Articolo del: 18/10/2003

Sezione: Cultura, politica ed economia
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Parole, parole, parole...

Da uno studio condotto dall’Istituto San Raffaele di Milano su un campione di 2362 ragazzi delle scuole medie superiori è emerso che il 42% degli studenti fa uso di droghe (il 94% di hashish, il 14% anche di cocaina e il 10% anche di droghe sintetiche).
Gli insegnanti – stando a una ricerca curata dalla Fondazione Iard – risultano invece ricorrere sempre più spesso all’uso di psicofarmaci. “Il 16% del campione (1200 insegnanti) – riferisce Nino Materi – fa, o ha fatto, ricorso a farmaci ansiolitici, ipnotici e antidepressivi” (1).
Da un’altra indagine – condotta dal mensile Espansione in collaborazione con l’Associazione direttori risorse umane Gidp/Hrda – risulta infine che, alla domanda: “Durante la sua carriera ha mai gestito (o assistito a) casi di manager drogati?”, il 38% ha risposto affermativamente, specificando che tali casi erano da imputare per il 45% all’alcol, per il 31% agli psicofarmaci, per il 13% alla cocaina, per il 6% ad altri stupefacenti e per il 5% ad altro ancora. “Certo, - afferma Giovanni Centola - dal punto di vista statistico il campione (36 manager intervistati) non può essere definito in modo strettamente formale “rappresentativo” (…) Tuttavia la sua significatività è indubbia” (2).
Questi dati, e le recenti proposte del governo in materia, hanno riacceso la discussione o, per meglio dire, lo scontro tra “proibizionisti” e “antiproibizionisti”.
Seguendo appunto (in televisione) una di queste schermaglie ci siamo comunque confermati nell’idea che i proibizionisti sembrano preoccuparsi più dei drogati che della criminalità (che trae indubbi vantaggi dal proibizionismo), mentre gli antiproibizionisti sembrano preoccuparsi più della criminalità che dei drogati (che traggono indubbi vantaggi dall’antiproibizionismo).
E’ vero, in ogni caso, che non si dovrebbe demandare alla legge (alla politica) la soluzione di un problema di stretta pertinenza della cultura (dell’arte dell’educazione e dell’autoeducazione).
Afferma infatti Steiner: “La lotta ai consumi inutili, ai consumi di lusso o dannosi, non spetta alle associazioni economiche, ma solo all’influsso della vita spirituale. I bisogni inutili o dannosi devono venir tolti di mezzo perché da parte della vita spirituale viene l’insegnamento che si devono nobilitare i desideri e le sensazioni. Una libera vita spirituale sarà senz’altro in grado di farlo. In parole povere, non è ad esempio il caso che i film vengano proibiti dalla polizia: è la gente che deve venir educata a non trovarci gusto. Questa è l’unica forma sana di lotta contro gli influssi dannosi nella vita sociale” (3).
Siamo certi, tuttavia, che non solo i proibizionisti, ma anche gli antiproibizionisti troveranno ingenua, utopica, se non addirittura ridicola l’idea che la vita spirituale possa “insegnare” a “togliere di mezzo” i bisogni “inutili o dannosi”, nobilitando “i desideri e le sensazioni”.
Ma ciò dipende unicamente dal fatto che, non riuscendo più nemmeno a immaginare cosa sia un’autentica e “libera vita spirituale”, si confonde ormai la cultura con l’informazione.
Recita del resto il Tao-Tê-Ching: “Il perfetto sapiente comprende la Via/ E in essa saldamente si stabilisce/ L’imperfetto sapiente comprende la Via/ E ora la segue, ora la perde/ Il sapiente d’infimo rango sentendo parlare della Via/ Ride di essa/ Se costui non ne ridesse la Via non sarebbe la Via/…” (4).
Gli odierni “intellettuali” o “uomini di cultura” sono in effetti ben lontani dal comprendere che la conoscenza può essere sorgente di moralità solo se la moralità è sorgente di conoscenza: dal comprendere, cioè, che tanto il pensare che anima il conoscere quanto il volere che anima la moralità sgorgano dall’Io (spirituale), ossia dall’essenza dell’essere umano (e che quindi, dietro il pensare cosciente, c’è sempre un volere incosciente, così come, dietro il volere cosciente, c’è sempre un pensare incosciente).
Si prenda, ad esempio, Umberto Galimberti. Nel suo recente I vizi capitali e i nuovi vizi, così distingue i primi dai secondi: “A differenza dei vizi capitali che segnalano una “deviazione” della personalità, i nuovi vizi ne segnalano il “dissolvimento”, che fra l’altro non è neppure avvertito perché investe indiscriminatamente tutti” (5).
Può darsi, ma è forse in grado di dirci, Galimberti, cosa sia quella “personalità” che i vecchi vizi (l’ira, l’accidia, l’invidia, la superbia, l’avarizia, la gola e la lussuria) si limitavano a “deviare”, e che i nuovi (a suo dire, il consumismo, il conformismo, la spudoratezza, la sessomania, la sociopatia, il diniego e il vuoto) arriverebbero invece a “dissolvere”?
Quando mai, infatti, potrebbe essere “deviata” e “dissolta” una “personalità” (un Io) che non avesse una propria “dirittura” e una propria “sostanza” (magari extrasensibile)? E che cos’è allora la “personalità”: un’essere o soltanto una “bella parola”?
In verità, i nuovi vizi (ammesso che siano tali, e non invece una diversa manifestazione dei vecchi) non fanno che “uccidere un uomo morto”: non fanno che dissolvere, cioè, quanto è stato già dissolto dal materialismo o dallo psicologismo.
Lamenta ad esempio Galimberti che all’Io dei giovani “è stato insegnato tutto, ma non come mettere in contatto il cuore con la mente, e la mente con il comportamento, e il comportamento con il riverbero emotivo che gli eventi del mondo incidono nel loro cuore”, e che ciò è grave poiché sono proprio “queste connessioni che fanno di un uomo un uomo” (6).
Ecco appunto un Io che viene qui “dissolto” nelle “connessioni” (tra il pensare, il sentire e il volere). Come si vede, si afferma infatti che non è il soggetto a creare le connessioni, ma che sono le connessioni, facendo “di un uomo un uomo”, a creare il soggetto.
Si chiede Galimberti: “Esiste nella nostra cultura e nelle nostre pratiche di vita un’educazione psicologica che ci consenta di mettere in contatto e quindi di conoscere i nostri sentimenti, le nostre pulsioni, la qualità della nostra sessualità e i moti della nostra aggressività? Oppure il mondo emotivo vive dentro di noi a nostra insaputa, come un ospite sconosciuto a cui non sappiamo dare neppure un nome?” (7).
Non sembra dunque aver realizzato che il “mondo emotivo vive dentro di noi a nostra insaputa, come un ospite sconosciuto” perché è un mondo vivo: ovvero, un mondo di forze cui sarebbe necessario portare incontro, non l’ordinario (e formale) pensiero intellettuale, bensì un pensiero altrettanto vivo e forte, scaturente da un superiore livello di coscienza.
Dice ancora Galimberti: “Tra una palestra e un corso di nuoto perché bisogna crescere con un bel corpo, tra una spiegazione ora sbrigativa, ora articolata, ora un po’ imbrogliata perché bisogna diventare intelligenti, quanto passa tra genitori e figli di quella comunicazione indiretta per cui si sente nella pancia, prima che nella testa, che del padre e della madre ci si può fidare, perché li si avverte al nostro fianco nei primi movimenti un po’ impacciati della vita? Cura del corpo, cura dell’intelligenza, ma quanta cura dell’anima?” (8).
Benissimo! Ma Galimberti – chiediamoci – crede davvero all’esistenza dell’anima, o anche questa non è che una “bella parola”? E perché, poi, l’anima dovrebbe essere sentita “nella pancia, prima che nella testa”, e non magari, in modi diversi, nella testa, nel tronco e nell’addome: ossia, in tutto l’uomo? E non è forse “un po’ imbrogliata” una “spiegazione” nella quale non solo non si fa alcuna distinzione tra “sensazioni”, “sentimenti” ed “emozioni”, ma si parla anche di un generico “mondo emotivo”, confondendo così la sfera del sentire (che s’incentra nella sfera mediana o dei ritmi) con quella del volere (che s’incentra invece nella sfera metabolica e degli arti)?
Che l’anima sia soltanto una “bella parola”, ce lo prova comunque lo stesso Galimberti: la scuola – afferma infatti – dovrebbe “insegnare ai bambini, oltre alla matematica e alla lingua, anche le capacità interpersonali essenziali che hanno la loro matrice in quei centri emozionali del cervello che sono poi i più antichi, quelli che hanno consentito agli uomini di dare avvio alla loro storia” (9).
Fatto sta che Galimberti in tanto parla di “centri emozionali del cervello” in quanto ha letto Intelligenza emotiva di Daniel Goleman (10) e si è così convinto che bisognerebbe introdurre nella scuola dei programmi (sic!) di “alfabetizzazione emozionale”.
Magari, però, avesse letto solo Daniel Goleman; il problema è che ha letto anche Scalfari. “Qui – scrive infatti – torna alla mente la tesi di Eugenio Scalfari secondo la quale la morale è un istinto, l’istinto di solidarietà che favorisce la conservazione della specie” (11).
Anche questa spiegazione appare tuttavia “un po’ imbrogliata”. Infatti, delle due, l’una: o la morale è un “istinto” come gli altri, e allora l’etica, la libertà e la responsabilità dovrebbero riguardare anche il regno animale; o la morale è un “istinto” particolare ed esclusivamente umano, e andrebbe allora scovata la ragione per la quale gli uomini lo possiedono e gli animali no.
In ogni caso, attendiamo che Scalfari, dopo averci spiegato che “la morale è un istinto”, ci spieghi pure che cos’è un “istinto” (oltreché, ovviamente, una “bella parola”).
Scrive infatti Jung (e, con tutto il rispetto per Scalfari, abbiamo motivo di pensare che ne sapesse, al riguardo, qualcosa di più): “Sono ben lungi dal sapere cosa sia lo spirito per se stesso, ed altrettanto lontano dal sapere cosa siano gli istinti. L’uno è per me un mistero tanto quanto gli altri (...) Istinti e spirito sono in ogni caso al di là della mia comprensione. Sono termini che noi usiamo per esprimere forze potenti, la cui natura ci è sconosciuta” (12).
Ma le “belle parole” non finiscono qui. “Ai professori – osserva infatti Galimberti – che ogni giorno si apprestano a dare giudizi sulle capacità intellettuali dei loro allievi un invito a riflettere prima su quanta educazione emotiva hanno distribuito, perché, a se stessi almeno, non possono nascondere che l’intelligenza e l’apprendimento non funzionano se non li alimenta il cuore. Quando parlo di “cuore” parlo di ciò che nell’età evolutiva dischiude la vita, con quella forza disordinata e propulsiva senza la quale difficilmente gli adolescenti troverebbero il coraggio di proseguire l’impresa” (13).
Galimberti parla dunque del cuore come di un organo dal quale si sprigiona una “forza disordinata e propulsiva” senza tuttavia spiegarci se tale organo debba o non debba essere considerato – secondo quanto insegna l’odierna fisiologia - una pompa idraulica. Questa osservazione l’abbiamo però fatta altrove (14), e non staremo quindi a ripeterci.
Notiamo, piuttosto, che sempre Galimberti spiega il “nuovo vizio” del “vuoto” in questi termini: “”Vuoto” qui allude al nichilismo giovanile come speranza delusa circa la possibilità di reperire un senso” (15). D’accordo, ma se il “nichilismo giovanile” consegue alla “speranza delusa circa la possibilità di reperire un senso”, cos’è allora quel “senso” che i giovani vorrebbero avere invece la speranza di poter “reperire”? Una realtà o un nome (ovvero, un’altra “bella parola”)?
"Il significato - sostiene Viktor Frankl - è qualcosa da scoprire, non da creare" (16). Ebbene, se questo è vero, e se è vero che si può "scoprire" soltanto ciò che già esiste, vuol dire allora che il significato già esiste. Ma in che modo e a che livello esiste? Qual è la sua natura? E quali mezzi conoscitivi occorrerebbe educare e sviluppare per trovarlo o "reperirlo"?
Anche qui, come si vede, non ci si può accontentare delle parole.
Ci auguriamo che quanto detto basti a dimostrare che il primo e più pericoloso dei “nuovi vizi” è - per così dire - la “lalofilia” o “lalomania” dalla quale sono afflitti proprio gli odierni “intellettuali” o “uomini di cultura”. Se il pensiero di Plotino è stato giudicato “più ricco di idee che di parole” (17), il loro potrebbe essere dunque giudicato “più ricco di parole che di idee”.
Osserva appunto Scaligero: “Proprio chi non sa pensare oggi detta legge sul pensiero e può divenire persino professore di filosofia: perché scambia il mondo delle parole vuote di pensiero con il pensiero della cui forza di correlazione pertanto si serve per un “quantico” rapporto tra le parole” (18).

Note:
01) il Giornale, 5 ottobre 2003;
02) Espansione, anno 35, n°10, ottobre 2003;
03) R.Steiner: Come si opera per la triarticolazione dell’organismo sociale - Antroposofica, Milano 1988, pp.132-133;
04) Lao Tze: Il libro del principio e della sua azione - Mediterranee, Roma 1972, p.131;
05) U.Galimberti: I vizi capitali e i nuovi vizi - Feltrinelli, Milano 2003, p.74;
06) ibid., p.117;
07) ibid., p.101;
08) ibid., p.102;
09) ibid., p.103;
10) D.Goleman: Intelligenza emotiva - Rizzoli, Milano 1996;
11) U.Galimberti: op.cit., p.103;
12) Freud e Jung: contrasti in Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna - Einaudi, Torino 1969, p.56;
13) U.Galimberti: op. cit., p.104;
14) Il corpo mistico, 12 settembre 2003;
15) U.Galimberti: op. cit., p.115;
16) V.Frankl: La sofferenza di una vita senza senso - elle di ci, Colle Don Bosco (Asti) 1978, p.28;
17) C.Marcellino: prefazione a Plotino: Breviario - Rusconi, Milano 1997, p.10;
18) M.Scaligero: Dov’è la coscienza? In Graal - Rivista di scienza dello Spirito, anno XIV, n°55-56, dicembre 1996, pp.111-112.

 

Francesco Giorgi
 
Rudolf Steiner