Articolo del: 25/05/2018

Sezione: Studi gnoseologici
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Leggere La filosofia della libertà

Frugando tra vecchie carte, abbiamo ritrovato uno scritto, pubblicato cinque anni fa dall’Archetipo, cui avevamo dedicato, a suo tempo, due articoli (1).
Vogliamo tornare a parlarne, giacché ci siamo accorti che, per trattare di quanto ci stava allora più a cuore, ci era sfuggita la seguente affermazione: “Quel che Steiner ha inteso fare scrivendo la Filosofia della libertà, nessuno è autorizzato a dirlo con certezza, ma ciascuno con certezza può misurarsi con le frasi e le parole ivi racchiuse” (2).
Si tratta di un’affermazione a dir poco sconcertante. Dal momento, infatti, che per intendere con “certezza” quel che Steiner “ha inteso fare scrivendo la Filosofia della libertà”, si dovrebbe intendere quel che ha fatto, ovvero la Filosofia della libertà, sarebbe lecito asserire che “nessuno è autorizzato a dirlo con certezza” solo se si fosse convinti, al pari di Kant, che si possono conoscere le cose come sono “per noi”, ma non come sono “in sé”.
Non è facile, è vero, intendere con “certezza” La filosofia della libertà, ma tanto meno lo sarà se non la si leggerà nel modo giusto.
Osserva in proposito Steiner: “Sarebbe stato necessario che non si fosse letta la mia Filosofia della libertà con lo stesso atteggiamento d’anima con cui si leggono altri testi filosofici. Si sarebbe dovuto leggerla con l’atteggiamento dell’anima che permette di rilevare che si entra in tutt’altro modo di pensare, di guardare e di volere. Si sarebbe allora saputo che con quest’altro atteggiamento di coscienza ci si eleva dalla Terra a un altro mondo, e che poi, dalla coscienza di tale atteggiamento animico, nasce appunto una saldezza interiore che permette di parlare con convinzione di quanto la ricerca spirituale può sondare. Leggendo La filosofia della libertà nel senso giusto, si parla con più sicurezza, con maggiore convinzione interiore, di quello che il ricercatore dello spirito ha da dire, come chi può appunto meglio sondare di quanto non lo faccia un principiante. Ma ognuno può cominciare, come l’ho caratterizzato, con una giusta lettura della Filosofia della libertà. Il principiante potrà così parlare di quel che dice esaurientemente il ricercatore spirituale più evoluto, nello stesso modo in cui chi abbia imparato la chimica parla di risultati della ricerca che lui non ha visto, dei quali ha però contezza da quanto ha imparato, da come se ne parla, e perché appartengono alla sfera reale della vita. L’importante è sempre, quando si tratta di antroposofia, che ci sia un certo atteggiamento animico, non la semplice affermazione che vi è un’immagine del mondo diversa da quella che si ha nella coscienza ordinaria. E’ perché non si è letta La filosofia della libertà in maniera diversa da come si leggono altri libri; questo importa, a questo ci si deve indirizzare con il massimo rigore, altrimenti lo sviluppo della Società Antroposofica rimarrà indietro rispetto allo sviluppo dell’antroposofia, altrimenti l’antroposofia, vista attraverso la Società Antroposofica, verrà del tutto fraintesa dal mondo, e ne deriveranno nient’altro che conflitti su conflitti” (3).
Si faccia in specie attenzione a queste parole: “Si sarebbe allora saputo che con quest’altro atteggiamento di coscienza ci si eleva dalla Terra a un altro mondo, e che poi, dalla coscienza di tale atteggiamento animico, nasce appunto una saldezza interiore che permette di parlare con convinzione di quanto la ricerca spirituale può sondare. Leggendo La filosofia della libertà nel senso giusto, si parla con più sicurezza, con maggiore convinzione interiore, di quello che il ricercatore dello spirito ha da dire, come chi può appunto meglio sondare di quanto non lo faccia un principiante” (grassetti nostri).
Se si vuole parlare con “certezza”, vale a dire “con più sicurezza” e “con maggiore convinzione interiore”, della Filosofia della libertà, è necessario dunque leggerla nel “senso giusto”.
Prima di provare a chiarire quale sia questo “senso giusto”, va detto che nella stessa misura in cui viene incompresa La filosofia della libertà, “madre” dell’antroposofia, viene incompresa l’antroposofia, “madre”, a sua volta, delle cosiddette (da Steiner) “figlie” (le varie attività antroposofiche, quali, ad esempio, la pedagogia, la medicina, l’agricoltura, ecc.).
Afferma Steiner “Ho sempre detto sin dall’inizio - e basta leggere la prefazione al mio libro Teosofia - che tutto quanto si realizzerà in campo antroposofico deve seguire la strada aperta dalla Filosofia della libertà” (4).
Cominciamo intanto col riconoscere le letture non giuste. Sono soprattutto due: quella filosofico-exoterica (per così dire, “sotto le righe” o non giusta per difetto) e quella filosofale-esoterica (per così dire, “sopra le righe” o non giusta per eccesso) (5).
Esempi della prima (che ignora, per dirne solo una, il sottotitolo della Filosofia della libertà: “Risultati di osservazioni animiche secondo il metodo delle scienze naturali”) possono essere forniti da alcuni interventi al convegno “Verità e Libertà” tenuto a Milano nel 1994, in occasione del centenario della Filosofia della libertà, e pubblicati, nel 1995, dalla rivista Antroposofia (6).
Esempi della seconda, ricca di richiami all’ermetismo, alla magia, all’alchimia, all’Oriente e alla cosiddetta “Tradizione”, possono essere invece trovati, nella “rete”, in vari “siti”, più o meno “antroposofici”.
(“Capire nel profondo della propria anima la scienza dello spirito è per molti aspetti qualcosa del tutto diverso di quanto s’immaginano molti che fanno conto di appartenere al movimento antroposofico” [7].)
Tali letture, nonché l’affermazione dalla quale abbiamo preso le mosse, risultano ancor più sconcertanti ove si consideri che Steiner stesso ha dichiarato di aver scritto La filosofia della libertà con l’intento di creare un ponte che consenta il passaggio dal mondo exoterico (sensibile) al mondo esoterico (sovrasensibile).
Dice infatti: “Quei due libri [Linee fondamentali di una teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo e La filosofia della libertà] rappresentano un gradino intermedio molto importante fra la conoscenza del mondo sensibile e quella del mondo spirituale...” (8); “Dovevo prima presentare al mondo qualcosa che fosse concepito in modo rigorosamente filosofico, anche se in realtà andava oltre la filosofia ordinaria. Era pur necessario compiere una volta il trapasso dallo scrivere puramente filosofico e scientifico a quello scientifico-spirituale” (grassetti nostri) (9).
Come ha creato tale ponte? Adottando un punto di vista dinamico (“Si sarebbe dovuto leggerla con l’atteggiamento dell’anima che permette di rilevare che si entra in tutt’altro modo di pensare, di guardare e di volere”).
Soffermiamoci, per un momento, su ciò che vuol dire “adottare un punto di vista dinamico”.
Scrive Otto Fenichel, nel suo celebre Trattato di psicoanalisi (freudiana): “La psicologia psicoanalitica non cerca di puramente descrivere i fenomeni, ma di spiegarli come il risultato della interazione e controreazione di forze, vale a dire in modo dinamico” (10).
Si adotta dunque “un punto di vista dinamico” (quale “fondamento metodologico”, come dirà tra breve Giancarlo Roggero) quando si considerano i fenomeni non in termini di “cose”, ma di forze, attività, movimenti o processi.
Così è nata la psicoanalisi (la “psicodinamica”), ossia una disciplina che considera in modo dinamico i fenomeni psichici, ma ignora la vita dello spirito.
Alla psicoanalisi (freudiana e junghiana) si è in seguito contrapposta la “logoterapia” di Viktor Frankl (1905-1997), ossia una disciplina che considera la vita dello spirito, ma ignora il punto di vista dinamico.
Se si riflette su questa contrapposizione, presto ci si avvede che ciò che manca, non solo in tali discipline, ma in tutta la nostra odierna cultura (più che mortificata dal materialismo e dall’intellettualismo vaniloquente), è una considerazione dinamica della vita dello spirito, ossia proprio quella logodinamica che informa e caratterizza La filosofia della libertà (come nella Teoria dei colori di Goethe (11), ad esempio, i colori sono il risultato dell’interazione della tenebra con la luce, così nella Filosofia della libertà le rappresentazioni sono il risultato dell’interazione delle percezioni con i concetti).
A tal fine, Steiner ha preso le mosse dal pensare, e non dai pensieri (“Debbo attribuire particolare valore al fatto che qui, a questo punto, si faccia attenzione che io ho preso come punto di partenza il pensare, e non i concetti e le idee che soltanto mediante il pensare possono essere conquistati, e quindi presuppongono già il pensare”) (12).
All’inizio del terzo capitolo del nostro Amor, che ne la mente mi ragiona. Uno studio de La filosofia della libertà di Rudolf Steiner (13) abbiamo a questo preciso riguardo osservato: “In questo capitolo, i concetti di “conscio”, “spirito” e “soggetto” si risolveranno nel concetto di “pensiero”, che si risolverà, a sua volta, nell’attività del “pensare”, così come, nel prossimo, i concetti di “inconscio”, “materia” e “oggetto” si risolveranno nel concetto di “percezione”, che si risolverà, a sua volta, nell’attività del “percepire””.
Quindi, dal sostantivo al verbo (“In principio, era il Verbo”): dall’“osservazione e pensiero”, ad esempio, all’“osservare e pensare”. Se l’antroposofia non è una “filosofia” o un altro “ismo”, lo si deve dunque al fatto che parte dal pensare, e non dai concetti e dalle idee.
(“L’antroposofia non dovrebbe in fondo esser altro che una “sofia”, cioè un contenuto di coscienza, un’esperienza interiore dell’anima che ci rende esseri umani completi. L’interpretazione corretta del termine antroposofia non è “saggezza dell’uomo”, bensì “coscienza della sua umanità” [14].)
Il materialismo, invece, “principia con il pensiero della materia e dei processi materiali” (15) così come l’idealismo, per dirne un’altra, principia con il pensiero dello spirito e dei processi ideali.
Il pensare fluisce, giacché è verbo, vita, attività, movimento, divenire. Non può essere perciò “rappresentato”, ma può essere “percepito” o “sperimentato” mediante la pratica della concentrazione. “E’ una percezione - spiega Steiner - nella quale è attivo lo stesso percipiente, ed è in pari tempo un’auto-attività che viene percepita” (16).
Le due vie di cui parla Steiner nella Scienza occulta, ossia la via della Filosofia della libertà (e dei testi che l’hanno preceduta) e la via delle “comunicazioni della Scienza dello spirito”, corrispondono appunto, rispettivamente, alla via del pensare e a quella dei pensieri (17).
La prima, dice Steiner, è “per molti uomini più difficile”. Perché? Perché “La gente - afferma altrove - trova intollerabile che la scienza dello spirito pretenda che si sia veramente e attivamente presenti in ogni singola tappa del ragionamento. Senza questa presenza attiva la scienza dello spirito non è però possibile” (18).
(Ricorda in proposito Roggero: “Negli ultimi anni della sua vita, lo Steiner prese a ripubblicare gli scritti filosofici del primo periodo, quasi a voler ammonire gli studiosi, sempre più numerosi, della sua opera, di cui si veniva scoprendo la fecondità in tutti i campi della vita, a non adagiarsi sui risultati [sulle “comunicazioni” ] dell’antroposofia, sorvolandone i fondamenti metodologici. Quelli soggiacevano infatti al rischio di un’assunzione troppo passiva, cui avrebbe dovuto sopperire un’assunzione assolutamente autonoma di questi […] Pochi anni prima, allorché gli era stato chiesto che cosa della sua opera avrebbe resistito alla prova del tempo, la sua risposta era stata: Null’altro che La filosofia della libertà. Ma in essa è contenuto tutto il resto. Chi realizza l’atto di libertà in essa descritto, trova l’intero contenuto dell’antroposofia” [corsivi nostri] [19].)
Sarà utile ricordare, a questo punto, che Hegel e Gentile sono forse stati gli unici filosofi moderni ad aver tentato di aprire le loro anime agli “Spiriti del movimento”. Lo hanno tentato, ma, com’era inevitabile (per dei filosofi), senza successo.
Hegel ha “innalzato” infatti il movimento (la vita), attribuendolo ai pensieri (quale “automovimento del concetto”) e non al pensare (il divenire quale “resultato”, terzo, del rapporto dialettico tra l’essere e il nulla). In breve, ha fatto del pensiero un pensare.
(“Il nostro io e il nostro corpo astrale non posseggono la vita, eppure esistono. Lo spirituale e l’animico non hanno bisogno della vita. La vita comincia con il corpo eterico” [20].)
Delle infinite obiezioni che gli sono state mosse, vogliamo ricordarne qui due, particolarmente puntuali: questa (storica), di Friedrich Adolf Trendelenburg (1802-1872): “Il puro essere, riguardo a se stesso, è quiete; il nulla, uguale a se stesso, è ugualmente quiete. In che modo dall’unità di due statiche rappresentazioni sorge il movimento del divenire? […] Il divenire non potrebbe affatto nascere dall’essere e dal non-essere se la rappresentazione del divenire non li precedesse” (21); e quest’altra, di Ferruccio Pardo (illustrante la “riforma della dialettica hegeliana” di Gentile): nella dialettica di Hegel, “non c’è più il pensiero che opera, non c’è più il soggetto pensante; c’è solo il “pensato”, su di cui, non si sa da chi, viene eseguita l’operazione mentale (…) Il pensiero dialettico non deve essere inteso come processo di categorie “pensate”, ma come processo del “pensiero in atto”, come processo adunque del soggetto trascendentale realizzantesi quale attività di pensiero” (22).
Ciò significa, nei nostri termini, che nel processo logico-dialettico non sono i concetti (le “categorie”) a muoversi, bensì è l’Io (il “soggetto trascendentale”) a muoverli mediante il pensare (il “pensiero in atto”).
Gentile ha “congelato” invece il movimento (abbassandolo al livello degli “Spiriti della forma”), per farne la “pietra angolare” (quale “concetto del pensare”) del suo sistema filosofico (l’“attualismo”). In breve, ha fatto del pensare un pensiero.
Riguardo a tale operazione, non conosciamo obiezione più acuta di questa, mossa da Lorenzo Catalisano (in riferimento alla distinzione di Gentile tra “pensiero pensante” e “pensiero pensato”): l’attualista “si imbatte suo malgrado in un concetto, che, anche se puro, è sempre un concetto: il “conceptum” del “concipere” (…) Orbene, si decida l’attualista: “conceptum” o “concipere”? (…) se ci empieva di gaudio speculativo l’idea del conceptum del concipere, siamo invece decisamente incapaci al concetto del concipere il concipere. Senza far appello ad un organo ultraspeculativo, difficilmente l’attualismo potrà convincere lo spirito del mondo della possibilità di concipere il concipere: ché se poi riuscisse in questo convincimento, alla filosofia non rimarrebbe che l’ufficio propedeutico al nobile esercizio di un pensiero che volesse pensare il nulla” (23).
Superfluo dire che l’organo “ultraspeculativo” di Catalisano è, per noi, la “coscienza immaginativa” di Steiner, e che quello che, per il primo, è “l’ufficio propedeutico al nobile esercizio di un pensiero che volesse pensare il nulla” è invece, per il secondo, “l’ufficio propedeutico al nobile esercizio di un pensiero” che volesse conoscere tanto la propria natura eterica quanto quella del mondo organico.
E’ vero, comunque, che nel momento stesso in cui si passa dai concetti o dalle idee al pensare non c’è più posto per la filosofia (“Il tempo della filosofia è compiuto. L’epoca dei filosofi è passata”) (24).
E’ importante aggiungere, prima di concludere, che i pensieri e il pensare rimandano a due organi diversi. L’organo della coscienza riflessa dei pensieri (dei concetti o delle idee) è il cervello, mentre l’organo del pensare, quale sangue eterizzato o corrente di luce che sale verso l’epifisi, è il cuore (25).
Spetta dunque al pensare assolvere a quel “duplice compito” di cui parla Steiner nella Filosofia della libertà e in Pensiero umano, Pensiero cosmico:
“All’essenzialità che opera nel pensare incombe un duplice compito: in primo luogo respinge l’organismo umano nella sua attività propria, e in secondo luogo ne prende il posto. Infatti anche la prima operazione, quella di spingere indietro l’organismo corporeo, è conseguenza dell’attività del pensare, e precisamente di quella parte di essa che prepara la comparsa del pensare” (dei pensieri) (26);
“La vera attività pensante, la percezione del pensiero è preceduta da un’attività tale da muovere, se volete ad esempio percepire il pensiero “leone”, nel profondo del cervello le parti di quest’ultimo in modo che diventino specchi per la percezione del pensiero “leone”. E chi fa del cervello uno specchio, siete voi stessi. Ciò che percepite infine come pensieri, sono immagini rispecchiate; ciò che dovete preparare prima, affinché compaia la relativa immagine riflessa, è una certa parte del cervello. Siete voi stessi, con la vostra attività animica, a portare il cervello ad assumere struttura e capacità atte a rispecchiare come “pensiero” ciò che voi pensate (…) Dobbiamo esaminare proprio queste cose, perché soltanto così scorgiamo la vera attività del pensare umano (…) Dobbiamo dunque distinguere due fasi: prima il lavoro dell’elemento spirituale-animico sul cervello; poi la percezione, dopo che è stato fatto dall’anima un lavoro preparatorio sul cervello. Presso l’uomo ordinario, il lavoro del cervello rimane del tutto inconscio, egli percepisce soltanto il rispecchiamento” (27).

Note:
01) cfr. La “condizione eccezionale” , 29/9/2012; Note a margine, 10/10/2012;
02) A.Lombroni: Il momento eccezionale - L’Archetipo, settembre 2012, anno 17°, n° 9, p. 26;
03) R.Steiner: Formazione di comunità - Antroposofica, Milano 1992, pp. 53-54;
04) R. Steiner: Lo studio dei sintomi storici - Antroposofica, Milano 1961, p.139;
05) cfr. anche Sergej Prokofieff e La filosofia della libertà, 18/10/2007; Ancora su “Prokofieff e La filosofia della libertà” , 18/9/2009;
06) cfr. Antroposofia - Rivista di Scienza dello Spirito - Maggio-Agosto 1995, anno L - N. 3-4;
07) R.Steiner: Esigenze sociali dei tempi nuovi - Antroposofica, Milano 1971, p. 243;
08) R.Steiner: La scienza occulta nelle sue linee generali - Antroposofica, Milano 1969, p. 279;
09) R.Steiner: I confini della conoscenza della natura - Antroposofica, Milano 1979, pp. 104 e 106;
10) O.Fenichel: Trattato di psicoanalisi. Delle Nevrosi e delle Psicosi - Astrolabio, Roma 1951, p. 21;
11) cfr. J.W.Goethe: La teoria dei colori - il Saggiatore, Milano 2014;
12) R.Steiner: La filosofia della libertà, Antroposofica, Milano 1966, p. 48;
13) questo passo è tratto dall’edizione del 2013; in quella del 2001, presente nell’“Osservatorio”, la stessa cosa è detta così: “Nel primo capitolo ci è stato presentato il dualismo di “conscio-inconscio”: dualismo che si è poi mutato, nel secondo, in quelli di “spirito-materia”, “soggetto-oggetto” e “pensiero-fenomeno”. Ebbene, che cosa avviene adesso? Per capirlo, basta osservare il titolo di questo capitolo: Il pensiero al servizio della comprensione del mondo. Adesso ci accingiamo dunque a esaminare in modo approfondito il primo dei due termini del dualismo (rinviando l’altro al prossimo capitolo). C’è comunque da notare che mentre il primo, dopo essersi sviluppato nella sequenza “conscio-spirito-soggetto”, è già approdato - come abbiamo visto - al “pensiero”, il secondo, dopo essersi sviluppato nella sequenza “inconscio-materia-oggetto-fenomeno”, approda solo a questo punto alla “percezione” (il quarto capitolo è infatti intitolato: Il mondo come percezione). Il dualismo iniziale è dunque pervenuto, mediante metamorfosi, alla sua forma finale: ovvero, al dualismo di “pensiero-percezione” o, per meglio dire, di “pensare-percepire”;
14) R.Steiner: Formazione di comunità, p. 69;
15) R.Steiner: La filosofia della libertà, p. 26;
16) ibid., p. 217;
17) R.Steiner: La scienza occulta nelle sue linee generali, p. 278;
18) R.Steiner: Come ritrovare il Cristo? - Antroposofica, Milano 1988, p.162;
19) G.Roggero: Fiducia nel pensare. La formazione filosofica di Rudolf Steiner - Tilopa, Roma 1995, p. 55;
20) R.Steiner: Sedi di misteri nel medioevo. La festa di Pasqua - Antroposofica, Milano 1984, p. 21;
21) F.A.Trendelenburg: Il metodo dialettico - il Mulino, Napoli 1990, p. 6;
22) F.Pardo: La filosofia di Giovanni Gentile - Sansoni, Firenze 1972, p. 150;
23) L.Catalisano: Intorno alla riforma della dialettica hegeliana di G.Gentile (1950) - cit. in F.S. Chesi: Gentile e Heidegger. Al di là del pensiero - E.G.E.A., Milano 1992, p. 96;
24) R.Steiner: L’uomo alla luce di Occultismo, Teosofia e Filosofia – Antroposofica, Milano 2011, p. 213;
25) R.Steiner: L’eterizzazione del sangue. L’intervento del Cristo eterico nella evoluzione della Terra in Il cristianesimo esoterico e la guida spirituale dell’umanità - Antroposofica, Milano 2010, p. 49;
26) R.Steiner: La filosofia della libertà, p. 124;
27) R.Steiner: Pensiero umano, Pensiero cosmico - Estrella de Oriente, Trento 2004, pp. 64-65.

 

Lucio Russo
 
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