Amor, che ne la mente mi ragiona

Introduzione


Credo che uno dei modi migliori d’introdurre lo studio dell’opera fondamentale di Rudolf Steiner sia quello di considerare, seppur brevemente, una questione quantomai attuale e importante. A tal fine, vi leggerò alcune righe di una enciclica di Giovanni Paolo II: la Veritatis splendor, del 1993. “La questione fondamentale che le teorie morali sopra riportate pongono con particolare forza è quella del rapporto fra la libertà dell’uomo e la legge di Dio. Ultimamente è la questione del rapporto tra la libertà e la verità. Secondo la fede cristiana e la dottrina della chiesa, solamente la libertà che si sottomette alla verità conduce la persona al suo vero bene. Il bene della persona è di essere nella verità e di fare la verità”.
Come vedete, si colloca da una parte la libertà, dall’altra la verità, e si afferma che la prima, “secondo la fede cristiana e la dottrina della chiesa”, dovrebbe essere sottomessa alla seconda. A questo, si oppone però una dottrina filosofico-politica (o etico-politica) che potremmo definire genericamente “liberale” (e che Pio IX, nel Syllabus del 1864, giudica “pestilenziale”). Per meglio coglierne l’aspetto che qui c’interessa, faremo riferimento a due dei suoi testi fondamentali: ossia, alla Lettera sulla tolleranza di Locke e al Trattato sulla tolleranza di Voltaire. Entrambi sono infatti dei “classici” di quel pensiero liberale che, ben più tardi, ha spinto Croce a parlare addirittura di una “religione della libertà”. Questa dottrina rifiuta la sottomissione della libertà alla verità, ma, nell’intento di affermare la prima, non sa far di meglio che sottometterle la seconda. Essa assegna infatti alla libertà un valore “assoluto”, e alla verità un valore “relativo”: ovvero, quello stesso della “opinione” o - come dice Hegel - del “pensiero casuale” (“l’opinione - spiega infatti quest’ultimo - è un pensiero mio, non già un pensiero in sé universale, che sia in sé e per sé”). Non si darebbe quindi una sola verità, ma se ne darebbero tante quanti sono gli individui (quot capita, tot sententiae). Ed è proprio questo - secondo tale dottrina - che dovrebbe indurci alla reciproca “tolleranza”. L’esistenza di una verità “assoluta” comporterebbe infatti, necessariamente, l’“intolleranza” di chi ce l’ha nei confronti di chi non ce l’ha. Come vedete, la questione è quantomai complessa e delicata.
In ogni caso, dal momento che l’opera che ci accingiamo a studiare s’intitola La filosofia della libertà, potremmo cominciare col chiederci: la libertà di cui parla Steiner in quale rapporto sta con la verità? La sua “sostanza”, vale a dire, è la stessa (omousìa) o non è la stessa (omoiusìa) di quella della verità? Abbiamo appena visto che, per il pensiero liberale, l’intolleranza conseguirebbe sempre alla pretesa, da parte di qualcuno, di avere o possedere la verità. Ma la verità - chiediamoci ancora - è forse una “cosa” o un “oggetto” che si possa “avere” o “possedere”? O non è invece un “soggetto”? Pilato - ricorderete - chiede appunto al Cristo: “Cos’è la verità?”. Convinto com’è che sia un “oggetto” o una “cosa”, egli non viene nemmeno sfiorato dall’idea che la verità stessa possa trovarsi proprio là, di fronte a lui, quale “soggetto” o “persona”. Dice infatti il Cristo: “Io sono la via, la verità e la vita”. Tuttavia, se la verità è un “essere” (e non un “avere”), chiediamoci allora se il pensiero che usiamo ogni giorno, ossia quello che ci consente di misurare, pesare, contare e calcolare (e del quale il computer non rappresenta che una reificazione o una “ipostasi”), sia davvero idoneo a pensare la verità e la libertà. In effetti, ove queste fossero dei “soggetti”, e non degli “oggetti”, la domanda rivolta da Pilato al Cristo dovrebbe essere, non più: “Che cos’è la verità?”, bensì: “Chi è la verità?” o “Chi è la libertà?”.
Ho voluto dire queste cose soltanto per darvi un’idea del cammino che ci accingiamo ad affrontare. Considerate che sono appunto questi problemi a giustificare il fatto che l’opera si divida in due parti: la prima, dedicata a la scienza della libertà; la seconda a la realtà della libertà. Tuttavia, alla luce di quanto abbiamo appena detto, la prima parte potrebbe essere anche intitolata: la libertà come verità, e la seconda: la verità come libertà. Ciò significa, dunque, che stiamo per intraprendere e seguire una “terza” via: ovvero, una via che ci condurrà oltre il dualismo di verità e libertà, e quindi al di là tanto della verità oggettiva, ma trascendente del cattolicesimo (che sottomette la libertà) quanto di quella immanente, ma soggettiva del liberalismo (che è sottomessa alla libertà).
 
Rudolf Steiner