Articolo del: 08/05/2016

Sezione: Cultura, politica ed economia
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Il denaro "sterco del demonio" (5)

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Con ciò, sia chiaro, non intendiamo minimamente negare il carattere patologico assunto dall’odierno sviluppo della modernità. Anzi, è proprio perché condividiamo le preoccupazioni di Fini che ci sentiamo in dovere di rilevare i limiti della sua diagnosi e l’ingenuità della terapia che suggerisce (Solo il baratto potrà salvarci: così è titolata l’intervista cui ci siamo riferiti poco fa). Nel suo lavoro, ad esempio, non vi è alcuna traccia dei pur essenziali rapporti che vincolano, da un lato, l’intelletto alla quantità e al passato e, dall’altro, la volontà al valore e al futuro.
Osserva in proposito Simmel: “L’economia monetaria comporta la necessità di continue operazioni matematiche nei rapporti quotidiani. La vita di molti uomini è piena di questo definire, soppesare, calcolare, ridurre valori qualitativi a valori quantitativi. Ciò contribuisce sicuramente all’essenza intellettuale e calcolatrice dell’evo moderno a fronte del carattere più impulsivo, totalizzante e sentimentale di epoche del passato” (57).
Funzione del pensiero intellettuale è appunto quella di “definire, soppesare, calcolare e ridurre valori qualitativi a valori quantitativi”. Non a torto - dice Hegel - “si equiparò questo pensare al calcolare, e viceversa il calcolare a questo pensare” (58).
C’è però da osservare che oggetto di una simile attività può essere solo il passato: ossia, ciò che già esiste in quanto creato o divenuto. Oggetto della volontà, in veste di meta o di scopo, è di contro il futuro: ossia, ciò che ancora non esiste, e che si deve creare o far divenire.
Non possiamo qui sviluppare questi pensieri, ma vogliamo sperare che quanto finora detto basti a capire che quella “irruzione del futuro” nella vita degli uomini di cui parla Fini non è che l’irruzione della volontà.
Il momento in cui nascono l’intelletto e l’autocoscienza può essere rappresentato da Cartesio, che oppone la res cogitans alla res extensa e formula il celebre cogito, ergo sum, mentre quello in cui fa “irruzione” la volontà può essere rappresentato da quanti, come Eduard von Hartmann sul piano filosofico, e come Freud su quello scientifico, sollevano il problema dell’inconscio. Questo secondo momento (che coincide all’incirca con quello della rivoluzione industriale) costituisce per l’intelletto una sorta di prova o di sfida.
Dice Freud: “Ove era l’Es, ivi regnerà l’io”; ma un Io che voglia regnare davvero sull’Es non può continuare a cullarsi sugli allori dell’intelletto (del calcolo), ma deve impegnarsi a sviluppare un pensare che, a differenza di quello intellettuale (discreto o digitale), sia dotato di una forza (spirituale) che gli consenta di andare incontro a quella del volere (naturale) senza timore di venirne sopraffatto (“Se fossi fuoco - ha detto uno Yoghi - il fuoco non mi brucerebbe”). Come l’occhio, pur essendo mirabilmente strutturato, non è in grado di svolgere la funzione dell’orecchio, così l’intelletto, pur rendendo preziosi servigi alla conoscenza della realtà inorganica (l’unica che può essere compresa sul piano quantitativo), non è in grado di afferrare la realtà vivente e qualitativa: vivente, nel nostro caso, come il denaro-funzione e qualitativa come il denaro-valore.

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Ne La filosofia della libertà, Steiner riporta il seguente passo di Herbert Spencer: “Se, camminando attraverso i campi in un giorno di settembre, udiamo un fruscio a qualche passo davanti a noi, e sulla sponda del fossato, da cui ci è sembrato che il fruscio provenisse, vediamo che l’erba si muove, noi probabilmente marciamo diritti su quel punto, per vedere che cosa produceva il fruscio e l’agitarsi dell’erba. Al nostro avvicinarsi, una pernice si alza a volo dal fosso, e la nostra curiosità è allora appagata: noi abbiamo quella che chiamiamo una spiegazione dei fenomeni.” (59).
A questa interpretazione di un atto conoscitivo (basata su una presunta associazione mnemonica dei dati forniti dall’esperienza sensibile), Steiner oppone la seguente riflessione: “Quando io sento un fruscio, cerco anzitutto il concetto per questa osservazione. Soltanto questo concetto mi apre la strada al di là del fruscio. Chi non pensi oltre, sente solo il fruscio e se ne sta contento. Attraverso il mio riflettere, mi riesce però chiaro che debbo considerare il fruscio come effetto. Dunque soltanto quando ho congiunto il concetto di effetto con la percezione del fruscio, sono spinto ad oltrepassare la singola osservazione e a cercare una causa. Il concetto di effetto chiama quello di causa, ed io mi metto a cercare l’oggetto-causa, che scopro sotto l’aspetto della pernice. Ma questi concetti di causa ed effetto io non posso mai ottenerli dalla semplice osservazione per quanto estesa a numerosissimi casi. L’osservazione suscita il pensare, e questo soltanto mi indica la via per collegare la singola esperienza con un’altra” (60).
Come si vede, non è la relazione tra i due immediati dati sensibili (la percezione del fruscio e quella della pernice) a spiegare il fenomeno, bensì quella tra i due concetti (di effetto e di causa) in cui il pensare li ha risolti.
Per poter passare dalla percezione del fruscio a quella della pernice, si deve infatti: 1) attraversare la soglia che divide la sfera percettiva da quella dei concetti; 2) tradurre la percezione del fruscio nel concetto di “effetto”; 3) lasciare che questo si unisca, nel regno dei pensieri (quello platonico delle “idee” o quello goethiano della “madri”), al concetto di “causa”; 4) riattraversare in senso inverso la soglia, e tradurre il concetto di “causa” nella percezione della pernice.
Va notato che questo processo presenta una significativa analogia con quello che consente di scambiare un oggetto con un altro grazie al denaro.
Se vendessi ad esempio la mia auto per acquistarne una nuova, non dovrei prima tradurre l’auto vecchia in denaro, unire poi al denaro così ricavato quello necessario a raggiungere il prezzo della nuova, e tradurre infine tale somma nell’oggetto del mio desiderio?
Fatto si è che come il pensare, sul piano conoscitivo, mette in rapporto tra loro gli oggetti (i percetti) solo dopo averli tradotti in concetti, così il denaro, sul piano economico, mette in rapporto tra loro le merci solo dopo averle tradotte in prezzi.
Questa relazione tra il pensare e il denaro-funzione solleva però un inquietante interrogativo: se nell’odierna vita economica circola una enorme quantità di denaro virtuale (inconsistente o materialmente “scoperto”), non sarà allora che nell’odierna vita culturale circola una enorme quantità di pensiero virtuale (inconsistente o spiritualmente “scoperto”)?

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Abbiamo visto che il denaro, per Fini, è solo quantità. Parlando del credito, abbiamo tuttavia individuato un denaro di prestito: ovvero, una qualità di denaro che Steiner distingue, sia da quella del denaro di acquisto, sia da quella del denaro di donazione.
Inutile dire che tali distinzioni qualitative potrebbero positivamente operare solo nel contesto di una vita economica che prevedesse per i valori nominali un deperimento analogo a quello cui vanno naturalmente soggetti i valori reali. Per poter introdurre nella vita del denaro un fertile elemento qualitativo bisognerebbe perciò infrangere quel tabù che ancora impedisce al denaro di deperire.
Se “adoperiamo il denaro - osserva Steiner - come un equivalente nel puro scambio, di fronte agli oggetti deperibili abbiamo in verità un concorrente illegittimo, un concorrente proprio sleale, perché nelle circostanze abituali il denaro sembra non deperire (e dico espressamente: “sembra” non deperire) […] Se oggi mi compero un chilo di carne per una certa somma di denaro, e tra due settimane, per acquistare la stessa quantità di carne, devo impiegare una somma maggiore, la causa per cui la seconda volta devo sborsare di più non risiede nella carne, ma nel denaro. Dipende unicamente dal denaro; e se il denaro porta ancora scritta la stessa cifra, esso in realtà comincia a mentire, poiché il suo valore è scemato. Se in cambio di un chilo di carne devo sborsare più denaro, è chiaro che questo è diminuito di valore” (61).
L’inflazione, secondo Krylienko, non è che un “sintomo (come la febbre provocata da una malattia) di disordine monetario e non è inevitabile né tanto meno necessaria” (62). L’inflazione soddisfa infatti, in modo patologico (rendendo incerto e instabile il valore economico della moneta), quel naturale “istinto di morte” (Freud) che non è stato finora concesso, al denaro, di soddisfare in modo fisiologico (“Nel denaro deperibile - dice Steiner - abbiamo la corrente parallela alle merci, ai beni, ai valori deperibili; cioè ai valori reali”) (63).
Il problema di una scadenza periodica del denaro implica ovviamente quello del tempo. In un contesto economico in cui operasse tale istituzione, circolerebbero, in rapporto al tempo, tre diverse qualità di denaro: una “giovane”, una “adulta” e una “vecchia”. Dal momento, poi, che la qualità rappresenta il valore (ideale), e che la funzione dipende dal valore, alla diversificazione delle qualità conseguirebbe una diversificazione (spontanea) delle funzioni: il denaro giovane si orienterebbe, verso il risparmio o il prestito; quello adulto verso il consumo o l’acquisto; quello vecchio verso la donazione.
Oggi, ossia nell’era del mercato mondiale o della cosiddetta “globalizzazione”, un’istituzione del genere sarebbe quanto mai provvida e salutare (una cosa, infatti, è la globalizzazione delle merci, altra la mercificazione del globo).
Immaginiamo, dice Steiner (1922), “che in un territorio economico confinante con un altro, avvenga, senza intervenire con la ragione, che il denaro si sbizzarrisca follemente e sorgano delle difficoltà riguardo al prezzo di una merce necessaria. Finché un’economia nazionale si svolge in mezzo ad altre economie nazionali, e non vengono fatte delle rappresaglie, basta semplicemente importare l’articolo in questione, basta accrescere l’importazione. In tal modo si corre ai ripari. Ma in un’economia mondiale non si possono correggere le cose, perché non si può importare merce dalla Luna” (64).
Quanto non potrà più essere corretto d’ora in avanti dall’esterno dovrà essere corretto dunque dall’interno. Per farlo si dovrà tuttavia convenire “che non bisogna procedere con arbitrio, e neppure abbandonarsi ciecamente al caos generale che oggi regna sopra ogni cosa, e che trascina ogni valore nella confusione con lo Stato economico che si occupa di tutto, facendo un solo fascio del denaro di prestito, del denaro d’acquisto e del denaro di donazione, mentre nella realtà essi si distinguono l’uno dall’altro. Se non si abbandonano le cose all’arbitrio, ma si porta in esse la ragione, bisognerà che tra il denaro d’acquisto, di prestito e di donazione, e il rinnovamento del denaro intervenga l’azione cosciente delle necessarie associazioni” (65).

Note:
1) M.Fini: Il denaro “sterco del demonio” - Marsilio, Venezia, 1998;
2) ibid., p. 265;
3) ibid., p. 12;
4) ibid., p. 276;
5) cit. in G.Poggi: Denaro e modernità - La “filosofia del denaro” di Georg Simmel - Il Mulino, Bologna 1998, p. 143;
6) M.Fini: op. cit., p. 17;
7) ibid., p. 19;
8) G.Poggi: op. cit., p. 162;
9) G.W.F.Hegel: Estetica - Einaudi, Torino 1967, p. 107;
10) R.Steiner: I capisaldi dell’economia - Antroposofica, Milano 1982, p. 57;
11) G.Poggi: op. cit., p. 153;
12) ibid., p.162;
13) G.Simmel: Il denaro nella cultura moderna - Armando, Roma 1998, pp. 47-48;
14) G.Poggi: op. cit., p. 104;
15) ibid., p. 105;
16) R.Steiner: op. cit., p. 23;
17) ibid., p. 33;
18) ibid., p. 32;
19) ibid., p. 135;
20) cit. in A.Mazzuca: I potenti del denaro - Edipem, Milano 1983, p. 14;
21) R.Steiner: op. cit., p. 61;
22) G.Poggi: op. cit., p. 149;
23) M.Fini: op. cit., p. 54;
24) R.Steiner: op. cit., p. 138;
25) G.Poggi: op. cit., p. 165;
26) R.Steiner: op. cit., p. 62;
27) A.Krylienko: La moneta e il bene comune - Solfanelli, Chieti 1988, p. 21;
28) R.Steiner: op. cit., p. 109;
29) ibid., p. 111;
30) M.Fini: op. cit., p. 276;
31) R.Steiner: op. cit., p. 139;
32) A.Villella: Metafisica della moneta - Basaia, Roma 1984, p. 9;
33) ibid., p. 10;
34) R.Steiner: op. cit., pp. 165-166;
35) ibid., pp. 146-147;
36) M.Fini: op. cit., p. 31;
37) G.Simmel: op. cit., pp. 76-77;
38) ibid., p. 94;
39) M.Fini: op. cit., p. 18;
40) A.Krylienko: op. cit., p. 22;
41) ibid., pp. 24 e 25;
42) ibid., p. 26;
43) ibid., p. 27;
44) R. Bencivenga: Il Fattore D - La storia del denaro dalle origini ai nostri giorni - Sperling & Kupfer - Milano 1998 pp. 314-315;
45) M.Fini: op. cit., p. 21;
46) ibid., p. 22;
47) ibid., pp. 12-13;
48) ibid., p. 21;
49) R.Steiner: op. cit., p. 57;
50) M.Fini: op. cit., p. 76;
51) ibid., pp. 76-77;
52) ibid., p. 123;
53) ibid., p. 189;
54) cit. in M.Fini: op. cit., p. 113;
55) ibid., p. 146;
56) cfr. Il Giornale, 11 Settembre 1998;
57) G.Simmel: op. cit., pp. 89-90;
58) G.W.F.Hegel: Scienza della logica - Laterza, Roma-Bari 1974, vol. I, p. 34;
59) R.Steiner: La filosofia della libertà - Antroposofica, Milano, 1966, p. 49;
60) ibid., pp. 49-50;
61) R.Steiner: I capisaldi..., pp. 169-170;
62) A.Krylienko: op. cit., p. 21;
63) R.Steiner: I capisaldi..., p. 195;
64) ibid., p. 172;
65) ibid., p. 175.

 

F.Giorgi (rielaborazione di L.Russo)
 
Rudolf Steiner