Massime antroposofiche
38/39/40 – 1°

M

Massime 38/39/40 – 1°

Queste massime sono precedute da una lettera intitolata: Considerazioni sulle massime precedenti in merito alla natura d’immagine dell’uomo (18 maggio 1924). Cominceremo quindi a occuparci della lettera e poi leggeremo le massime.
Abbiamo già visto che dire “natura d’immagine” equivale a dire “natura simbolica”, e che la natura dell’uomo è tale, poiché attraverso il suo corpo fisico si manifestano il suo corpo eterico, il suo corpo astrale e l’Io, allo stesso modo in cui, attraverso il corpo fisico dell’animale, si manifestano il suo corpo eterico e il suo corpo astrale e, attraverso il corpo fisico della pianta, si manifesta il suo corpo eterico; il corpo fisico del minerale non ha invece natura “simbolica”, giacché non manifesta che se stesso.

E’ molto importante che, mediante l’antroposofia, si comprenda come le rappresentazioni che l’uomo si forma nell’osservare la natura esterna, debbano arrestarsi di fronte all’osservazione dell’uomo stesso. Contro questa esigenza pecca il modo di pensare penetrato negli animi umani in seguito allo sviluppo culturale degli ultimi secoli: ci si abitua a pensare le leggi di natura, e con tali leggi si spiegano i fenomeni naturali percepiti dai sensi; quindi si guarda all’organismo umano, e si considera anch’esso come se il suo ordinamento potesse venir compreso applicando ad esso le leggi della natura” (p. 29).

Immaginiamo due circonferenze concentriche: la maggiore comprenderà la minore, ma non viceversa.
Ponendo dunque il soggetto (l’uomo) al posto della circonferenza più grande e l’oggetto (la natura) al posto di quella più piccola, risulterà evidente che la natura è compresa dall’uomo, ma non lo comprende.
Eppure, la scienza, “in seguito allo sviluppo culturale degli ultimi secoli”, cerca di comprendere l’uomo proprio a partire dalla natura: cerca, cioè, di costringere lo “spazio” del soggetto nella camicia di forza di quello dell’oggetto (chi desideri saperne di più legga e mediti, di Steiner: Nascita e sviluppo storico della scienza) (1).
Non tutti apprezzano, ovviamente, il riduzionismo della scienza materialistica: Jung, ad esempio, ha affermato che “andando avanti di questo passo, finiremo col trattare del duomo di Colonia in un libro di mineralogia”, e Merleau-Ponty ha detto che “continuando così, finiremo col parlare di un sorriso come di una contrazione dello sfintere orale”.

Ora, il far questo equivale al contemplare in un quadro, che un pittore ha dipinto, la sostanza dei colori, la forza con cui i colori aderiscono alla tela, il modo in cui questi colori possono venir distesi sulla tela, e altre simili caratteristiche. Ma con tutto questo non si coglie affatto ciò che nel quadro veramente si palesa. Nella manifestazione dataci dal quadro vive un ordine di leggi del tutto diverse da quelle che possono venir ottenute dai punti di vista sopra accennati” (p. 29).

Si è disposti ad ammettere, in genere, che l’insieme è più della somma delle parti, ma poi, non essendo in grado di pensare l’insieme (extrasensibile) con lo stesso realismo con cui si pensano le parti (sensibili), si finisce fatalmente col ridurre quello a queste.
Nell’esempio che fa Steiner, l’insieme è rappresentato ovviamente dal quadro e le parti dai colori: colori la cui analisi (fisico-chimica) non è in grado di dirci ancora nulla sul quadro.
L’essenziale del quadro non sta infatti nei colori visibili, bensì in quella relazione tra i colori che può essere “vista” dal pensiero o dal sentimento, ma non dagli occhi.
Certo, lo studio delle parti di un insieme è importante; ancora più importante, tuttavia, sarebbe rendersi conto che può fornirci soltanto dei dati che, per cogliere la realtà dell’insieme che li subordina, dovrebbero essere ulteriormente e diversamente pensati.
Per poter cogliere la realtà dell’”insieme” umano (della forma umana), è necessario quindi risalire, grado a grado, dal corpo fisico fino all’Io (giacché l’insieme è l’Io: vale a dire, l’Uno).
Come, dunque, “nella manifestazione dataci dal quadro vive un ordine di leggi del tutto diverse” da quelle che vigono nei singoli colori, così nella manifestazione dataci dalla forma umana vive “un ordine di leggi del tutto diverse” (l’ordine dell’Io) da quelle che vigono ad esempio nel cervello, nei polmoni, nel fegato o nella milza.
E qual è l’ordine dell’Io? E’ l’ordine della libertà e della creatività: la ragion d’essere, ossia, di un’entità spirituale (di un Io) che, mediante quella forma, manifesta ed esprime se stessa.
Chi vuole creare deve dunque partire dall’idea per arrivare al quadro, mentre chi vuole conoscere deve partire dal quadro per arrivare all’idea.
Ciò vale, naturalmente, non solo per il quadro, ma per tutte le creazioni.
Sapete che cosa dice, al riguardo, Berdjaev? Che come quella di Dio è l’idea suprema dell’uomo, così quella dell’uomo è l’idea suprema di Dio (2).

Quello che dunque importa è di renderci chiaro conto che anche nell’entità umana si manifesta qualcosa che non è afferrabile dai punti di vista dai quali si ricavano le leggi della natura esterna” (p. 29).

Prendiamo una pianta. Sappiamo che è composta di un corpo fisico e di un corpo eterico. Se si dispone della coscienza rappresentativa, che dà solo ragione del corpo fisico, e non anche di una coscienza immaginativa, che dia ragione del corpo eterico, sarà perciò impossibile comprenderla.
A quale stratagemma si può allora ricorrere? A quello di ridurre il corpo eterico (che non si comprende) al corpo fisico (che si comprende, o che si crede di comprendere), teorizzando che la vita è una proprietà della materia.
In tanto, dunque, il riduzionismo impazza, in quanto si preferisce (per pigrizia o per paura) ridurre la realtà a misura della propria coscienza, anziché ampliare la propria coscienza a misura della realtà.
Ciò che viene fatto a danno della realtà viene anche fatto, però, a danno dell’uomo. Ascoltate ciò che dice ancora Berdjaev: “Nel mondo si sta verificando la crisi dell’uomo, non solo nell’uomo ma dell’uomo in quanto tale. L’esistenza futura dell’uomo sta diventando problematica” (3).

Se abbiamo fatta nostra nel giusto modo questa rappresentazione, siamo in grado di comprendere l’uomo q u a l e i m m a g i n e. Un minerale non è immagine, in questo senso. Esso manifesta soltanto ciò che i sensi possono direttamente percepire” (p. 29).

Lo abbiamo detto e ripetuto: un minerale non ha natura “simbolica” (d’immagine), perché avendo (sulla Terra) solo il corpo fisico, non manifesta che se stesso.
Immaginate, ad esempio, di smontare completamente una macchina pezzo per pezzo, e poi di rimontarla. Se lo avrete fatto correttamente, potrete esser certi che, smontandola e rimontandola, non ne sarà andato perso nulla.
Immaginate, però, di fare la stessa cosa (come dice Goethe) con una farfalla: immaginate di catturarne una, e poi di smontarla e rimontarla. Pensate forse che la poveretta tornerà a volare come prima? Ovviamente, no. E perché? Perché, smontando e rimontando una farfalla, diversamente da quanto accade con una macchina, ne sarà andato perso l’essenziale: cioè, la vita.
Fatto si è che con la coscienza ordinaria ci troviamo pienamente a nostro agio nel regno inorganico, in quanto lo dominiamo: ma lo dominiamo perché indaghiamo un regno morto servendoci di ciò che in noi è “morto” (perché “il simile conosce il simile”).
Ci troviamo viceversa a disagio in noi stessi. Tra il potere che esercitiamo nella sfera inorganica (quello, ad esempio, della cosiddetta “tecno-scienza”) e l’impotenza che patiamo in quella animico-spirituale, c’è di fatto un abisso.
Possiamo dunque dire, tornando a noi, che il minerale, non essendo affatto “immagine”, è l’opposto dell’uomo, ch’è invece massimamente “immagine”, e quindi “trasparenza”.
Consentitemi, a questo proposito, una breve digressione. Ho citato più volte Nikolaj Berdjaev (e lo citerò ancora): non so se sapete, però, che si tratta di un filosofo che, nonostante il suo eccezionale valore, non è stato affatto in grado di apprezzare Steiner (e di comprendere l’antroposofia).
Ascoltate, ad esempio, quanto scrive qui: “Lo stesso Steiner, che potei conoscere personalmente, mi lasciò un’impressione complessa e abbastanza spiacevole. Non mi diede però l’impressione di essere un ciarlatano (…) Raramente c’è stato un uomo che mi abbia dato l’impressione di essere così privo di grazie carismatiche come Steiner. Non v’era nessuna luce che venisse dall’alto. Voleva raggiungere ogni cosa partendo dal basso” (4).
Ebbene, non è significativo che Berdjaev, rimproverando a Steiner di voler “raggiungere ogni cosa partendo dal basso”, gli rimproveri proprio ciò che deve fare l’anima cosciente?
Forse Berdjaev, da buon russo, pensava, incontrando Steiner, di conoscere uno starec (come magari lo Zosima dei Karamazov), e si è invece trovato al cospetto di uno scienziato dello spirito che procede induttivamente (com’è, o dovrebbe essere, costume della scienza) dal sensibile al sovrasensibile: all’inverso cioè della metafisica, che procede deduttivamente dal sovrasensibile al sensibile.
(Ciò spiega, peraltro, il perché uso dire che l’Occidente non apprezza la scienza dello spirito perché è “spirituale”, mentre l’Oriente non l’apprezza perché è “scientifica”)
Sentite, comunque, quanto dice lo stesso Steiner: “La scienza dello spirito deve suscitare ovunque gli impulsi dal basso all’alto, deve ovunque stimolare le anime umane al sacrificio, vale a dire al sacrificio di ciò che acquistiamo mediante le impressioni esteriori, di fronte a quel che dobbiamo raggiungere elevandoci col nostro lavoro alle regioni del sé spirituale, dello spirito vitale e dell’uomo-spirito” (5).
E’ solo procedendo così ch’è possibile superare l’opacità arimanica del mondo sensibile, e restituirgli per ciò stesso “trasparenza”.
Le forze arimaniche c’impediscono infatti di cogliere il sovrasensibile mediante il sensibile, mentre quelle luciferiche c’impediscono di cogliere il sensibile mediante il sovrasensibile.
Entrambe mirano, in questo modo, a nasconderci quel Dio (il Logos) che, col farsi uomo, ha per l’appunto coniugato il sovrasensibile e il sensibile o l’”al di là” e l’”al di qua”.
Decisivo, da questo punto di vista, è il passaggio (michaelita) dal pensiero riflesso (fisico) al pensiero vivente (eterico) o dalla coscienza rappresentativa a quella immaginativa.
E’ infatti la “natura d’immagine” dell’uomo a guidarci verso le realtà dell’anima e dello spirito.
Ma andiamo avanti:

(…) La natura di immagine non si rivela nell’uomo in un modo univoco. Un organo di senso, nel suo essere, è immagine in misura minima, e in misura massima una specie di rivelazione di se stesso, come il minerale. E proprio agli organi di senso noi possiamo maggiormente accostarci con le leggi di natura. Consideriamo soltanto la mirabile struttura dell’occhio umano. Possiamo afferrare approssimativamente questa struttura mediante le leggi di natura. Similmente avviene per gli altri organi dei sensi, sebbene la cosa non appaia così evidente come per l’occhio. Ciò dipende dal fatto che gli organi dei sensi mostrano una certa conclusione nella loro struttura. Essi sono inseriti nell’organismo come conformazioni in sé complete e come tali trasmettono le percezioni del mondo esterno” (p. 30).

Per quale ragione “la natura di immagine non si rivela nell’uomo in un modo univoco”? Per la semplice ragione che l’uomo non è un essere “tutto d’un pezzo”, bensì un essere complesso e articolato nel quale l’umano (l’Io) coesiste con l’animale (col corpo astrale), con il vegetale (col corpo eterico) e con il minerale (col corpo fisico).
Che cosa abbiamo detto, infatti? Che il minerale non è “immagine”, perché non veicola alcuna realtà superiore, che il vegetale comincia invece a esserlo, perché veicola un corpo eterico, che l’animale lo è ancor di più, perché veicola un corpo eterico e un corpo astrale, e che l’uomo è massimamente “immagine”, perché veicola un corpo eterico, un corpo astrale e un Io.
Più un organo umano è simile a un minerale (come ad esempio l’occhio) e meno è perciò “immagine”. Il che vuol dire che, scendendo dall’apparato neuro-sensoriale, attraverso quello ritmico, all’apparato metabolico e degli arti, si fa sempre più marcata la valenza simbolica di ciò che osserviamo.
Si potrebbe anche dire, volendo adottare un’espressione usata da Steiner nel suo L’essenza dei colori (6), che i simboli sono immagini viventi dell’anima (come il colore “fior di pesco”), mentre le rappresentazioni sono immagini morte dello spirito (come il colore nero).
Quanto detto in rapporto agli organi di senso (in specie, eterocettivi), può essere naturalmente esteso (seppure “approssimativamente”, come sottolinea Steiner) a tutta la sfera cefalica: ossia a quella sfera nella quale – come abbiamo già visto (massima 32) – la parte fisica e quella eterica “stanno come immagini concluse dello spirituale”.

Ma non è così per i processi ritmici che si svolgono nell’organismo. Questi non si presentano come cosa compiuta, finita. In essi ha luogo un continuo nascere e morire dell’organismo”(p. 31).

I processi ritmici, in quanto processi vitali qualitativamente determinati, e non quindi res cogitans o res extensa, non si prestano a essere compresi dalla coscienza cartesiana (dalla “mente computazionale”).
Li si può perciò immaginare, ma non rappresentare, giacché, nel momento stesso in cui li rappresentassimo, li priveremmo inevitabilmente della loro caratteristica essenziale: cioè a dire, del movimento (qualitativamente alterno).

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Di Lucio Russo
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