un tempo, sperimentava la coscienza morale in modo esteriore, e non, come noi, in modo interiore. Ad esempio, quella che un tempo era l’esperienza esteriore delle Erinni o delle Furie si è trasformata, per noi, nell’esperienza interiore del rimorso.
E’ quando l’esperienza della realtà spirituale si fa interiore che nasce la voce della coscienza. Quella che si fa sentire nel sogno è la voce della coscienza degli Dèi, mentre quella che si fa sentire nella veglia è la voce della nostra coscienza.
Come l’uomo, dunque, “è moralmente tanto buono o tanto cattivo, quanto può esserlo a seconda della vicinanza che nel sonno egli ha con gli esseri divino-spirituali”, così la voce della nostra coscienza è moralmente tanto buona o tanto cattiva, a seconda del grado di sintonia in cui sta con quella degli Dèi.

Fra le due sta l’organizzazione ritmica. Essa, nella sua attività, è sviluppata verso due lati, polarmente opposti. Come ritmo del respiro è in intima relazione con la percezione dei sensi e col pensare. Nel respiro dei polmoni il processo è allo stadio più grossolano; ma si affina e, come respiro così affinato, diventa percezione sensoria e pensiero. La percezione dei sensi è ancora vicinissima al respiro, ma è un respiro attraverso gli organi dei sensi, non attraverso i polmoni. Già più lontano dalla respirazione polmonare e sorretto dall’organizzazione del pensiero, è il rappresentare, il pensare; ciò che già confina col ritmo della circolazione sanguigna e che è già un respirare interiore, collegato con l’organizzazione delle membra e del ricambio, si manifesta nell’attività della fantasia.
Questa attività giunge animicamente alla sfera della volontà, come il ritmo della circolazione giunge all’organizzazione del ricambio e delle membra.
Nell’attività della fantasia l’organizzazione del pensiero tende ad accostarsi all’organizzazione della volontà. È un immergersi dell’uomo nella sua sfera di volontà, dormiente durante lo stato di veglia
” (pp. 209-210).

Non dovremmo dimenticare che, parlando della sfera mediana o ritmica, parliamo di due ritmi: del ritmo respiratorio e di quello cardiaco.
Pensate ai quattro temperamenti: il temperamento melanconico (terra) e quello collerico (fuoco) sono legati, rispettivamente, alla sfera cefalica e a quella metabolica, mentre il temperamento sanguigno (aria) e quello flemmatico (acqua) sono appunto legati, nell’ordine, al ritmo della respirazione e a quello della circolazione.
Ma c’è di più. Che cosa facciamo, in realtà, alimentandoci? Detto in soldoni: introduciamo nel nostro organismo parti del mondo esterno. E che cosa fa il nostro organismo? Prende subito a digerirle per assimilare (rendere simile a sé) ciò che va assimilato ed eliminare ciò che va eliminato.
Ebbene, quanto avviene sul piano metabolico avviene anche su quello respiratorio: anche qui, infatti, introduciamo nel nostro organismo l’aria esterna, assimilando, diciamo così, l’ossigeno ed eliminando l’anidride carbonica.
Ma non è tutto. Il medesimo processo si svolge anche a un terzo e superiore livello, ma se passando dal primo al secondo, ossia dal cibo all’aria, si è reso meno palpabile, qui giunge a spiritualizzarsi. Mediante la percezione sensibile penetra infatti in noi un contenuto (un’essenza) del mondo che, grazie al pensare, in parte assimiliamo, attraverso la memoria, e in parte invece eliminiamo, attraverso l’oblio.
Dice appunto Steiner (riferendosi al passaggio dal secondo al terzo livello): “Nel respiro dei polmoni il processo è allo stadio più grossolano; ma si affina e, come respiro così affinato, diventa percezione sensoria e pensiero”.
Alimentandoci, respirando e conoscendo entriamo dunque in rapporto col mondo, sia in modo materiale, sia in modo spirituale.
Quand’è dunque che il pensare perde ogni carattere matematico o algoritmico? Quando varca i confini del sistema neurosensoriale, portandosi in quella sfera ritmico-circolatoria che, a differenza di quella ritmico-respiratoria, è prossima al sistema del ricambio.

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Lucio Russo
 
Rudolf Steiner